giovedì, Dicembre 2

Iran, la rinascita dopo l'embargo Export del petrolio in aumento del 30% e inflazione dimezzata

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Le attenzioni del Presidente iraniano Hassan Rohani sono concentrate nel non perdere appeal tra gli interlocutori filo-americani.
A un anno dalla telefonata di disgelo con l’ex arcinemico Barack Obama e in mezzo ai negoziati sul nucleare in perenne stand by, i risultati sono meno eclatanti di quelli preconizzati dal suo abile battagè pubblicitario.
Nessun accordo storico è stato firmato, né Stati Uniti e Iran hanno apertamente collaborato per risolvere le crisi mediorientali, rompendo così da una parte l’alleanza Usa-Arabia Saudita-Israele, dall’altra l’asse sciita Iran-Siria-Libano.
Le sanzioni dure che strozzavano l’import-export iraniano sono tuttavia cadute dal gennaio 2014, per effetto dell’intesa provvisoria sul nucleare di Ginevra, che ha fatto tirare alla Repubblica islamica la boccata d’ossigeno necessaria per galleggiare.

Probabilmente a entrambe le parti va bene così: meglio tirare in là i colloqui in sospeso, piuttosto che azionare le leve del cambiamento.
I guai economici iraniani non si sono tutti risolti con il rientro delle prime tranche di introiti, congelati con l’embargo, avendo, tra l’altro, le liberalizzazioni di Rohani ridimensionato la mole di sussidi pubblici.
Il Governo, tuttavia, ha messo sul piatto un incoraggiante +21% di export, in quattro mesi, di carichi non petroliferi. I quali pure, nell’ultimo semestre, hanno sfiorato il +50% verso la Cina e +30% verso l’India.

Anche per i beni diversi dal greggio, il primo cliente di Teheran resta Pechino affamato di risorse e merce di consumo, con acquisti per circa 3 miliardi di dollari.
Secondo mercato iraniano, con 1,85 miliardi di dollari di import, l’Iraq del figlioccio e ormai ex premier Nuri al Maliki. E terzi, con 1,2 miliardi, i rivali sunniti degli Emirati arabi uniti. Le commesse -che nella primavera sarebbero lievitate a quasi 11,9 miliardi di dollari, contro i 9,8 miliardi dello stesso periodo nel 2013- includono anche gas propano (GPL), metanolo e bitume: miscele di idrocarburi che, dopo il greggio, costituiscono il principale export iraniano.
In cambio, la Repubblica islamica avrebbe immagazzinato un +36% di import in beni di consumo come grano, riso e automezzi, anche in questo caso dal mercato asiatico di Cina, India, ed Emirati arabi, con un balzo dai 9,1 miliardi di import del 2013 ai quasi 12,4 miliardi di quest’anno.

Grandi acquirenti dell’Iran sono inoltre Siria, Afghanistan, Turchia e Corea del Sud: a eccezione dei primi due Paesi dilaniati dalla guerra e dalle bombe, grandi fornitori a Teheran anche di alimenti e tecnologie.
Con potenze come Cina, India e Turchia, le relazioni commerciali con l’Iran non si sono mai interrotte, neppure durante il biennio più duro di sanzioni, dal 2012 al 2013.
Ma la caduta del blocco totale dell’import-export verso gli Usa e i Paesi dell’orbita americana ha comunque sdoganato gli ordini di società e le mediazioni degli istituti finanziari asiatici, frenati dall’ostracismo dei grandi gruppi filo-occidentali.

Per ricostruire i rapporti commerciali tra l’Europa e l’Iran occorre invece del tempo.
Tra il 2010 e il 2013, per effetto delle restrizioni bancarie e commerciali varate sulla scia degli Usa, in scontro con il Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, l’economia europea ha dimezzato le esportazioni in Iran del 52%, con il picco negativo del -68% dei macchinari e dei mezzi di trasporto (dati di una ricerca del National Iranian American Council).
Come la Germania, l’Italia dell’Eni ha mantenuto buoni rapporti con Teheran e, prima dell’embargo UE; l’export verso la vecchia Persia dello Scià cresceva a un ritmo del +23,5%. Ma l’adeguamento, nel 2012, di Bruxelles al regime duro di sanzioni americane -dallo stop delle commesse tecnologiche all’Iran al blocco delle transazioni finanziarie con le sue banche, incluso l’oro e altri preziosi- ha provocato, solo per gli investitori italiani, una contrazione del 25%, per lo più nel comparto della meccanica.
Un’indagine dell’Ufficio studi economici di SACE sugli investimenti italiani all’estero, ha fotografato che, tra il 2014 e il 2016, gli imprenditori del Belpaese venderanno all’Iran beni per 3 miliardi di euro, a fronte dei 19 miliardi possibili senza le restrizioni.

Seppur a regime attenuato, i paletti tra l’Iran e l’Occidente restano.
Prolungato fino al 24 novembre, l’accordo ad interim con il Gruppo 5+1 (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina, più Germania) prevede infatti lo sblocco progressivo degli Usa di circa 2,8 miliardi dollari di beni della Repubblica islamica congelati all’estero da assets del greggio e la ripresa graduale di limitate relazioni commerciali con l’Occidente, nei settori petrolchimico e automobilistico, e nel commercio di oro e metalli preziosi.
Man mano che l’Iran si dimostra in regola con il programma di stop dell’arricchimento dell’uranio e con la sua riconversione, vengono allargate le sue capacità di export in beni petroliferi e non, e vengono restituite alla Banca centrale iraniana tranche dei proventi del greggio con l’estero.
Le verifiche degli ispettori vanno bene. Nonostante il braccio di ferro sull’intesa definitiva, saltata a luglio, il Dipartimento di Stato americano ha certificato l’adempimento di Teheran agli obblighi del trattato di Ginevra del novembre 2013.

Con un tasso ufficiale di disoccupazione al 10% -ma i senza lavoro per gli analisti occidentali sarebbero vicini ai 10 milioni, cioè il doppio-, e i «15 milioni sotto alla soglia di povertà» addebitati dal Governo Rohani alle «sanzioni internazionali», entro il 2015 si spera in un +2% del PIL (Prodotto interno lordo) dal -1,7% del 2013, e in un inversione a U dell’inflazione.
Di certo, se la ripresa si fa attendere, l’aumento dei prezzi è in netto calo dal 39% al 15%, rispetto a un anno fa, almeno secondo i dati del Cia World Factbook. Anche il Fondo monetario internazionale (FMI) riconosce i «all’Iran i passi in avanti nell’abbassare l’inflazione e i progressi nello stabilizzare l’economia degli ultimi mesi».
Tutto merito di Obama, per il politologo irano-americano Majid Rafizadeh, presidente dell’International American Council e membro dell‘Harvard International Review: «Il rial (la moneta iraniana, ndr) è stato rafforzata. L’Iran ha ricevuto indietro miliardi di dollari di assets scongelati. E dopo che le sanzioni economiche su alcune delle sue industrie cruciali -incluso l’oro, metalli preziosi, il comparto automobilistico e l’export petrolchimico- sono state rimosse, l’export del petrolio è aumentato di circa il 30%, in particolare verso l’Asia».

 

 

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