martedì, Maggio 11

Iran, l'Iraq che divide field_506ffb1d3dbe2

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 Rohani Ayatollah Khamenei

Sui media iraniani non si parla d’altro. Delle prime aziende della Repubblica islamica che iniziano a ritirarsi dall’Iraq. Delle forze irachene che, secondo la propaganda, catturano i leader dell’ISIS (Stato islamico dell’Iraq e del Levante) e dell’Esercito siriano che riguadagna terreno sui miliziani jihadisti. Del rischio di balcanizzazione del Medio Oriente e dei fantasmi della lunga guerra tra Iraq e Iran (1980-1988), che lasciò il Paese traumatizzato e in macerie.
Meno si parla pubblicamente della possibile collaborazione tra Stati Uniti e Repubblica islamica, alla quale ha lasciato aperta la porta il Presidente iraniano Hassan Rohani, con il placet della Guida Suprema Ali Khamenei. E ancora meno, a livello ufficiale, si parla di un futuro intervento militare dei Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran) in Iraq, annunciato in caso di attacco territoriale e in difesa dei santuari sciiti in Iraq. Ma al momento categoricamente escluso da Teheran.

Due forze contrapposte remano l’una in favore della mediazione con il nemico per combattere il male maggiore (ISIS), l’altra verso l’intervento armato in difesa dell’asse sciita mediorientale: del quale, dal Libano all’Iran passando per la Siria di Bashar al Assad, il Governo iracheno di Nuri al Maliki è un anello fondamentale.
Come gli Usa, l’Iran è spaccato tra gli interventisti guidati dall’ala dura dei Guardiani della Rivoluzione e i negoziatori riformisti e moderati, assai più propensi alla soluzione politica auspicata, Oltreoceano, da Barack Obama.
Stavolta però non si tratta solo di una polarizzazione politico-istituzionale d’apparato: quella che dall’elezione di Rohani, un anno fa, blocca il cambiamento sostanziale del Paese. Sui social media, tra la gente comune, rimbalza il tam tam degli iraniani pronti a imbracciare le armi contro l’estremismo islamico cosiddetto sunnita. E di altrettanti cittadini impauriti per una guerra troppo vicina, alle porte di casa.

Come in altre occasioni, l’Ayatollah Khamenei è rimasto in mezzo al guado, condannando eventuali ingerenze degli Usa in Iraq ma astenendosi  dall’appoggiare interventi iraniani, tanto meno assi anti-ISIS tra Teheran e Washington.
Probabilmente agirà da dietro le quinte, com’è avvenuto per la minaccia talebana nel 2001 e anche dopo la caduta di Saddam Hussein, nel 2003, passando informazioni alla Casa Bianca: indiscrezioni parlano di una collaborazione già in corso tra le due intelligence.
Ma se la Guida Suprema (a capo dei Guardiani della Rivoluzione) ha adottato astutamente un low profile, sul suo sito web il Gran Ayatollah Naser Makarem Shirazi, importante guida spirituale dell’Islam sciita, ha chiamato alla jihad «in difesa dell’integrità dell’Iraq e, in special modo, dei suoi santuari». Membri dei Basij, i paramilitari agli ordini dei Pasdaran in prima linea, negli anni ’90, contro Saddam, hanno dichiarato di aspettare, dall’alto, solo «una parola dal Leader», ossia di Khamenei.

Allarmati per un’invasione dell’ISIS, anche i giovani, lontani dagli ultra-conservatori e dalle azioni dei Pasdaran, scrivono sui social media di essere favorevoli a una guerra preventiva in Iraq, che neutralizzi il rischio di una futura guerra in casa.
La paura di molti iraniani è anche che l’estremismo dei jihadisti, in discreto numero stranieri, fondatori di un Califfato islamico a cavallo di Iraq e Siria, venga emulato dalle cellule fondamentaliste sunnite della regione cuscinetto del Sistan-Baluchistan, al confine con il Pachistan e già teatro di attentati e sequestri.
Per capire quanto l’opinione pubblica sia sensibile al tema, basti ricordare che, in occasione del rapimento, nel febbraio scorso, di cinque guardie di frontiera iraniane, solo l’appelloFree iranian soldiers‘ lanciato dagli attivisti in Rete raccolse, in pochi giorni, oltre 66 mila firme.

Dopo la presa jihadista di Mosul, sul sito vicino ai conservatori iraniani ‘Mashreq news’ è circolata la notizia di un tweet anti-sciita e anti-iraniano dell’ISIS che ha suscitato panico:  «Il nostro obiettivo è la distruzione totale dei luoghi sacri a Najaf, Karbala e Samarra», sarebbe il testo non confermato «sappiate che dopo aver spianato questi siti, il nostro prossimo target sarà l’Iran, raderemò Mashad di netto, al suolo».
Sui social media è poi rimbalzata la notizia di un attacco dei fondamentalisti sunniti alle guardie di frontiera nella città di Qasre Shirin, a nord-est della provincia irachena di Diyala, occupata dai miliziani: uno degli utenti ha pubblicato anche una foto, ripresa dal blog ‘War is boring’, con due uomini, indicati come morti negli scontri in questione.
Difficilmente i Pasdaran confermeranno simili indiscrezioni. È un dato, tuttavia, che nella primavera in Iraq -dove dalla caduta di Saddam sono di stanza centinaia di unità delle forze speciali all’estero al Quds dei Guardiani della Rivoluzione e operano diverse aziende- i jihadisti in nero hanno scagliato diversi kamikaze contro obiettivi iraniani. Da un paio di settimane, inoltre, provocatoriamente l’ISIS ha anche iniziato a diramare i propri comunicati di propaganda in farsi, la lingua ufficiale persiana.

A livello politico, a Teheran la sola unità di vedute su come agire in Iraq è quella del fine comune -prioritario per l’Iran- di evitare la disgregazione territoriale del Paese.
Come tamponare, concretamente, le spinte divisive è materia di accese dispute. Se da una parte, infatti, il due volte Presidente iraniano Akbar Hashemi Rafsanjani (‘kingmaker’ di Rohani), pur di un fronte comune contro l’ISIS è disposto non solo a cooperare con gli Usa, ma a collaborare con i rivali geopolitici dell’Arabia Saudita, dall’altra i vertici dei Pasdaran e i tradizionalisti rimproverano agli Stati Uniti l’ambiguità dei rapporti con gli Stati del Golfo (reali sauditi ma anche Qatar), accusati di aver finanziato e finanziare i jihadisti in Siria e in Iraq. «Per fronteggiare l’estremismo e contrastare l’ignoranza, è necessario lo sforzo di tutte le Nazioni islamiche, in particolar modo Iran e Arabia Saudita, per mantenere la stabilità e la sicurezza nella regione. Le azioni dei gruppi terroristici sono cresciute nell’ombra delle divergenze tra i Governi islamici che hanno indebolito l’Islam», ha dichiarato Rafsanjani, eminenza grigia attuale Presidente del Consiglio per il Discernimento e vicino agli ambienti sauditi, in un incontro all’Ambasciata iraniana a Riad.

 Sul fronte opposto, il capo delle Forze armate Hassan Firouzabadi ha rinfacciato agli Stati Uniti l’aver «creato i gruppi terroristi» e il «distruggere, con un intervento, la democrazia in Iraq». «Una collaborazione con gli Usa sarebbe senza senso», ha chiosato, appoggiato dai Basij, il comandante militare secondo solo a Khamenei, stroncando così le prove di dialogo tra il Presidente Rohani e Washington.
La stampa conservatrice ha anche ricordato come la collaborazione contro i talebani abbia valso all’Iran l’annessione americana tra i Governi dell’Asse del male. «La maggioranza dei piani che prefigurano una disintegrazione dei Paesi mediorientali in entità politiche più piccole sono, in primo luogo, i piani di Israele, il cui obiettivo principale è assicurare la sua superiorità politica nella regione», ha scritto Maryam Fattahi sul sito iraniano Borhan News‘. La vecchia logica colonialista del ‘divide et impera’, per l’esperta iraniana di tematiche dell’Ovest asiatico, vale ancora: difficile, dunque, fidarsi degli Usa.

 

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