venerdì, Aprile 23

Iran, l'enigma Khamenei field_506ffb1d3dbe2

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Ali Khamenei

La Guida suprema iraniana Ali Khamenei non è vecchia. Alla sua età Rohollah Khomeini, padre della Rivoluzione islamica, doveva ancora rimpatriare dalla Francia, nel 1979, da leader incontrastato ma solo a 77 anni.
Per il ruolo che ricopre da cinque lustri, a 75 anni la massima autorità di Teheran è, tutto sommato, giovane. Tuttavia, da tempo è oggetto di speculazioni per la sua – si afferma – cattiva salute.
Voci su una sua successione si alternano sin dalle elezioni del 2009, che segnarono la contestata riconferma del Presidente Mahmoud Ahmadinejad e l’esplosione dell’ondata di proteste popolari, cavalcate dall’ala riformista e duramente represse dai Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran).

Si scrisse che la lotta intestina tra gli ultra-conservatori di Ahmadinejad, appoggiato dai militari, e la corazzata ormai predominante dei progressisti – prima per la presidenza prima, poi la caduta del governo – altro non era che il preludio della madre di tutte le guerre, per la poltrona di Khamenei. Nei documenti americani diffusi da WikiLeaks, fonti interne iraniane davano la Guida Suprema come «malato di cancro», addirittura in fase «terminale». Tanto che il due volte Presidente Akbar Hashemi Rafsanjani, kingmaker di Khamenei alla sua investitura nel 1989 ma in rotta di collisione con Ahmadinejad, era pronto a prenderne in posto. Con tutta evidenza, il dispaccio si rivelò falso. Ma di una ricaduta di Khamenei in una malattia, a questo punto, «cronica» si è tornato a parlare nell’autunno scorso. Quando, dal 5 ottobre 2013, per tre settimane la Guida Suprema è sparita dalla scena pubblica.

Muto anche per il tradizionale messaggio della festività sciita di Eid al Ghadeer, per alcuni fedeli era «alla fine» e il giornalista iraniano Hossein Rostami raccomandava, rilanciato dal britannico ‘Times‘, «di pregare per lui».
Secondo alcune indiscrezioni di Teheran, riprese dagli israeliani, la Guida Suprema sarebbe collassata durante un incontro privato e poi prontamente ricoverata per alcuni trattamenti. Ma da novembre Khamenei ha ripreso a intervenire, come se nulla fosse. Per Natale e Capodanno, i siti d’informazione hanno diffuso un suo lungo e vecchio messaggio di auguri a «tutti i cristiani e musulmani nel mondo». E l’attività dell’account in inglese Twitter, attribuito alla Guida Suprema, è addirittura aumentata, con il nuovo anno, grazie ai cinguettii ritwittati di un nuovo account in farsi (la lingua persiana), a suo nome.

Un’altra novità. Positiva per chi, nel 2014, si aspetta una caduta della censura, anche parziale, per l’accesso ai social network occidentali a tutti cittadini iraniani comuni. Fossero anche farlocchi, i due account di Twitter vengono tollerati. Per tutti questi motivi, non ultima l’apertura agli Usa e l’accordo sul nucleare, Khamenei figura nella lista della people to watch del 2014, dell’Istituto italiano per gli studi di politica internazionale (Ispi) che dedica un lungo profilo alla Guida Suprema. E «all’enigma» di quanto potere assoluto abbia, realmente, l’erede di Khomeini nella Repubblica islamica.

In teoria, Khamenei ha un potere assoluto, delegatogli da Dio. Ma capire chi sia realmente e che intenzioni abbia per il futuro, non è facile, considerata la complessità del sistema chiuso della teocrazia iraniana. Isolata, per giunta, con l’inasprirsi delle sanzioni internazionali fino all’elezione del neo Presidente Hassan Rohani. È possibile che le voci di una grave malattia della Guida Suprema siano strumentalizzazioni delle fazioni in lotta nell’establishment. Ma intanto, Oltreoceano, il Washington Institute for Near East Policy ha ritenuto opportuno riservare nel 2012 un focus «all’Iran post-Khamenei», dal titolo ‘Suprema successione‘.

Nei suoi 25 anni di mandato, il percorso della Guida suprema non è stato lineare e le sue incoerenze rendono ancora più difficile decifrarne le mosse. Consigliere intimo di Khomeini, l’allora Presidente iraniano Khamenei fu scelto nel 1989 dal Consiglio degli Esperti – gli 86 religiosi eletti dal popolo con potere di nomina e revoca della più alta carica della Costituzione – in quanto candidato di punta di Rafsanjani, ex compagno di studi nonché fedelissimo del fondatore della Repubblica islamica. Rafsanjani fu decisivo nel convogliare pacchetti di voti sul suo uomo, proprio come, nel 2013, lo è stato nel far arrivare l’endorsement dei riformisti sul moderato Rohani. Presidente tra il 1989 e il 1997, Rafsanjani – considerato un centrista pragmatico – ha da sempre in animo di modernizzare il Paese, favorendo anche la distribuzione del potere, in senso collegiale, da un leader unico a un consiglio ristretto, composto dagli Ayatollah più autorevoli.

In Iran, l’apertura proseguì con l’elezione, nel 1997, del suo successore Mohammad Khatami, ammesso da Khamenei tra i candidati e considerato il primo presidente riformista dell’Iran. Con un delfino di Khatami, Teheran avrebbe chiuso i negoziati sul nucleare con dieci anni di anticipo, avvicinandosi all’Occidente. Invece la Guida Suprema – alle consultazioni del 2005 prima e durante le proteste del 2009 per i brogli sospetti, poi – optò per un passo indietro, favorendo l’ascesa al potere di Ahmadinejad e permettendone la riconferma. Di Ahmadinejad, Khamenei ha sconfessato svariate scelte, prima tra tutte la nomina di Esfandiar Rahim Mashaei, cognato dell’allora Presidente, suo vice per appena nove giorni.  Ma non è mai arrivato a inficiare i risultati dubbi del 2009, dando ragione ai riformisti della cosiddetta Onda Verde Mir Hossein Moussavi e Mehdi Karroubi, compagni di rivoluzione rimasti ai domiciliari anche dopo le lenzuolate di riforme promesse da Rohani.

Prima del voto del 14 giugno scorso, solo in poche mosche bianche scommettevano sull’inizio di una stagione di dialogo. Rafsanjani, deus ex machina di cinque anni più anziano di Khamenei, era stato escluso dalle presidenziali dal Consiglio dei guardiani, l’organo costituzionale controllato dalla Guida Suprema che valuta le candidature. Lo stesso Khamenei che, mesi dopo, avrebbe teso la mano agli Usa, invitando i Pasdaran alla «flessibilità eroica», veniva additato come uno strenuo conservatore. Deciso a isolare ancora di più l’Iran dal diavolo sionista e dall’Occidente. Se necessario, truccando i risultati in favore dei tradizionalisti. In realtà, preso atto dell’inaffidabilità di Ahmadinejad e della durezza dell’embargo, da mesi la Guida Suprema aveva avocato a sé il dossier sul nucleare, avviando trattative sotterranee con l’Amministrazione Usa di Barack Obama.

“L’accordo sulle centrali atomiche è il risultato di un cambiamento politico voluto da Khamenei. È a lui e alle sanzioni, piuttosto che a Rohani, che chi apprezza il nuovo corso dovrebbe essere grato”, ci racconta l’ex funzionario del Ministero degli Esteri Ahmad Hashemi, tra i candidati esclusi alle passate presidenziali, ora rifugiato in Turchia. Per Hashemi, non deve stupire l’inversione a U della Guida Suprema. Tutta esistenza della Repubblica islamica è fondata sulle contraddizioni, l’inganno e le bugie. Nei primi giorni della Rivoluzione, Khomeini promise libertà politica a tutti i partiti e servizi gratuiti ai cittadini. Ma poi, consolidato il suo potere, si rimangiò la parola data. Una delle ragioni di tale flessibilità negli uomini di Stato iraniani sta nel fatto che, secondo l’interpretazione dell’Islam alla base della teocrazia, in nome della ragion di Stato è permesso mentire e mistificare. A tutela della sicurezza e degli interessi nazionali questa tecnica è giustificata. Tuttavia”, conclude Hashemi, “aprire agli Usa è una contraddizione troppo grande per Teheran, che rischia di perdere credito tra i Paesi musulmani. Anti-americanismo e anti-semitismo sono principi fondanti della politica estera iraniana, nella cosiddetta sfida al sistema di arroganza”.

Eppure le grandi contraddizioni non mancano nella storia del Paese. Prima fra tutte l’elezione del giovane Khamenei – 50enne non ancora Ayatollah, prima della sua nomina – a Guida suprema di un Iran retto da una Costituzione teologica. Per molti anni il successore di Khomeini è stato indicato come debole e poco carismatico, dipendente dal suo padrino Rafsanjani, se non addirittura strumento dei suoi disegni innovatori.  Invece, pur con l’inciampo di Ahmadinejad, nel tempo Khamenei si è rivelato un leader capace di accentrare su di sé i poteri spirituali, politici e militari che lo status di interprete unico della volontà divina gli concede, fermo sulle sue idee e per certi versi anche imprevedibile. Da giovane, il comandante in capo dei Pasdaran veniva descritto come appassionato di scrittura e poesia e amante dei sigari olandesi e dei jeans americani. 

Dopo di lui, l’unico profilo alto sarebbe l’80enne Rafsanjani, fino al 2011 a capo degli esperti che scelgono le Guide supreme, ma l’età anagrafica gioca ormai a suo sfavore.  Eppure i preparativi fervono. Da Presidente, anche il laico Ahmadinejad aveva iniziato a definire una sua dottrina religiosa – pericolosamente eretica -, deciso a sfoderare la sua vena mistica al popolo. Con la fine politica sua e del braccio destro Mashaei e in mancanza di leader eleggibili a maggioranza, in extremis la Costituzione iraniana prevede l’affidamento dei poteri della Guida suprema a una ristretta struttura di saggi, composta dal Presidente e dai detentori degli altri poteri dello Stato.  I vecchi riformisti sarebbero pronti a una sorta di Concilio vaticano II. «Nell’Iran post-Khamenei», scrive il politologo iraniano del Washington Institute Mehdi Khalaji al lavoro per una biografia politica di Khamenei, «la natura del ruolo della Guida Suprema sarà incerta».

 

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