domenica, Maggio 16

Iran, mondiali born in the Usa Restyling americano per la nazionale persiana. Il calcio supera la politica

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I più forti sono i ragazzi del volley tirati su da Julio Velasco. Che dopo l’argentino delle nazionali azzurre, volevano per forza un allenatore italiano: Lorenzo Bernardi, o meglio ancora Andrea Anastasi.
Tra ping pong e dinieghi, gli iraniani si sono poi dovuti accontentare del serbo Slobodan Kovac, che comunque è volato a Teheran dal Perugia per guidare la nazionale di pallavolo che alla World League sarebbe stata battuta (3-0) dagli azzurri, vittoriosi anche su Brasile e Polonia.
Nelle tribune del Foro italico trasformato in stadio si scalpita ancora, mai persiani del volley restano comunque una squadra in ascesa, che primeggia in Asia e minaccia i team europei.
Meno consolidata è la nazionale di calcio che sbarca ai Mondiali brasiliani fiaccata da anni di dure sanzioni, a competere contro grandi club. Nessuno si aspetta che la squadra iraniana faccia faville: epperò la ricetta –commissari tecnici e giocatori richiamati per il restyling dall’estero– alla fine è quella del volley e qualche sorpresa potrebbe pure esserci.

Il portoghese Carlos Queiroz, ex del Real Madrid e del Manchester United, ce l’ha messa tutta per non sfigurare: sulla panchina iraniana dal 2011, ha anche protestato per avere più giorni di allenamento a disposizione.
Per l’Iran la qualificazione tra i competitor asiatici è stata agevole: solo due sconfitte su 16 match. E nell’amichevole contro il Trinidad & Tobago, se l’è cavata con un 2:0: solo un goal in meno contro i caraibici (3:0) dell’Argentina, che resta la bestia nera da sconfiggere nel girone. Contro il nuovo pibe de oro Leo Messi, gli Ayatollah si sono turati il naso, richiamando a rapporto un’armata di giocatori della diaspora. Inclusi quelli cresciuti nel Grande Satana.

Neanche il curriculum vitae di Queiroz, una parentesi da ct nel New York MetroStars e flirt con il mondo calcistico degli Usa, è illibato.
Proprio con l’ingresso del coach globetrotter, nella nazionale iraniana sono iniziati a sfilare gioielli esotici, come il difensore Steven Beitashour: iraniano di padre cristiano e madre musulmana, che dalla California dov’è nato se n’è andato a giocare tra i canadesi del Vancouver Whitecaps, per poi ricevere dal ct di Teheran l’assicurazione della chiamata ai Mondiali. Nel 2012 Beitashour aveva rispedito al mittente la convocazione per la nazionale a stelle e strisce e Queiroz non poteva farsi sfuggire questa occasione. Ma tra i suoi assi nella manica c’è anche il ‘kuwaitiano’ Javad Nekounam: centrocampista con 136 presenze e 37 reti in nazionale, non proprio una primula di campo visto che è in squadra idolatrato dal 2000. Eppure sempre in giro, strapagato prima dai rivali arabi, poi dagli spagnoli dell’Osasuna, infine di nuovo dagli emiri liberati dagli Usa.
Un’altra colonna della nazionale è Andranik Teymourian, di etnia armena in squadra dal 2005 ma con una gloriosa trasferta inglese nel Bolton, tra il 2006 e il 2008. Iraniano anche di residenza, ma con la peculiarità di essere l’unico giocatore di fede cristiana: idolo anche lui, per altro verso, della diaspora armena nel mondo.

Tra i persiani di ritorno in cui i tifosi sperano di più ci sono invece il portiere Daniel Davari, madre polacco-tedesca e padre iraniano, che dopo anni di militanza calcistica in Germania e un futuro in Svizzera (dall’Eintracht Braunschweig a luglio passerà al Grasshopper Club di Zurigo), al fischio di Queiroz è volato aTeheran.
Diretto con lui in Brasile c’è anche il quasi connazionale Ashkan Dejagah, iraniano atterrato a un anno a Berlino, cittadino tedesco e poi talento della nazionale giovanile di Germania. Finché, nel 2006, il fuoriclasse non si rifiutato di scendere in campo contro Israele, passando poi all’Iran per le qualificazioni momdiali del 2014.
Dal 2012, gli scudetti Dejagah li gioca Oltremanica, nel Fulham di Londra che lo ha ingaggiato con un contratto d’oro di più di 4 milioni di dollari per tre anni. A Teheran viene osannato come il rivale del Charlton londinese Reza Ghoochannejhad, attaccante iraniano naturalizzato olandese, nella under 19 d’orange e anche lui sfilato da Queiroz ai vivai europei. Suo è stato il goal contro la Corea del Sud del 2013, che è valso alla nazionale persiana l’ingresso ai mondiali. E tanto è bastato a Ghoochannejhad per entrare nella storia.
Last but not least, gli iraniani stravedono per Masoud Shojaei: talento quotatissimo di Shiraaz, da 10 anni in nazionale, ma anche lui, come Nekounam, migrato prima negli Emirates, poi nell’Osasuna, infine nei campi soleggiati del Las Palmas, alle Canarie.

Tra gli oriundi il richiamo delle madrepatria è sempre forte. Un nazionalismo di ritorno, per il quale gli Ayatollah sono disposti a chiudere più di un occhio sulle green card.

Epperò la Repubblica islamica è andata anche oltre, dimostrando che, se per i calciatori fuoriclasse pecunia non olet, nemmeno gli americani fanno specie, se servono a mettere in piedi una squadra di campioni.
Nomi di punta europei, d’altra parte, costerebbero di più. E così, storcendo un po’ il naso, a istruire i portieri della nazionale gli eredi di Khomeini hanno accolto a Teheran l’ex calciatore americano Dan Gaspar, di origini portoghesi come Queiroz e suo braccio destro dai primi incarichi negli Usa.
La caccia degli iraniani tra le promesse a stelle e strisce non è neanche farina del sacco del Gabinetto di Hassam Rohani, il Presidente della perestroika che a settembre ha parlato al telefono con Barack Obama.
Al contrario, gli ami sono stati gettati per anni, anche durante le Amministrazioni di Mahmoud Ahmadinejad. Risale al 2009, infatti, la chiamata a ct della nazionale dell’irano-americano Afshin Qotbi, talent scout di star del pallone della ricca California e poi allenatore di grido. In Iran però ha raccolto solo magri risultati, che lo hanno costretto a migrare, con la moglie sud-coreana, nei campi giapponesi.

Con le coppe del mondo gli iraniani sono suscettibili. Prima di Queiroz, Qotbi era corso al capezzale dell’Iran dopo una catena di siluramenti, complice l’onta della sconfitta casalinga con l’Arabia Saudita, che costò alla nazionale islamica l’esclusione ai mondiali del 2010.

L’Iran non perdona. Ma se vince, allora tutti sono buoni. Ne è la prova il documentario sbarcato alla Berlinale ‘The Iran Job‘ del tedesco Till Schuader, su un anno di vita a Shiraz del cestista afro-americano Kevin Sheppard, ingaggiato dai persiani del luogo.
Tra il 2008 e il 2009, il biennio delle contestazioni dell’Onda verde, la tensione tra Iran e Usa schizzò alle stelle. Ma la vita di Sheppard, ripreso da una telecamera nascosta, restò tranquilla per non dire piena di soddisfazioni. «Tutto è apparso ben diverso da quello che ci aspettava. Gli iraniani sono ospitali. È stato accolto a braccia aperte, con calore, e non ha scontato alcun razzismo perché nero», ha raccontato il regista.
Tra le fan più accanite anche tre donne, diventate sue amiche e proiettate, con le loro storie, sui maxi schermi dei cinema americani, dove la pellicola è stata diffusa, limitatamente ma con un certo seguito.
Neanche l’ex ct della nazionale italiana di pallanuoto Paolo Malara, che nel 2011 fece il grande salto per Teheran, dopo aver portato gli azzurri a Pechino si è mai pentito dell’anno e mezzo trascorso in Iran. Dopo San Paolo 2014, avanti i prossimi.

 

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