mercoledì, Agosto 4

Iran: lo scaltro opportunismo di Raisi fa bene all’accordo sul nucleare Con il Presidente Raisi, i conservatori e il leader supremo hanno maggiori incentivi a raggiungere un accordo con gli Stati Uniti per la revoca delle sanzioni, in quanto non possono più incolpare un Presidente riformista per le difficoltà economiche

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Il 19 giugno il Ministero dell’Interno iraniano ha annunciato che il vincitore delle elezioni presidenziali dell’Iran del 18 giugno è Ebrahim Raisi, capo della magistratura iraniana e stretto alleato del leader supremo. Lo sforzo dei governanti conservatori iraniani di orchestrare l’esito delleelezioni ha innescato un boicottaggio degli elettori -ha votato il 49% della popolazione, mai così poco-, ma è andato in porto. Così «in Iran sono andati a posto gli ultimi tasselli per una presa di potere epocale, con conseguenze potenzialmente di vasta portata per il Paese e le sue relazioni con il resto del mondo», afferma, su ‘Foreign Policy’,Sajjad Safaei del Max Planck Institute for Social Anthropology.

In queste ore si susseguono le ipotesi di come sarà la presidenza di Raisi. Tra i temi al centro dell’attenzione, l’accordo sul nucleare iraniano, il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA). Non sono pochi gli osservatori che ritengono che l’elezione di Raisi potrebbe essere un fatto positivo anche per l’Occidente, almeno per quanto riguarda l’accordo sul nucleare, «a partire dai negoziati attualmente in corso a Vienna per il ripristino dell’accordo del 2015, che è stato fatto deragliare dall’ex Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, nel 2018», come sostieneNader Habibi, docente di Economia del Medio Oriente alla Brandeis University. La motivazione Habibi la rintraccia nel curriculum di Raisi e nel sistema di potere dell’Iran.

Raisi è «un fedele membro del regime con una lunga carriera nel ramo giudiziario, che risale a più di quattro decenni fa». E se è vero che è uomo scelto dall’Ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran, è anche vero che la sua vicinanza ai vertici religiosi della Rivoluzione risalgono a ben più lontano. «Aveva solo 19 anni», afferma Nader Habibi, «quando la rivoluzione islamica depose lo scià, nel 1979. Da giovane attivista islamico, attirò l’attenzione di diversi esponenti del clero rivoluzionario, tra cui Ali Khamenei, che dieci anni dopo divenne il leader supremo dell’Iran. Nominato procuratore generale di Kataj -una piccola città vicino a Teheran- all’età di 20 anni, Raisi è rapidamente salito a posizioni più importanti. Nel 1989, quando Khamenei sostituì Ruhollah Khomeini come leader supremo, Raisi fu promosso a capo procuratore generale di Teheran. Questa promozione rifletteva l’alto livello di fiducia che Khamenei aveva in lui. Mentre prestava servizio in queste posizioni, Raisi ha frequentato il seminario e gli studi religiosi sotto Khamenei e altri influenti leader religiosi. Durante il primo decennio della sua carriera, Raisi condannò un gran numero di dissidenti e oppositori politici del regime islamico e molti di loro furono condannati a morte. I critici del regime e i suoi oppositori politici hanno condannato il suo ruolo diretto in queste esecuzioni, in particolare il gran numero di prigionieri politici giustiziati nel 1988.

Dal 1994 al 2004 Raisi è stato capo dell’ufficio dell’ispettore generale iraniano, responsabile della prevenzione dell’abuso di potere e della corruzione nelle istituzioni governative. Fu in questa posizione che sviluppò la reputazione di crociato contro la corruzione del governo. Anche quando è stato nominato primo vicecapo della giustizia nel 2004 e infine promosso capo della giustizia nel marzo 2019, ha continuato la sua lotta contro la corruzione perseguendo molti funzionari governativi. I suoi critici hanno sostenuto che la sua lotta alla corruzione è stata altamente politicizzata e selettiva. Hanno affermato che ha preso di mira individui affiliati ai suoi rivali politici, come il Presidente Hassan Rouhani».
Come dice Safaei, Raisi, definito in Occidente un ‘duro’, ma etichettarlo come «un fanatico,significa perdere la componente più importante della sua personalità politica: il suo scaltro opportunismo. Questa è la qualità che meglio spiega la sua ascesa e meglio predice lo stile della sua futura leadership».

La figura complessa di Raisi deve essere inquadrata nel sistema di funzionamento delle istituzioni dell’Iran. «Una delle debolezze istituzionali del sistema politico iraniano dalla rivoluzione islamica del 1979 è il potenziale di tensione e disaccordo tra i presidenti eletti e il leader supremo», spiega Habibi. Il sistema impone competitività tra le sue istituzioni. Infatti, la forma futura del sistema politico, e la redistribuzione delle posizioni centrali di potere, è al centro di un dibattito che all’interno della politica iraniana, lontano dagli sguardi dell’opinione pubblica, si sta affermando. Le nuove generazioni aspirano a realizzare una necessaria modernizzazione del sistema politico, un cambiamento volto a una maggiore efficienza e vitalità, lontano dallo stato attuale, che lo pone sotto la tutela dei religiosi, una situazione che è diventata un pesante fardello per il sistema e lo Stato nel suo insieme.
In Iran, ad esempio, «un Presidente riformista potrebbe voler impegnarsi di più con l’Occidente o rimanere fuori da un conflitto straniero, il volere del leader supremo prevarrebbe, o semplicemente ignorerebbe» il volere del Presidente. «Come protetto e stretto alleato del leader supremo,Raisi dovrebbe sostenere le politiche di Khamenei sia in politica interna che estera, il che significa un maggiore coordinamento tra i vari rami del governo. Con il Parlamento dominato dai sostenitori di Khamenei, i conservatori controlleranno ancora una volta tutti e tre i rami del governo. Questa armonia comporta che Raisi sarà molto più efficace come Presidente, perché qualunque politica perseguirà sarà molto probabilmente supportata dal leader supremo». E Raisi, come detto, è più di un pragmatico, è uno ‘scaltro opportunista’. «È un uomo mosso prima di tutto da una profonda devozione all’acquisizione del potere, piuttosto che da una fanatica adesione all’ideologia. Qualunque cosa richiedano i tempi politici, e da qualunque direzione provengano tali richieste, è pronto a rispondere», e adeguarsi, afferma Sajjad Safaei.

Ed ecco qui la questione dell’accordo nucleare. Afferma Nader Habibi: «sia le fazioni riformiste che quelle conservatrici in Iran sono pienamente consapevoli che un nuovo accordo sul nucleare,che potrebbe porre fine alle severe sanzioni economiche imposte al Paese, è molto popolare. La squadra che firmerà l’accordo riceverà credito per aver posto fine alle difficoltà economiche che il Paese sta attualmente sopportando. Ad esempio, l’inflazione è superiore al 50%, le esportazioni sono crollate a causa delle sanzioni e oltre il 60% della popolazione è ora in povertà, rispetto al 48% di appena due anni fa.

Con il Presidente Raisi, i conservatori e il leader supremo hanno maggiori incentivi a raggiungere un accordo con gli Stati Uniti per la revoca delle sanzioni in quanto non possono più incolpare un Presidente riformista per le difficoltà economiche».
E però attenzione, il
«successo di questa strategia è tutt’altro che garantito. Primo, se Khamenei, Raisi e i loro sostenitori intransigenti insistono nel mantenere la politica estera conflittualedell’Iran, è improbabile che le sanzioni economiche contro l’Iran si allentino. Non tutte le sono legate direttamente all’accordo sul nucleare, comprese le sanzioni contro lo stesso Raisi», che infatti prima ancora del voto del 18 giugno si sosteneva che al tavolo di Vienna fossero in discussione. «In secondo luogo, la crescente alienazione e frustrazione di ampi segmenti della popolazione iraniana -specialmente dopo che ai riformisti è stato vietato di candidarsi alla presidenza- può portare a nuovi disordini di massa e instabilità politica».

Due rischi molto preoccupanti. Relativamente al primo rischio, quello attinente al cambio di rotta in politica estera, afferma Sajjad Safaei: «Sebbene l’investitura di Raisi porti probabilmente a un cambiamento al timone della politica estera, è prevedibile un certo livello di continuità a livello di grande strategia. Ad esempio, durante l’ultimo round dei dibattiti presidenziali televisivi, Raisi ha riaffermato esplicitamente l’impegno dell’Iran nell’attuazione del JCPOA: “Siamo impegnati nel JCPOA … ma il JCPOA ha bisogno di un governo forte per attuarlo“». Affermazione che trova motivo nella volontà di Ali Khamenei di riattivare l’accordo; c’è da credere che l’accondiscendenza opportunistica di Raisi farà di tutto per accontentare Khamenei, posto che accontenterebbe anche gli iraniani, … insomma, due piccioni con una fava. «Ma l’esistenza di una strategia, su JCPOA o altro, è una cosa. La sua riuscita, però, richiede diplomatici e tecnocrati competenti», e questo è ben altra cosa. «Indipendentemente dalle prospettive di politica estera della squadra di Raisi, la carenza di diplomatici qualificati in posizioni chiave potrebbe potenzialmente interrompere gli ingranaggi della diplomazia del Paese», avverte Safaei. «Questo stesso scenario è diventato realtà durante la presidenza di Mahmud Ahmadinejad, quando Manouchehr Mottaki, attualmente assistente di Raisi in politica estera, ha assunto il ruolo di massimo diplomatico iraniano. Durante questo periodo, la mancanza di competenza tecnocratica potrebbe minare la riuscita della strategia».

Circa il secondo rischio, quello relativo alla stretta autoritaria, «consapevole che manca il sostegno di ampie fasce della popolazione, un’Amministrazione Raisi può anche trovarsi a non avere la fiducia necessaria per resistere alle proteste, rendendo più probabile lo scagliarsi pesantemente contro i critici». «Questa insicurezza è resa ancora più incendiaria dal carattere punitivo di Raisi. Significativamente, è il primo Presidente iraniano il cui background esecutivo è enormemente sminuito dai suoi quasi quattro decenni di esperienza nell’ambito penale». «Questo aspetto del curriculum di Raisi influenzerà probabilmente il modo in cui risponderà alle proteste popolari, vale a dire prevarranno gli strumenti punitivi a lui più familiari».

Nucleare a parte, prosegue Habibi, «la vittoria di Raisi potrebbe avere un impatto ancora più significativo sulla politica iraniana a lungo termine perché potrebbe aprirgli la strada per diventare il prossimo leader supremo dell’Iran. L’ayatollah Khamenei ha 80 anni e nei prossimi quattro anni è considerata probabile la successione a un nuovo leader supremo. Secondo molti addetti ai lavori, Raisi è diventata la persona più probabile per sostituire Khamenei vincendo le elezioni presidenziali. Se Raisi diventasse il leader supremo dell’Iran, avrebbe molti più poteri per plasmare tutte le politiche del Paese. Sulla base del suo background e dei suoi valori, è probabile che resista alle riforme politiche e sociali e cerchi di ottenere legittimità per il regime islamico concentrandosi sullo sviluppo economico in modo simile ai regimi autoritari in Asia, come la Cina, concentrandosi sulla crescita economica limitando le libertà politiche e sociali. È improbabile che Raisi come leader supremo abbandoni la politica estera anti-occidentale dell’Iran, ma ha il potenziale per abbassare le tensioni a un livello più gestibile al fine di migliorare l’economia iraniana». Anche perchè «sembra aver riconosciuto che il perdurare delle attuali difficoltà economiche rappresenta la più grande minaccia per il regime islamico nel lungo periodo».

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