giovedì, Settembre 16

Iran, la guerra dietro Hamas image

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Israele__Iron-Dome


Tra Hamas e Israele non c’è partita
. I razzi a lunga gittata su Gerusalemme e Tel Aviv vengono neutralizzati da ‘Iron Dome’, la ‘Cupola di ferro’ capace di intercettare, anche stavolta, un buon 80% delle minacce nei cieli.
Sono i raid israeliani ad aver fatto, in una settimana, centinaia di morti (quasi 200, tra i quali decine di bambini) e oltre 1.400 feriti palestinesi. Le truppe a terra della Israeli Defence Force (IDF) fanno terra bruciata di quel che resta di oltre 300 case distrutte, nell’ossessione di eliminare quel che risorge con sempre maggiore vigore nei serbatoi dell’odio e della disperazione.
Se la potenza militare ed economica di Tel Aviv è una certezza che permette agli israeliani di sopravvivere con ostinazione al mondo attorno contro, è altrettanto certo che, coltivando la politica della ghettizzazione e della vendetta sugli arabi, attorno a Israele cresce la reazione dei Paesi musulmani, militarmente inferiori alla super-potenza, ma armati con mezzi sempre più tecnologici.
Si era visto durante l’operazione Pillar of Defence (‘Colonna di nuvola’), nel 2012, come Hamas, pur schiacciata in otto giorni dall’IDF, fosse ben rifornita di razzi di nuova generazione dall’Iran di Mahmoud Ahmadinejad, che riempiva anche gli arsenali dei rivali di Jihad islamica.
Nel 2014, il conflitto si è ancora più radicalizzato. Mentre Hamas invia droni in Israele e lancia piogge di razzi a lunga gittata verso il nord, contro l’aeroporto di Tel Aviv e la città santa di Gerusalemme, i lanci, per la prima volta, sono partiti anche dal nord del Libano, dalla Siria in guerra e, a sud ovest, dal Sinai egiziano. Hamas e Jihad islamica accumulano armamenti di produzione sino-iraniana. Mentre, nella Striscia, gruppi di jihadisti ancora più radicali dichiarano fedeltà all’ISIS, il Califfato del Levante tra Iraq e Siria degli estremisti sunniti, antagonisti dell’asse sciita.

La sopravvivenza dello Stato di Israele si basa sul paradosso di dover dividere e mantenere nell’arretratezza il mondo musulmano ostile che lo circonda. Ma, con territorio così piccolo da attaccare, ogni progresso tecnologico diventa, nonostante la supremazia, una minaccia seria.
Hamas e Jihad islamica, entrambe filiazioni della Fratellanza musulmana sunnita, hanno rotto lo schema della divisione tra i due rami dell’Islam, funzionale a Israele, accettando finanziamenti dall’Iran sciita e dai suoi proconsoli in Libano (Hezbollah) e in Siria (il regime di Bashar al Assad): saldatura che, nel marzo scorso, per esempio, ha reso possibile il traffico su un cargo del Mar Nero, battente bandiera panamense e intercettato da Israele, di «decine di razzi a lungo raggio M-302, in grado di colpire bersagli a oltre 100 miglia».
La successiva indagine delle Nazioni Unite ha accusato del carico e del commercio di armi l’Iran, in violazione all’embargo dell’Onu in vigore dal 2007. Lo stesso modello di razzi è poi figurato, quattro mesi dopo, tra le armi sparate da Gaza, e gli esperti della Difesa israeliana ritengono che il traffico di grandi quantità di armi, «stoccate nel porto iraniano di Bandar Abbas», sia stato favorito, tra il 2012 e il 2013, dalla breve Presidenza, al Cairo, del leader della Fratellanza musulmana Mohamed Morsi, estromesso dai militare.
La triangolazione per il contrabbando, secondo Tel Aviv, partirebbe dal Golfo Persico verso il Sudan. Dall’Africa centrale, i razzi sarebbero, infine, trasportati in Egitto e, attraverso il Sinai e poi i tunnel di Rafah, nella Striscia.

Dopo il golpe, il traffico di armi al confine viene stroncato dai blitz antiterrorismo dell’Esercito egiziano, amico di Israele. Ma i gruppi fondamentalisti continuano a muoversi nel Sinai, da dove, con i combattimenti a Gaza, sono partiti alcuni razzi verso Israele.
Lanci di razzi artigianali sono avvenuti, poche ore dopo, anche nel sud del Libano, dove gli Hezobollah, figliocci dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, pur disconoscendone la paternità hanno dichiarato saldo il loro legame con Hamas, appoggiando la «resistenza palestinese all’aggressione sionista». Lungo il confine del Golan, altri razzi sono, infine, stati lanciati, in questi giorni, dalla Siria.
Come dai tunnel nella Striscia verso l’Egitto, in generale l’anarchia siriana ha favorito il traffico di armi verso Hezbollah da Damasco e anche da parte dei miliziani ribelli che hanno supporter in Libano: tra le partite di armi, ci sono, anche in questo caso, i razzi M-302 che la Siria produce in proprio, su un prototipo di ideazione cinese. “La minaccia più pericolosa per Israele non viene a sud, dalla Striscia di Gaza, ma al nord, dal confine libanese. Gli israeliani vivono nel terrore di un attacco di Hezbollah con razzi iraniani a lunga gittata e del nucleare”, ci spiega Marco Ramazzotti Stockel, attivista e cooperante ebreo, da anni impegnato nella battaglia per il riconoscimento dei diritti palestinesi ed esperto di Medio Oriente. Israele vive e sarà sempre più accerchiato. Il progetto di Benjamin Netanyahu non ha senso: le politiche del suo Governo producono odio contro gli ebrei. Lo Stato di Israele è un serbatoio di antisemistismo e una minaccia per gli ebrei di tutto il mondo”.

Tra le nuove armi a disposizione di Hamas, con ogni probabilità sempre su know-how iraniano, c’è la batteria di mini-droni, alcuni dei quali, dalle immagini diffuse dal braccio armato delle Brigate Ezzedeen al Qassam, sarebbero armati.
Come l’Iraq e la Siria filo-sciite, per la prima volta nella guerra la Palestina ha impiegato nel conflitto i suoi mezzi senza pilota (UAV), uno dei quali abbattuto dalle forze israeliane, inviandoli anche in ricognizione a Tel Aviv e in alcune basi militari, per raccogliere informazioni.
Rispetto alle strumentazioni sofisticate di Israele, tutti questi nuovi mezzi sono artigianali e poco offensivi e non hanno messo in crisi il sistema Iron Dome e le reti d’intelligence israeliana, ma creano panico a Tel Aviv. Per quanto l‘Iran, con la svolta moderata di Hassan Rohani, formalmente abbia adottato, come ai tempi dell’Amministrazione riformista di Mohammad Khatami, un profilo basso per la crisi di Gaza, con la Primavera araba l’invio di armamenti da Teheran verso la Striscia di Gaza è cresciuto. E c’è da chiedersi che fine faranno, in questi mesi, le trattative sul nucleare dell’Iran con il Gruppo 5 + 1 (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina più Germania), in teoria da concludersi entro il 20 luglio.

La questione, centrale per Israele, non è secondaria nemmeno per i palestinesi. Nel novembre scorso, l’accordo provvisorio sul nucleare tra gli Usa e Teheran spaccò i vertici Hamas e analisti politici della Striscia come Mukhaimer Abu Saada erano convinti che, alla fine dei conti, per un’intesa definitiva e un alleggerimento sostanziale delle sanzioni a Teheran, gli Stati Uniti avrebbero preteso dall’Iran lo «stop al sostegno dei gruppi di miliziani».
Proprio nelle settimane del nuovo conflitto israelo-palestinese si sarebbero dovuti chiudere i negoziati a Vienna, che invece, a detta delle delegazioni occidentali, sono «molto duri» e quanto meno saranno prorogati. «È una fase molto difficile per il nucleare iraniano e le sue ambizioni regionali» ha scritto per il network saudita ‘al Arabiya’ la commentatrice della ‘Cnn’ americano-libanese Raghida Dergham. “La nuova guerra a Gaza, con i suoi risvolti regionali e internazionali, sembra capitata al momento giusto per bloccare il processo di cambiamento e riavvicinamento con gli Usa. Si arenano i negoziati con l’Iran e agli equilibri tornano allo status quo. Il conflitto israeliano-palestinese resta, come sempre, la madre di tutti i conflitti in Medio Oriente”, commenta l’ex Ambasciatore in Pakistan e negli Emirati arabi, inviato della Farnesina in Afghanistan, Enrico De Maio.

 

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