giovedì, Ottobre 21

Iran, la fine delle sanzioni non basterà Il 26 febbraio si rinnova il Parlamento, ma i conservatori temono soprattutto l'apertura dell'economia

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Dopo il boom del prezzo del greggio degli anni ’70 l’Iran ha a lungo sfruttato i petrol-dollari per sussidiare l’economia e garantire i servizi sociali alla popolazione, ma il recente crollo del prezzo del petrolio ha dimostrato come questa politica sia insostenibile nel medio periodo. Il rilancio economico deve quindi necessariamente passare per altre strade, e un Paese il cui Pil è creato per il 51% dal settore dei servizi è ovvio che qui voglia puntare. Il materiale umano – grazie ad un alto tasso di scolarizzazione e istruzione superiore – non è un problema, ma i capitali sì. La fine delle sanzioni apre alla possibilità teorica che questo problema di capitale venga risolto grazie all’intervento di investitori stranieri, ma in concreto rimangono altri ostacoli che rischiano di sterilizzare questa opportunità. Sono quasi quattro decenni che la politica iraniana non si preoccupa, o quasi, di rendere il Paese appetibile per i capitali stranieri e il tessuto economico si è modellato di conseguenza. Cambiarlo non sarà un’impresa facile o indolore. «Le sanzioni non erano il solo ostacolo all’attrarre investimenti diretti stranieri», spiega Abolfazl Khavarinejad, ex direttore dell’Economic Accounts Office della Banca centrale iraniana, in un’intervista al quotidiano Tejarat-e Farda. «Gli investitori vogliono sapere quanto il mercato iraniano sia monopolistico o competitivo. Vogliono sapere del sistema di tassazione, delle leggi sul lavoro e delle relazioni tra istituzioni. Tutti questi fattori hanno impatto sui loro affari, quindi è ovvio che si pongano questi problemi». E qui sorgono i problemi più ostici.

Quasi quaranta anni di sindrome da assedio, dopo la Rivoluzione Islamica del 1979, dovuta prima alla guerra contro l’Iraq durata un decennio, poi all’isolamento internazionale ed alle sanzioni Onu, hanno portato l’economia di quello che era il Regno di Persia a strutturarsi su un modello particolare. Le fondazioni religiose (Bonyad) e quelle legate ai militari (in particolare ai Pasdaran, le Guardie della Rivoluzione, e ai Basij, volontari paramilitari) sono la vera ossatura del Paese. Controllano circa il 30-40% del Pil, sono esentasse, sono spesso generosamente sussidiate dallo Stato e sono il maggiore ostacolo all’investimento dei privati (di quelli non legati alla cerchia del potere quantomeno). La principale delle Bonyad è legata direttamente all’Ayatollah Khamenei, la Setad Ejraiye Farmane Emam (“Quartier generale esecutivo delle direttive dell’Imam”). Nata dai beni confiscati dopo la cacciata dello Scià e con il compito di assistere i poveri e i reduci della guerra con l’Iraq, la Setad è ora un colosso dell’economia, detiene un patrimonio di 95 miliardi di dollari ed è presente in tutti i comparti economici del Paese. Chiunque voglia fare affari in Iran si trova a doversi confrontare con la presenza dei pilastri della teocrazia – le organizzazioni religiose sciite e i militari rivoluzionari – nell’economia nazionale, e con il consueto corollario di favoritismi, clientele e opacità del sistema.

Il rischio evidenziato dagli esperti è che questa struttura consolidata che incrosta il mercato iraniano assorba quasi interamente ogni eventuale flusso extra di capitali che potrebbe generare la fine delle sanzioni, evitando che si affaccino nuovi attori economici legati all’ingresso di investitori stranieri nell’economia iraniana. Questa non è una partita solo economica ovviamente, ma soprattutto politica. Le forze conservatrici della Rivoluzione islamista temono che aprendosi verso il mondo esterno – e verso l’odiato Occidente – possano nascere dei nuovi centri di interesse economico in grado, un domani, di opporsi alla loro agenda e di indebolirne la presa sul Paese. Cercheranno quindi di mantenere il controllo sull’economia iraniana. Ma se così facendo l’afflusso previsto di capitali stranieri dovesse ridursi eccessivamente (e il mercato del petrolio dovesse restare debole), la Repubblica Islamica si troverebbe bloccata in un circolo vizioso: impossibilitata a risollevare l’economia senza aprirsi al mondo esterno e impossibilitata ad aprirsi al mondo esterno senza compromettere la propria stessa esistenza.

 

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