venerdì, Settembre 24

Iran, lapidazione e tabù Il caso Sakineh, rilasciata a marzo, squarcia un velo sulle punizioni corporali

0

Sit-in per salvare la vita di Sakineh Mohammadi Ashtiani

Sakineh, condannata alla lapidazione, è stata perdonata il 21 marzo scorso con l’arrivo della primavera e dell’anno nuovo, il 1393 iraniano che le donne di Teheran sperano porti più diritti per tutti oltre che per tutte.
Dall’elezione del nuovo Presidente Hassan Rohani non è cambiato molto, ma qualcosa si è mosso. Se le esecuzioni capitali sono proseguite come prima (oltre 80 nel nuovo anno, secondo i dati parziali dell’Onu), alcune riviste e associazioni culturali sono state riaperte, e tra queste centri per la ricerca di genere e sulle donne.
Rohani ha nominato tre donne in ruoli apicali del suo Governo: la portavoce del Ministero degli Esteri Marzieh Akkham e due vice Presidenti, l’ex deputata Elham Aminzadeh e la già vice Presidente nel Gabinetto di Mohammad Khatami, Massoumeh Ebtekar. E, a un mese dall’insediamento, a settembre ha fatto rilasciare dal carcere di Evin l’avvocato dei diritti umani Nasrin Sotoudeh, come viatico per la sua apparizione all’Assemblea generale delle Nazioni Unite da uomo nuovo.
A novembre ha dato poi ordine alla Polizia della moralità di non arrestare più le donne in strada per abbigliamento inappropriato, allentando così il controllo sui costumi.
Infine, per i festeggiamenti del nowruz il nuovo giorno» dell’anno solare) è arrivato l’ultimo segnale dell’amnistia a Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna condannata a morte nel 2006 per adulterio e concorso in omicidio del marito.

La vicenda giudiziaria di Sakineh ha portato alla luce una realtà che in molti, anche all’interno della Repubblica islamica, vogliono rimuovere, soprattutto in tempi di riapertura dei negoziati internazionali contro le sanzioni.
Le dichiarazioni e le prese di posizioni ondivaghe delle autorità statali sulla natura della pena inflitta all’allora 39enne adultera – dalla prima sentenza del Tribunale di Tabriz fino alla recente notizia del «provvedimento di clemenza per buona condotta» – sono sintomatiche di quanto, in Iran, si cerchi di tenere abbassati i riflettori sulla pratica della legge del taglione, che è parte del codice di giurisprudenza islamica (fiqh) e che nel caso della Repubblica islamica (come in Arabia Saudita e negli Emirati arabi) ha incluso, fino al 2012, anche la lapidazione.
Per i gravi delitti, il diritto penale tradizionale musulmano prevede la punizione con una pena di compensazione o rappresaglia commisurata al reato compiuto. Sulla base di questo principio, in Iran dopo la Rivoluzione khomeinista del 1979 sono state reintrodotte le frustrate nei casi di adulterio, abuso di alcol o altri comportamenti oltraggiosi.
Per i delitti come l’apostasia o l’omicidio sanzionati con la condanna a morte, accanto all’impiccagione fino a due anni fa era possibile comminare anche la lapidazione. Barbaramente quanto curiosamente visto che nel Corano, al contrario che nella Bibbia, non si accenna mai all’uccisione di peccatori attraverso il lancio di pietre, esclusa, negli anni, anche dalle interpretazioni dei teologi.
Nella Repubblica islamica, la pena della lapidazione ha avuto un percorso tortuoso, sottoposto a diverse moratorie senza tuttavia essere cancellata dal codice prima del caso Sakineh.
Per i giuristi, per le condizioni imposte dal fiqh come accessorie – nel caso dell’atto di adulterio, la presenza di almeno quattro testimoni oculari – formalmente rendono le pene corporali pressoché impossibili da comminare.

Ma i fatti sono diversi. Lontano dalla capitale e dai grandi centri urbani, si eseguono le impiccagioni e si frustano le donne, al pari degli uomini. E, fino a due anni fa, si eseguivano anche le condanne per lapidazione.
Rinchiusa nel 2009 nel carcere di massima sicurezza di Evin per acquistato di una bottiglia di vino e svolgere attività giornalistica non autorizzata, la corrispondente irano-americana Roxana Saberi ha denunciato «almeno un centinaio di casi di lapidazioni in Iran dagli anni ’80 e almeno sei vittime lapidate tra il 2006 e il 2008, con più di dieci cittadini in attesa dell’esecuzione della pena».
Dopo la mobilitazione internazionale per Sakineh, nel 2011 in una lettera della Commissione parlamentare iraniana sui diritti umani si informava che la carcerata avrebbe scontato «10 anni di reclusione, grazie al perdono dei figli».
Ma poi dalla Procura nazionale iraniana arrivò la smentita che confermava la «non sospensione della condanna a morte», poi tramutata in impiccagione. Finché quest’anno, il Segretario generale del Comitato iraniano per i Diritti Umani Mohammad Javad Larijani, che già aveva manifestato «l’intenzione di salvare Sakineh», ne annunciato il rilascio, riportato senza enfasi dalla stampa governativa e mai citato direttamente da Rohani.
Ai tempi dell’Amministrazione meno conservatrice di Khatami, la moratoria era un modo graduale per fare digerire lo stop di questa pratica ai fautori della linea dura, come proposto anche dall’islamologo Tariq Ramadan”, ci spiega l’iranista Anna Vanzan, esperta di problematiche di genere e autrice di ‘Le donne di Allah, viaggio nei femminismi islamici‘ (Bruno Mondadori, 2010). “Da un lato esiste un Iran moderno, per cui le disumane punizioni corporali un sono motivo di imbarazzo e vergogna. Dall’altro c’è una parte del Paese che, anche se minoritaria durante le Amministrazioni moderate, resiste e ostacola il cambiamento. Bisogna entrare in questa complessità per capire obiettivamente l’Iran e le sue contraddizioni”.

In un Paese popolato da 30enni, dove le donne formano oltre il 60% degli universitari, fustigazione e lapidazione sono un’arma deterrente per mantenere inalterati i rapporti di forza.
La chiave per comprendere il persistere dell’interpretazione restrittiva dei testi islamici è anche politica. Non a caso, durante l’isolazionismo del passato Gabinetto di Mahmoud Ahmadinejad, furono introdotte quote azzurre per riequilibrare l’eccesso di laureate e laureande e si tentò anche di bloccare l’ingresso delle donne a una settantina di facoltà universitarie.
Nonostante le limitazioni nei costumi e i gioghi famigliari che sono stati loro imposti – dal velo del hijab alla disparità economica e giuridica sul divorzio – dall’inizio del 1900 le iraniane si battono con tenacia e partecipazione politica per affermare le loro aspirazioni, ottenendo ruoli di responsabilità sul lavoro e visibilità nella società. Ogni qual volta che sono stati loro negati spazi pubblici, si sono inventate professioni alternative contribuendo in larga misura all’economia sotterranea e alla vitalità culturale del Paese.
Nell’Iran dei giovani e delle università, oggi le donne creano scienze e conoscenza.Il dato importante è che appena l’8% della popolazione accademica si iscrive a facoltà umanistiche. Tutti gli altri, donne incluse, prediligono le facoltà scientifiche. Le donne vogliono diventare – e diventano – ingegneri aerospaziali, medici e via dicendo” ci racconta Farian Sabahi, giornalista e scrittrice italo-iraniana autrice diNoi donne di Teheran (Corriere della Sera, 2013). “Sono ben presenti nei quadri della pubblica amministrazione. Lavorano, guadagnano e le loro aspettative sono quindi aumentate, anche nei confronti del partner. Questo ovviamente ha cambiato gli equilibri”.
Rohani sembra esserne consapevole e accettarlo. «La modestia (dal nome del programma di controllo che consentiva alla polizia di fermare le donne per strada, ndr) va be oltre l’indossare il velo. Il modo in cui i vigilantes interpretano la questione» ha promesso in campagna elettorale, «suscita ostilità nella nostra società e ha effetti negativi, opposti agli insegnamenti dell’Islam e alla Costituzione».

 

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->