sabato, Luglio 31

Iran: Raisi Presidente, missione sopravvivenza “La Rivoluzione Islamica è più debole dopo le ultime elezioni nel senso che la crisi di legittimità del regime è stata ora estesa al suo ultimo pilastro rimasto in piedi, vale a dire l'alta affluenza alle urne”. A colloquio con Ammar Maleki, assistente Docente di politica comparata alla Tilburg University, e Pooyan Tamimi Arab, assistente Docente di studi religiosi alla Utrecht University (GAMAAN Institute)

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Una settimana fa, in Iran, si sono aperte le urne per le elezioni presidenziali. Un appuntamento atteso, ma dall’esito abbondantemente annunciato: come previsto, infatti, il Capo della Magistratura, il conservatore Ebrahim Raisi, dato come favorito dai sondaggi, ha ottenuto la vittoria  con il 61,9% dei voti, ma con un’affluenza del 48,8%, la più bassa dall’inizio della Rivoluzione Islamica. Nella capitale Teheran l’astensione ha sfiorato il picco del 74%. Per vincere, gli sono bastati 17,9 milioni di consensi, molti meno rispetto ai 23,6 milioni conseguiti quattro anni fa dal predecessore Hassan Rouhani, che aveva battuto proprio Raisi. In sostanza, ha vinto con circa il 30 per cento di tutti i voti ammissibili, all’incirca la stessa proporzione con cui ha perso la sua candidatura alle elezioni per presidenza nel 2017 quando, però, la partecipazione era del 73,3%.
Risultati più modesti per gli altre candidati, gli ultimi rimasti in gara: il conservatore Mohsen Rezai, ex comandante delle Guardie della Rivoluzione, non ha superato l’11,7%; il moderato Hemmati, si è fermato all’8,3%; il deputato conservatore Hassan Ghazizadeh Hashemi, ha incassato il 3,4%.Nessuno stupore, visto che era già stato tutto previsto anche “dal sondaggio finale condotto nei tre giorni prima delle elezioni” dal Gruppo per l’analisi e la misurazione degli atteggiamenti in Iran (GAMAAN) che “prevedeva che Raisi avrebbe vinto con il 61% dei voti. Quindi è lecito ritenere che questa percentuale sia affidabile. Abbiamo anche previsto un’affluenza molto inferiore, tuttavia, di circa il 30%” conferma Pooyan Tamimi Arab, assistente Docente di studi religiosi alla Utrecht University, membro del GAMAAN Institute, non escludendo una manipolazione della partecipazione “dal momento che Raisi ha ottenuto diversi milioni di voti in meno nel 2017 quando non c’era campagna di boicottaggio. Questa volta, anche l’ex presidente Ahmadinejad ha chiesto un boicottaggio e sappiamo che molti dei suoi sostenitori hanno votato per Raisi nel 2017”. La campagna di boicottaggio ha compreso anche esponenti dell’opposizione all’estero, come l’ex principe ereditario del regime monarchico Reza Pahlavi o i Mojaheddin del Popolo. Ma anche personalità riformiste, tra cui l’ex primo ministro ed ex leader del movimento di protesta dell’Onda Verde Mir Hossein Mousavi e Faezeh Hashemi, figlia del defunto ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani. La promozione dell’astensione, tuttavia, non è stata una scelta pacifica, ma, anzi, ha aperto delle fratture sia all’interno dell’area più moderata sia di quella riformista, contrapponendosi alla scelta di far convergere i voti su Hemmati, attuale governatore della Banca centrale. Non sono mancate le giravolte come quella dell’ex Presidente riformista Mohammad Khatami, il quale, in un primo messaggio alla vigilia delle elezioni si era astenuto dal chiedere ai suoi seguaci di partecipare, per poi cambiare idea nel giro di poco tempo.
A ridimensionare il risultato elettorale, il 13% di schede bianche che, secondo Tamimi Arab, indicherebbe “che le persone hanno protestato contro le elezioni votando e non votando. Il nostro sondaggio ha mostrato che il 10% degli elettori avrebbe votato perché obbligato dal regime a votare, come i soldati, o perché aveva bisogno di un timbro sul proprio documento d’identità per lavoro e altri scopi”. Un segnale inequivocabile del clima di pressione che i Pasdaran hanno creato sui cittadini, senza dimenticare che, poche settimane prima del voto, la stessa Guida Suprema, Ali Khamenei aveva tuonato che la non partecipazione “è un regalo ai nemici esterni”, emettendo persino una fatwa sul voto con schede bianche. L’intreccio tra religione e politica, al centro del malcontento degli iraniani per la cattiva gestione, la corruzione del regime e le sanzioni economiche hanno solo esacerbato, non ha favorito la partecipazione, ma, anzi ha reso più evidente il processo di secolarizzazione in atto in Iran dovuto al fatto che la delusione politica è sempre meno separabile dalla delusione religiosa, intesa non come non credere in un Dio, bensì come repulsione al concetto di religione, associato all’autorità illegittima.
Per la verità – sottolinea il Direttore del GAMAAN oltre che assistente Docente di politica comparata alla Tilburg UniversityAmmar Maliki – “la maggioranza aveva deciso di astenersi molto prima dell’inizio del processo elettorale. Il nostro sondaggio aveva anche mostrato che solo il 7% di coloro che non volevano votare aveva indicato che non avrebbe votato perché il candidato desiderato è stato squalificato”. il 71% aveva, infatti, affermato che il motivo principale per cui si sono astenuti è stato ‘la natura non libera e inefficace delle elezioni nella Repubblica Islamica’. Un dato che, letto alla luce delle categorie politiche, come segnalato dall’analisi GAMAAN, vedeva «solo l’8% sosteneva esplicitamente la Repubblica islamica identificandosi come riformista e solo il 13% si considerava conservatore, sostenendo la Rivoluzione Islamica e il Leader Supremo».
Il problema rimproverato alla teocrazia non è tanto chi, quanto come viene eletto: il popolo iraniano si percepisce, infatti, escluso dalle decisioni, si sente incapace di incidere sul futuro del Paese e le elezioni diventano uno schermo attraverso il quale la classe dirigente resta al potere. Come dargli torto. La la blindatura della  candidatura di Ebrahim Raisi ha suscitato  ‘delusione’, non solo nell’elite iraniana, poiché il Consiglio dei Guardiani -un organo di controllo costituzionale composto da 12 membri, 6 teologi e 6 giuristi, supervisionato dal leader supremo, l’Ayatollah Ali Khamenei che ha il compito di valutare le qualifiche dei potenziali candidati- non ha garantito eguale rappresentanza a tutti gli orientamenti politici alle elezioni, di fatto ha escluso i candidati moderati e riformisti, candidati di spicco alleati di Rouhani: tra candidati riformisti e conservatori, ne sono stati accettati solo 7 (diventati 4 dopo 3 ritiri) su 592 che si erano proposti -tra loro 40 donne. La decisione del Consiglio ha suscitato sfiducia e malcontento verso queste elezioni percepite più come una ‘selezione’, ma questo è quanto prescrive la procedura da sempre: può registrarsi come candidato presidenziale qualsiasi cittadino iraniano nato in Iran che crede in Dio e nella religione ufficiale e cioè l’Islam, che è sempre stato fedele alla costituzione e ha almeno 40 anni e al massimo 75 anni. Il Consiglio centrale per la supervisione delle elezioni presidenziali, sotto gli auspici del Consiglio dei guardiani, esamina l’idoneità dei candidati registrati e seleziona un numero da candidare. Il Consiglio dei Guardiani, infine, guidato dal Leader Supremo, e dal capo della magistratura, lo stesso Raisi, deve approvare i candidati, ma non è chiamato a dichiarare pubblicamente le ragioni del rifiuto di candidati specifici, sebbene queste ragioni siano spiegate per ciascun candidato.
È abbastanza ovvio – evidenzia Tamimi Arab – che queste elezioni siano state completamente ingiuste. Non solo sono stati esclusi per definizione tutti i critici della Repubblica islamica, ma anche gli esponenti del regime sono stati squalificati. Ho visto molte persone condividere il video di una scena del film di Sacha Baron Cohen ‘The Dictator’, con il dittatore che gareggiava in uno sprint di 100 metri, ma partendo per primo e sparando ai suoi avversari. Solo che questa volta, le persone avevano modificato la faccia di Raisi nel video sul dittatore”.
Da questo punto di vista, anche a ragione, l’ex Viceministro dell’Interno, il riformista Mostafa Tajzadeh, ha definito queste elezioni un “colpo di stato” condotto dalle “caserme di partito”, “estranee ai tradizionali schieramenti politici”, e costituite da “una parte dei comandanti pasdaran , una parte del Consiglio dei Guardiani e una parte dello staff della Guida Suprema”.
La figura di Ebrahim Raisi, ben poco carismatica, non era vista da diversi conservatori nemmeno la ‘più giusta’ per essere presidente. Anzi, a differenza dei suoi sette predecessori, non è un grande oratore pubblico fors’anche perché, fin dall’inizio della sua carriera ha sempre operato nell’ombra. Il suo profilo sembra più incasellabile nella categoria del conservatorismo tradizionalista, fedele alla Repubblica e, quindi, alla Rivoluzione Islamica, nel nome dell’interesse del sistema. Più o meno la stessa linea della Guida suprema, Ali Khamenei.
Non deve ingannare, in quest’ottica, che nello staff della campagna elettorale di Raisi abbiano lavorato Mojtaba Amini, che è stato uno dei leader dell’attacco del 2011 all’ambasciata britannica a Teheran, o Reza Taghipour, un ex ministro delle comunicazioni che è un sostenitore di una severa censura su Internet. Così come non deve trarre in equivoco il fatto che sui social media, la base della linea dura celebri quello che chiamano un nuovo sforzo per “purificare” la rivoluzione.
Presidente della Corte Costituzionale dal 7 marzo 2019, è un religioso e un giurista 61enne, nato da una famiglia di chierici. ha studiato nei seminari di Mashhad e successivamente di Qom, e ha iniziato la sua carriera all’età di 21 anni, nel 1989, come procuratore distrettuale della città di Karaj, e poco dopo, è diventato procuratore distrettuale di Hamedan, mentre, allo stesso tempo, continuava a prestare servizio come procuratore distrettuale di Karaj. Gli anni successivi sono quelli della scalata al successo, fino a quando è diventato vice procuratore distrettuale di Teheran, e successivamente procuratore distrettuale di Teheran fino al 1994. Nel 1988, però, all’anno fine della sanguinosa guerra di otto anni tra Iraq e Iran, si sarebbe macchiato, insieme ad altri religiosi, ha firmato le esecuzioni di migliaia di prigionieri politici per ordine dell’allora leader supremo, l’Ayatollah Ruhollah Khomeini. Da qui le sanzioni della UE e degli Stati Uniti.
Dal 2004 al 2014 è stato vice capo della magistratura e dal 2014 al 2016 è stato procuratore generale. Dal 2012 è anche capo del tribunale clericale speciale. Altresì, Raisi è stato anche nominato dall’ayatollah Khamenei amministratore (custode) di Astan Quds Razavi, a Mashhad. Il pubblico lo ha conosciuto solo dopo che si è candidato alla presidenza, nel 2017, e ha perso contro Rouhani. A quelle elezioni, Raisi ha ottenuto il 38% dei voti al primo turno, contro il 57% di Rouhani, ovvero 16 milioni di voti, il numero più alto mai ottenuto da qualsiasi candidato conservatore.
Ad urne chiuse, Raisi e i suoi sostenitori sono parsi non preoccupati dai bassi livelli di legittimità popolare, ma il consenso ottenuto sarà sufficiente per evitare di essere percepito come il leader di un governo ‘di minoranza’, nel senso di non rappresentante il popolo iraniano? È questa la domanda centrale. La popolazione disillusa crede sempre meno nell’effettivo potere del Presidente. In Iran ci sono più centri di potere: il Presidente ha poteri limitati visto che la strategia complessiva del governo è determinata dal Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, che il presidente presiede, ma non controlla. La maggiore influenza è esercitata dal leader supremo che ha tutto il potere di fare politica in tutti gli aspetti della vita, ma non è responsabile nei confronti di nessuno.
Contestare l’assetto istituzionale e il processo elettorale, in un contesto di economia in crisi e corruzione, vuol dire mettere in discussione il concetto stesso di Repubblica islamica teocratica, data per spacciata più volte nel corso degli oltre quarant’anni di storia. Eppure è sempre lì, facendo della sua apparente instabilità la sua forza. L’asso nella manica sarebbe la sua origine rivoluzionaria 
A fronte di mala gestione e di corruzione del regime, il nemico esterno, spesso, ricompatta la società, anche a lungo. Un esempio può essere ricercato nella guerra che la Repubblica Islamica ha combattuto con l’Iraq, sostenuto dai Paesi che non volevano il diffondersi della Rivoluzione. In questo frangente, le diverse componenti del regime ne hanno approfittato pereliminare rivali e dissidenti in tutta la società.
Dopo la morte del Ruhollah Khomeini nel 1989, ci si aspettava che la rivoluzione soccombesse per le lotte intestine. Invece, proprio i momenti di crisi come le lotte di potere degli anni ‘90 e le proteste del Movimento Verde nel 2009, sono stati la sua garanzia di sopravvivenza perché le diverse fazioni si sono unite per mantenere lo status quo. Quindi, anche i leader più riformisti, in fondo, sono votati alla resilienza del sistema.
Da questo punto di vista, se anche il regime continua a rimanere in vita, è sempre più evidente, agli iraniani più giovani, che è impossibile una riforma attraverso le urne. E questo li spinge ad emigrare piuttosto che ad impegnarsi per un cambiamento, facendo un favore al regime.
Dopo queste elezioni, la Rivoluzione Islamica è più debole, è in crisi? Oppure, proprio per il suo carattere rivoluzionario, paradossalmente, momenti di crisi lo rafforzano, aumentandone la resilienza? “È più debole” – risponde Tamimi Arab – “nel senso che la crisi di legittimità del regime islamico è stata ora estesa al suo ultimo pilastro rimasto in piedi, vale a dire produrre un’alta affluenza alle elezioni. Ma d’altra parte, il regime è capace e disposto a uccidere i manifestanti e la popolazione iraniana non è disposta a morire in gran numero. Il regime potrebbe utilizzare l’accordo nucleare per riorganizzarsi e consolidare il proprio potere”.
Di fondo, però, si può ipotizzare che il deep state avverta l’esigenza di consolidare il sistema per garantire l’autoconservazione della Repubblica stessa, minacciata dalla campagna di ‘massima pressione’ americana attuta con sanzioni, ma anche dai recenti episodi di sabotaggio agli impianti nucleari o le uccisioni del generale Soleimani e dello scienziato nucleare Fakhrizadeh. Favorire la vittoria di un candidato come Raisi tornerebbe utile per la sopravvivenza del regime perché impedirebbe ‘derive riformiste’ che rischierebbero solo di acuire le già importanti criticità.
Condividendo lo stesso punto di vista, la Leadership Suprema, Ali Khamenei, è più forte con Raisi alla presidenza? A detta di Ammar Maliki, “per quanto riguarda il potere di Khamenei, non sarà influenzato dal Presidente iraniano. Khamenei detiene il potere assoluto, che si basa anche sulla Costituzione, e tutti i presidenti, riformisti o conservatori, devono seguire i suoi comandi”. Infatti, tutto viene deciso tramite la sua capacità di compromesso e del suo apparato istituzionale, il cosiddetto Ufficio del Leader, che è di fatto un’istituzione a sé stante e che deve mediare con i vari settori coinvolti. Occorre però precisare che l’elezione ‘pilotata’ di Raisi toglierà alla Guida Suprema un capro espiatorio per eventuali fallimenti – strategia che gli ha garantito di rimanere oltre 30 anni al potere – visto che il nuovo Presidente è percepito come espressione diretta della Leadership. E questo potrebbe ritorcerglisi contro.
I conservatori ora hanno tutti i poteri dello stato nelle loro mani e, con Raisi, ci sarà molta più armonia tra la Presidenza e la Leadership Suprema, chiudendo di fatto l’era della dualità di anime che finora aveva caratterizzato l’establishment iraniano. Per Raisi questo si traduce in una maggiore forza politica, funzionale anche per prendere decisioni scomode. “Cosa potrebbe esserci di più scomodo che chiudere Internet e uccidere 1500 persone segnalate, o abbattere un aereo passeggeri e poi molestare i familiari delle vittime? Non dobbiamo dimenticare che molti di questi eventi e politiche dannose sono stati attuati durante Rouhani e altre amministrazioni. In breve, la dicotomia riformista/conservatore si è rivelata fuorviante”, chiarisce Tamimi Arab.
“Raisi potrebbe essere più sottomesso a lui. È anche immaginabile che ci siano anche delle tensioni tra i due come nel caso di Rafsanjani e Ahmadinejad che un tempo erano molto vicini a Khamenei”, tiene a precisare Maliki. C’è chi pensa che dietro al tentativo di Khamenei e del Consiglio dei Guardiani di blindare della vittoria di Raisi si nasconderebbe la considerazione di quest’ultimo come non di ostacolo a grandi cambiamenti strutturali che metterebbero il sistema su basi più stabili garantendo la sopravvivenza della famiglia di Khamenei e della sua visione della rivoluzione. “Questo è difficile da dire, dal momento che Raisi ha corso senza chiare proposte politiche e poiché il Leader Supremo rimane l’uomo più potente in Iran”, sostiene Tamimi Arab.
Si dice che il regime potrebbe voler cambiare il sistema politico in un sistema parlamentare con un primo ministro nominato dal parlamento (leggi dal leader supremo)”, riferisce Ammar Maliki. In particolare, il leader supremo potrebbe mirare a convertire il sistema presidenziale iraniano in parlamentare, come nel periodo 1979-1989 – quando sosteneva dieci anni fa che “se un giorno, magari in un lontano futuro, si ritenesse che un sistema parlamentare sia più adatto per eleggere i responsabili dell’esecutivo, allora non ci sarebbero problemi nell’apportare modifiche al sistema” – o a sostituire il ruolo del leader supremo con un consiglio che subentrerebbe una volta che se ne andrà.
Un sistema parlamentare ridurrebbe l’attrito tra gli uffici del leader supremo e il presidente che attualmente esiste nella struttura politica dell’Iran e renderebbe più facile per un parlamento disporre la rimozione e la sostituzione del capo dell’esecutivo, magari con ideali troppo divergenti da quelli della Guida. Verrebbe meno la figura del presidente per ritornare ad una repubblica parlamentare nella quale una delle principali istituzioni rappresentative del sistema, l’esecutivo, non potrebbe più sfidare i chierici non eletti, rafforzando il controllo del leader supremo e l’unità dell’intera Repubblica. Le resistenze rimandano più che altro al caotico e litigioso periodo del1979-1989 durante il quale, nel 1987, si arrivò addirittura allo scioglimento del Partito Repubblicano Islamico dal quale sono poi nate le diverse formazioni politiche.

Tuttavia” – osserva io Direttore del GAMAAN – “ciò richiederebbe un referendum e il regime probabilmente eviterebbe i referendum in quanto possono essere immediatamente tradotti in un referendum sul regime stesso”. Ma, ancor prima, una forte coesione tra le diverse istituzioni.

L’abilizione della leadership suprema di un solo uomo, di contro, ridurrebbe il rischio che dopo che Khamenei lascerà l’incarico, il suo successore emargini la sua famiglia. L’assenza di un unico sovrano dominante consentirebbe anche al figlio di Khamenei, Mojtaba, di mantenere una grande influenza dietro le quinte anche dopo la morte del padre. Dopo aver messo da parte la famiglia di Khomeini e imprigionato lui stesso i figli di Rafsanjani, Khamenei ha ragione a temere un destino simile per suo figlio, che potrebbe garantire che l’eredità di Khamenei sia protetta e la sua agenda strategica gli sopravviva.

È ancora prematuro dire se, dopo queste elezioni, si è spianata la strada verso la successione di Ali Khamenei alla Guida Suprema. La vittoria elettorale può segnare un importante passo in avanti verso il vero posto di vertice in Iran per consolidare la sua posizione nei principali centri di potere, comprese le forze armate e di sicurezza oltre che di ottenere una maggiore legittimità religiosa attirando il sostegno dei principali ayatollah di Qom e Mashhad, dove suo suocero è leader della preghiera del venerdì e grande imam di un importante santuario musulmano sciita.

È probabile che la lotta di potere all’interno del regime islamico sia complessa e sanguinosa, e nessuno può prevedere cosa accadrà dopo la morte di Khamenei”, fa notare Maliki. Se Raisi arrivasse alla leadership suprema, ripeterebbe la stessa parabola del suo ‘predecessore’, il quale divenne Guida suprema nel 1989, alla morte dell’ayatollah Khomeini, dopo aver ricoperto il ruolo di presidente della repubblica.

Sono diversi anni che si dibatte tra addetti ai lavori di una eventuale successione a Khamenei che ha 82 anni e che, riferiscono alcune indiscrezioni, sarebbe affetto da un cancro alla prostata. Ma, data ogni volta per imminente la sua dipartita, è riuscito a sopravvivere anche a uomini più giovani che erano da molti considerati in rampa per succedergli.

Raisi avrebbe tutte le carte in regola, a partire dall’eguaglianza di visione con la Guida, oltre all’aver ricoperto incarichi nella magistratura e alle fondazioni di carità. Se veramente Raisi riuscisse a prendere il suo posto alla leadership suprema, segnerebbe una svolta generazionale che, già da diversi anni, ha visto gradualmente esaurire, per motivi anagrafici, gli ultimi esponenti della rivoluzione iraniana.

Ma non mancherebbero gli ostacoli. Se Raisi diventasse leader supremo, la sua mancanza di credenziali rivoluzionarie e religiose lo costringerebbe a fare affidamento sull’ufficio di Khamenei, una sorta di governo ombra in cui il figlio di Khamenei, Mojtaba, è un attore chiave. Del resto, già Khamenei, mancante delle credenziali religiose necessarie per ricoprire questo ruolo, divenne Guida solo dopo aver apportato una modifica alla costituzione del 1988. Altri, più maliziosamente, sostengono il contrario: che il leader supremo vede Raisi come una minaccia e che, elevandolo alla presidenza, Khamenei lo sta preparando al fallimento, anche perché l’esperienza di governo – magari il suo essere ritenuto responsabile di un aumento della repressione o di un’economia in crisi – potrebbe ridurre la già molto limitata legittimità popolare, trasferendo, poi, lo stesso effetto, sull’istituzione della Guida suprema. Non bisogna poi dimenticare che molto dipenderà da quanto durerà l’alleanza tra clero e Pasdaran e da ciò che la Guardia Rivoluzionaria deciderà di fare, magari puntando ad assumere maggior potere nelle loro mani.

Tamimi Arab ci tiene a rimarcare la necessità che, comunque vada, “il mondo sappia è che Raisi è un assassino di massa. È importante che i media non normalizzino mai la sua presidenza e lo descrivano in modo coerente, come ha deciso ‘Radio Zamaneh’, come un ‘membro della Commissione della morte’ che ha deciso l’esecuzione di migliaia di oppositori politici negli anni ’80”.

La vicenda è stata ricostruita dalla ‘BBC‘: «Dopo che l’allora leader supremo dell’Iran, Ruhollah Khomeini, ha accettato un cessate il fuoco mediato dalle Nazioni Unite, i membri del gruppo di opposizione iraniano Mujahedeen-e-Khalq, pesantemente armati da Saddam Hussein, hanno fatto irruzione attraverso il confine iraniano in un attacco a sorpresa. L’Iran alla fine ha fermato il loro assalto, ma l’attacco ha preparato il terreno per i falsi processi di prigionieri politici, militanti e altri. Ad alcuni che si sono presentati è stato chiesto di identificarsi. Secondo un rapporto del 1990 di Amnesty International, coloro che hanno risposto ‘mujaheddin’ sono stati mandati a morte, mentre altri sono stati interrogati sulla loro disponibilità a ‘ripulire i campi minati per l’esercito della Repubblica islamica’. I gruppi per i diritti internazionali stimano che siano state giustiziate fino a 5.000 persone, mentre il Mujahedeen-e-Khalq stima il numero in 30.000. L’Iran non ha mai riconosciuto pienamente le esecuzioni, apparentemente eseguite su ordine di Khomeini, anche se alcuni sostengono che altri alti funzionari fossero effettivamente in carica nei mesi prima della sua morte nel 1989. Raisi, allora vice procuratore a Teheran, avrebbe preso parte ad alcuni degli incontri nelle carceri di Evin e Gohardasht. Una registrazione di un incontro di Raisi e del suo capo che incontra il famoso Grande Ayatollah Hossein Ali Montazeri è trapelato nel 2016, con Montazeri che descrive le esecuzioni come ‘il più grande crimine nella storia della Repubblica islamica’».
Raisi non ha mai riconosciuto pubblicamente il suo ruolo nelle esecuzioni durante la campagna per la presidenza nel 2017 e lo scorso lunedì, nel corso della prima conferenza stampa da vincitore, ha ribadito di aver sempre difeso i diritti umani. Allora c’è da temere per il futuro dei diritti umani in Iran con Raisi presidente? “I diritti umani” – evidenzia Tamimi Arab – “sono stati violati in maniera massiccia durante la Presidenza Rouhani, con l’Iran che è secondo nel numero totale di esecuzioni solo alla Cina. La nostra ricerca mostra che una gran parte della popolazione iraniana non crede in queste punizioni infrante sulle leggi religiose. D’altra parte, con il ‘boia’ Raisi alla presidenza, possiamo continuare ad aspettarci fatali violenze di stato”.
Gli iraniani stanno guardando l’UE e gli Stati Uniti per vedere come reagiscono e si comportano nel trattare con Raisi che era un membro del “comitato della morte” nelle esecuzioni di massa degli anni ’80 e dovrebbe essere indagato per crimini contro l’umanità, come Amnesty Internazionale ha chiesto”, suggerisce Ammar Maliki.
Sta di fatto che il passato di Raisi lo rende il primo Presidente iraniano su cui gruppi nazionali e internazionali per i diritti umani vogliono indagini per crimini contro l’umanità ancor prima che inizi il suo mandato. Questa dinamica complicherà sicuramente il dialogo tra Iran e Occidente negli anni a venire, anche se la sua amministrazione probabilmente supporterà il ripristino dell’accordo nucleare per ora.
Raisi, a Mashhad, la sua città, per celebrare la festa dell’imam Reza, durante il primo discorso alla nazione da presidente eletto dell’Iran, ha dichiarato di voler servire “l’intera repubblica”, anche coloro che si erano rifiutati di votare. Nella sua retorica durante la campagna elettorale, Raisi è stato attento a non adottare un discorso radicalmente duro. Ha incontrato i leader della stampa riformista, promettendo che sarebbe stato aperto alle critiche in cambio del loro tacito avallo. Sua moglie – il cui padre, Ahmad Alamolhoda, è considerato ultra-radicale anche dagli estremisti – ha incontrato i membri della minoranza zoroastriana a Yazd.
Raisi non può nascondere che il consenso raggranellato – 17 milioni di voti, meno di un terzo degli elettori- è piuttosto basso e il contesto attuale, gravato dalla crisi economica e dal rischio di tensioni sociali, potrebbe richiedere un passo verso i riformisti. Il quotidiano riformista ‘Etemad’ di Teheran ha parlato di “governo bipartisan”. Il  Presidente Raisi non smette di ribadire di voler dar vita un governo “multipartitico”, “aperto a tutte le formazioni”, non legato solo alle affinità di parte. I conservatori, d’altra parte, non sono bene attrezzati per gestire l’amministrazione in un momento così delicato, e a Raisi potrebbe tornare utile prendere pezzi efficienti del vecchio apparato riformista.
“D’ora in poi tutti i gruppi politici devono mettersi al servizio del presidente eletto e del tredicesimo governo”, ha auspicato Mahmoud Vaezi, capo dell’ufficio politico del Presidente uscente, il moderato Rouhani. Sabato scorso anche il Ministro degli Esteri uscente, Javad Zarif, aveva chiesto collaborazione: “Abbiamo un presidente ed è un presidente ragionevole, ho lavorato con lui per trent’anni, lo conosco molto bene e sarà capace di guidare il Paese. Credo che la politica estera dell’Iran, che è basata sul consenso, continuerà”, ha dichiarato, ben consapevole, tuttavia, di avere poche chances di entrare nella nuova compagine di governo. La sua immagine è stata fortemente danneggiata da un audio, trapelato sui media all’inizio della campagna elettorale, in cui criticava il peso eccessivo esercitato dai pasdaran nella politica interna ed estera della Repubblica Islamica. Non è da escludere, però, che altre figure del campo riformista possano farsi largo nel nuovo esecutivo come Mohammad Eslami, ex Ministro delle infrastrutture nel governo Rouhani.
Dai riformisti sono arrivati segnali di apertura. In quello che è forse il più grande cambiamento nelle alleanze politiche, i leader religiosi e civili della minoranza sunnita iraniana, inclusa la figura di spicco Molavi Abdolhamid, hanno approvato Raisi come presidente. In tal modo, hanno posto fine a due decenni di incrollabile sostegno ai riformisti. Delusi dall’incapacità dei riformisti di garantire i diritti sociali e politici di base, i leader sunniti hanno preso la decisione strategica di sostenere coloro che hanno il potere di fare davvero la differenza nelle loro vite.
Il movimento riformista, dal canto suo, è estremamente debole dopo il voto presidenziale e il fallimento percepito della presidenza Rouhani. Tuttavia, Raisi sa che dovrà andare oltre la linea dura per affrontare le immense sfide politiche, economiche e sociali che il Paese deve affrontare. Cosa devono fare i riformisti per tornare ad essere competitivi dopo Rouhani? “Sembra improbabile” – dice Tamimi Arab  – “che riacquistino la loro precedente popolarità. I nostri sondaggi indicano un appetito sociale molto basso per l’ideologia riformista e il candidato che hanno sostenuto in queste elezioni, Hemmati, ha ottenuto solo il 3% dei voti (i numeri di Wikipedia sono fuorvianti perché escludono i voti in bianco). Negli anni passati abbiamo anche sentito i manifestanti cantare slogan che confermano questa visione, il più rivelatore è ‘Conservatore, Riformista, questa volta è finita“.
Certo è che il dazio che Raisi dovrà pagare a chi l’ha sostenuto – pasdaran in primis – probabilmente si giocherà sulla casella della diplomazia: Ali Bagheri Kani sarebbe in pole position essendo un ultraconservatore, ex vice negoziatore nelle trattative sul nucleare tra il 2012 e il 2013, ed oggi responsabile degli affari internazionali della magistratura iraniana, di cui Raisi rimane il capo fino ai primi di agosto. In corsa anche anche io conservatore che ha lavorato nello staff di Raisi, Manuchehr Mottaki, ex Ministro degli esteri nel governo di Ahmadinejad.
Ad aspirare a guidare la diplomazia iraniana anche un altro conservatore, Hussein Amirabdollahian, già viceministro degli esteri nel primo governo Rouhani, e oggi consigliere per la politica estera dello speaker del Parlamento, il conservatore Mohammad Baqer Qalibaf. In ballo anche il ministero dell’Intelligence, su cui i Guardiani potrebbero avere mire, in via irrituale, ma con una certa ratio avendo loro appoggiato Rasi. In pole position ci sarebbero Mahmoud Abdullahi, che è un religioso e attuale capo dell’intelligence della magistratura; Hossein Taeb, attuale capo dell’intelligence dei Pasdaran; Heidar Moslehi, già ministro dell’intelligence con Ahmadinejad. Per l’ultraconservatore Saeed Djalili, invece, ex candidato che si è ritirato in favore di Raisi, potrebbe esserci un posto come vicepresidente o capo del consiglio di Sicurezza.
“Ora che è nella posizione di presidente, Raisi avrà l’opportunità di piazzare attori conservatori, in particolare ex membri del Corpo delle guardie della Rivoluzione, in diversi settori del governo iraniano”, ha ipotizzato un ex ufficiale della Cia, Norman Roule, in un’intervista al quotidiano saudita “Arab News”, convinto che “l’elezione di Raisi significa che l’Iran sta passando a una nuova generazione di leader, che sarà per la linea dura e proseguirà le politiche aggressive dell’Iran nella regione. I proxy iraniani nella regione –gli Houthi (in Yemen), Kataeb Hezbollah e altre milizie irachene, le milizie in Siria e il libanese Hezbollah – continueranno a ricevere forte sostegno da Teheran”. Molti, soprattutto sul dossier yemenita, sono più cauti, ma in politica estera, però, come è noto, il boccino non è in mano alla Presidenza, bensì alla Guida Suprema e ai Guardiani. Il che vuol dire che Raisi potrà incidere molto poco.
Sul piano delle priorità del nuovo governo, non potrà mancare l’economia e quindi i negoziati sull’accordo nucleare (JCPOA) con gli Stati Uniti. Tuttavia, sembra improbabile che l’elezione di Raisi impedirà all’amministrazione Biden di rilanciare l’accordo sul nucleare, che Donald Trump ha denunciato nel 2018. Anzi. A detta di Ammar Maliki, “la priorità per il governo e per l’intero regime è l’economia e l’abolizione delle sanzioni per ottenere denaro. Per questo, il regime deve prendere alcune decisioni difficili e piegarsi alle condizioni che prevedono di agire come un potere regionale ‘normale’, che è difficile da accettare per il Leader Supremo. Comunque, se ci sarà un accordo tra Usa e Iran, lo si potrà fare durante Raisi perché sarà lui il vero rappresentante del regime islamico”. Questo potrebbe essere un approcciopragmatico in vista della difesa dell’interesse nazionale, ma senza esondare certi limiti: “Non legheremo gli interessi del popolo iraniano all’accordo nucleare” – ha dichiarato Raisi, nella prima conferenza stampa dopo la vittoria delle elezioni presidenziali –  “La nostra politica estera non si limiterà all’accordo nucleare”, “Non incontrerò Biden se prima non toglierà le sanzioni”, il richiamo alla “dignità” sono tutte  parole che non lasciano spazio a dubbi sul fatto che le trattative ripartiranno se verranno rispettate delle condizioni come la politica regionale iraniana – che comprende il forte rapporto con Iraq, Siria e Libano, ma sta prevedendo un inizio di dialogo con l’Arabia Saudita – o il programma missilistico.
Le trattative a Vienna sono in corso. Una riunione dei negoziatori si è tenuta addirittura il giorno dopo l’elezione del nuovo presidente, prima di una nuovo stop per il rientro dei partecipanti nelle rispettive capitali per consultazioni. Il capo negoziatore iraniano, Abbas Araghchi, ha affermato che “tutti i documenti sono pronti” per arrivare ad un’intesa. La scadenza ultima per una conclusione positiva è il 3 agosto quando Raisi prenderà formalmente il posto di Rouhani.

Intanto, nei giorni scorsi, gli Stati Uniti hanno chiuso 33 siti di notizie iraniani e collegati all’Iran perché accusati di diffondere disinformazione. Un colpo duro alla vigilia della scadenza dell’accordo con l’Aiea, l’agenzia internazionale per l’energia atomica, che ha impegnato l’Iran a conservare per tre mesi le registrazioni audio e video nei siti nucleari in cui gli ispettori non possono entrare. Proprio nelle stesse ore, è stato reso noto un attacco contro un edificio gestito dall’agenzia atomica iraniana che sarebbe stato sventato dalle forze di sicurezza iraniane.

Molte delle aspettative verso Rouhani erano legate agli sperati effetti positivi dell’accordo sul nucleare iraniano, il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), denunciato dagli Stati Uniti di Donald Trump che, con la sua strategia di ‘massima pressione’, ha deciso di imporre nuovamente le sanzioni, inferendo un colpo mortale ai riformistiL’economia iraniana si è molto deteriorata negli ultimi anni, gravata dalle sanzioni, ma anche dai suoi problemi strutturali che molto hanno a che fare con la cattiva gestione è la corruzione: l’inflazione annua dei prezzi al consumo è aumentata (tra il 2019 e il 2020) di oltre il 34%; mentre i costi di trasporto e l’inflazione dei costi abitativi sono aumentati rispettivamente dell’80% e del 44,6%. Nei 12 mesi terminati il ​​20 marzo 2020, gli iraniani si sono trovati in grado di acquistare solo la stessa quantità, in media, di 15 anni fa. Le famiglie rurali sono state ulteriormente arretrate, al 1998. A causa di svalutazione e inflazione, i tassi di povertà sono aumentati. Più di 4 milioni di persone si sono unite ai ranghi dei poveri dal 2012, tre quarti di loro da quando Trump ha reimposto le sanzioni all’Iran dopo il ritiro dall’accordo nucleare nel 2018. In totale, sono ormai oltre 30 milioni le persone povere. Addio classe media, dunque. Prima della reimposizione delle sanzioni nel 2018, quasi il 60% degli iraniani poteva essere classificato come classe media in base alle loro spese di consumo. Nel 2019-20, meno del 50% poteva essere classificato in questo modo. Altre stime parlano addirittura di un 30% odierno. Circa 8 milioni di iraniani sono caduti nella fascia a basso reddito dal 2011, tre quarti di loro durante la campagna di massima pressione di Trump. La pandemia di COVID-19 ha gettato benzina sul fuoco.

Nel 2011, l’allora Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad contribuì a lenire il dolore delle sanzioni emettendo trasferimenti di denaro ai cittadini del paese. Il governo del presidente Hassan Rouhani, invece, non è stato di grande aiuto. Le sanzioni di Trump colpiscono la principale fonte di reddito del governo, le entrate petrolifere, molto più duramente dei loro predecessori, e Rouhani, per concezione, non crede ai sussidi. I trasferimenti di denaro iniziati nel 2011 continuano, ma valgono solo 19 dollari a persona al mese in dollari statunitensi a parità di potere d’acquisto, in calo rispetto ai 90 dollari all’inizio. Altri trasferimenti governativi, per i quali si qualificano principalmente i poveri, sono ancora più piccoli, in media 6 dollari al mese per il 20% più basso della distribuzione del reddito.

Le difficoltà economiche dell’Iran hanno, quindi, aggravato la frattura tra il regime e i cittadini e causato una diffusa apatia politica tra gli iraniani. “Le persone hanno votato per il cambiamento e il cambiamento è in direzione dei veri valori islamici”, ha affermato Raisi nel suo primo discorso. “Sarò il vostro servitore, costruiremo un governo meritocratico e la nostra guida sarà la giustizia, nell’economia come nell’istruzione. Bisogna distribuire la ricchezza”. Detto in modo più esplicito, sussidi e assistenza. Ma si stanno già aprendo nuove divisioni anche all’interno del campo conservatore. Durante il suo mandato come capo della giustizia, ha trascorso più tempo a prendere di mira i propri alleati politici rispetto ai riformisti o ai moderati. I due principali processi per corruzione condotti sotto di lui riguardavano il suo predecessore, Sadegh Larijani, e il suo rivale interno e attuale portavoce del Majlis, Muhammad Bagher Ghalibaf. Insomma, per Raisi la missione è la sopravvivenza della Rivoluzione Islamica. Ma gli ‘aiutini’ basteranno?

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