giovedì, Maggio 13

Iran, la fine delle sanzioni non basterà Il 26 febbraio si rinnova il Parlamento, ma i conservatori temono soprattutto l'apertura dell'economia

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È passato poco più di un mese da quando l’accordo sul nucleare con l’Iran è stato definitivamente implementato. Cadute le sanzioni – quelle internazionali legate all’atomica, altre americane ad esempio dovute a test missilistici sono ancora in vigore – c’è grande attesa, tanto all’interno della Repubblica Islamica quanto nel resto mondo, per vedere l’impatto che l’accordo avrà sull’economia iraniana. La popolazione è affaticata da cinque anni di recessione economica (il Pil iraniano, dopo aver toccato quasi i 600 miliardi di dollari nel 2011, è in costante calo e l’ultimo dato disponibile – del 2014 – è di 425 miliardi di dollari) e da un’inflazione schizzata sopra il 30% nel biennio 2012-13 che solo ora, secondo le stime, sta tornando sotto i venti punti.

La situazione economica dell’Iran, specialmente a inizio decennio, è stata ritenuta da diversi analisti come uno dei principali motivi dell’apertura della teocrazia verso il mondo esterno. Prima Alì Khamenei – l’Ayatollah che è al vertice della Repubblica Islamica e che ha un potere che sovrasta qualsiasi decisione presa nel Paese – ha consentito la vittoria dei “moderati” del Presidente Hassan Rohani nel 2013, poi ha sostenuto il tentativo negoziale di Rohani e del suo ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif di negoziare un’intesa con il resto del mondo sulla questione atomica (pur tra le proteste dei falchi), infine sta evitando, non senza astuzia diplomatica, di cadere nelle provocazioni dell’Arabia Saudita. Riad è infatti il grande rivale di Teheran per l’egemonia regionale in Medio Oriente, ed essendo in un periodo di difficoltà rispetto al rivale sciita – in Siria, in Iraq, in Yemen e in generale nella diplomazia internazionale – in più occasioni ha provato a forzare la mano all’Iran, ad esempio eseguendo la condanna a morte dell’Ayatollah sciita Nimr al Nimr.

Se la linea presa da Rohani (dietro calcolata concessione di Khamenei) sarà ritenuta un buon compromesso – tanto da quella popolazione che nel 2009 si era riversata nelle strade per protestare contro la teocrazia, nella famosa Onda Verde, quanto dall’establishment militare e clericale che teme qualsiasi apertura verso l’Occidente – lo si vedrà nelle prossime elezioni parlamentari, che si terranno il 26 febbraio. I moderati cercano un successo per confermare la bontà della propria linea dialogante – che ha sicuramente portato all’Iran importanti frutti da un punto di vista dell’influenza regionale e non solo – e l’accelerazione di inizio anno da parte iraniana per arrivare all’implementazione dell’accordo sul nucleare si spiega anche in questa prospettiva. Khamenei ha corso sul filo dell’equilibrista in occasione di questo voto, facendo cassare al Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione più della metà dei candidati alle elezioni – soprattutto riformisti – ma lasciando poi che venissero riammessi un migliaio dei candidati esclusi (il conto finale vede il 51% dei candidati che si erano proposti ammessi al voto). Così spera di aver tranquillizzato i pezzi più conservatori della teocrazia, ma lasciando alla popolazione – specie quella giovane, colta, spesso disaffezionata alla Repubblica Islamica e che oramai è quasi la maggioranza nel paese – una valvola di sfogo che rafforzi la presidenza di Rohani, a cui serve più tempo. Il problema evidente è infatti che la fine delle sanzioni economiche non porta immediatamente a un miglioramento delle condizioni di vita delle persone. Secondo gli economisti serviranno molti mesi, forse pochi anni, prima che l’economia reale del Paese inizi a godere appieno dei benefici dell’accordo sul nucleare, e anche così potrebbe non bastare.

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