mercoledì, Maggio 12

Iran, la diaspora dei popoli field_506ffb1d3dbe2

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Il limite degli iraniani è la loro frammentazione. Se i quasi 76 milioni e mezzo di abitanti della Repubblica islamica, un territorio grande quanto il Sud Europa, fossero uniti, i Guardiani della rivoluzione (Pasdaran) non avrebbero bloccato il corso delle riforme negli Anni ’90. Tanto meno arrestato le proteste per le elezioni truccate del 2009, soffocando la spinta al rinnovamento.
La percentuale degli iraniani desiderosa di cambiamento supera il 70%, se non l’80%, della popolazione. Lo ha dimostrato il successo imprevisto del moderato Hassan Rohani alle presidenziali del 14 giugno 2013, vincitore al primo turno con il 50,7% (circa 18 milioni di voti) grazie a un’escalation di consensi per aver fatto suoi, nell’ultimo mese di campagna, gli slogan dei riformisti: più diritti per giovani, donne e minoranze, riforme economiche e apertura della Repubblica islamica all’Occidente.
Non è neanche un caso se, sotto le presidenze progressiste di Akbar Hashemi Rafsanjani e Mohammad Khatami, la cerchia dei khomeinisti al potere del 1979 aveva scelto di venire incontro alle istanze della maggioranza di iraniani. Nell’ottica, attraverso concessioni graduali, di mantenere in vita la teocrazia sciita, anziché farla soccombere sotto l’onda di malcontento popolare.
Dopo gli otto anni di oscurantismo dell’era tradizionalista di Mahmoud Ahmadinejad, gli iraniani si sono dimostrati possibilisti verso l’ultima proposta di cambiamento dall’alto di Rohani. Strozzato dalle sanzioni internazionali (Usa, Unione europea e Onu), che avevano portato alla penuria di beni indispensabili come medicinali e apparecchiature di qualità occidentali, chi chiedeva riforme ha scelto di dare fiducia al sistema.

Nel 2013 la popolazione non ha disertato le urne, come vaticinato da molti dopo le proteste di quattro anni fa. L’affluenza (il 72% degli aventi diritto) è stata alta e, tra i conservatori, il principale sfidante di Rohani, il sindaco di Tehran Mohammed Baqer Qalibaf, si è fermato al 16% delle preferenze. Ma almeno il 20% dei voti dell’opposizione è andato perso, specchio di una parte del Paese che, anziché unirsi sul fronte riformista, ha rifiutato il compromesso con gli Ayatollah.
Compattarsi contro l’establishment è difficile, non solo per il timore della repressione, ma per la storia complessa dell’Iran e delle sue numerose componenti etniche e religiose, vittime di discriminazioni precedenti alla Rivoluzione islamica del 1979.
Dal regno di inizio ‘900 dello Scià Reza Pahlavi, si è creato uno Stato nazionalista, dominato della maggioranza persiana, marginalizzando le minoranze che, messe insieme, costituiscono circa il 40% della popolazione, in larga parte nelle vaste regioni rurali.
Da quasi un secolo, il farsi è la lingua persiana dell’obbligo insegnata a scuola, nonostante quasi la metà degli iraniani non ne sia madrelingua o parli dei dialetti farsi incomprensibili alla variante della capitale e dei centri del potere.
Azerbaigiani di lingua turca (16%), curdi (7%), turkmeni (1%) al nord, arabi (2%), luri (6%) e baluci (2%) al sud e altre minoranze sono stati esclusi dalla costruzione di uno Stato persiano-centrico che, contro ogni rispetto della democrazia, ha oscurato la natura multietnica del territorio iraniano. Anche durante il regno dell’ultimo Scià di Persia, Mohammed Reza Pahavi.

Abbattuto lo Scià, la teocrazia ha rotto la sudditanza filo-occidentale del Governo ma ha continuato a perpetrare le medesime politiche discriminatorie verso le etnie non persiane. E, a maggior ragione, verso i cittadini di fede diversa dall’Islam sciita, arrestati e giustiziati per il reato di «inimicizia con Dio».
Oggetto per decenni di persecuzioni, i curdi iraniani, per esempio, vivono in un Paese ostile anche durante le fasi di apertura all’Occidente: “8 milioni di curdi vivono in una regione dove si estrae il 35% del petrolio esportato dalla Repubblica islamica. Solo dopo la vittoria del cosiddetto riformista Rohani, 27 attivisti politici curdi sono stati impiccati nella prigione di Saghez, nel Kurdistan iraniano. Un ragazzo di 33 anni è stato mandato a morte, senza avvertire i genitori né il suo avvocato”, ci racconta lo scrittore curdo Shorsh Surme.
La conseguenza è che, nei 34 anni dall’ascesa di Ruhollah Khomeini, la diaspora dei riparati all’estero (almeno 4 milioni, tra gli espatriati e le loro famiglie) è cresciuta, alimentando le divisioni interne ed esterne tra connazionali che –al di là della stessa origine sulla carta d’identità e della richiesta comune di democrazia– spesso hanno rivendicazioni e anche mentalità diverse.
Tra i fuoriusciti si stimano oltre un milione di musulmani iraniani, tra sunniti, per lo più curdi, e sciiti, per lo più azeri ma non solo. E poi cristiani armeni, ebrei ed altre minoranze che, negli anni, si sono scontrate con la teocrazia islamica. Ma anche compagni di rivoluzione, poi inimicatisi con la casta di religiosi al potere, e funzionari degli Scià e loro discendenti, fuggiti ancora prima, subito dopo la caduta della monarchia.
Tutti gli esuli chiedono di tornare in un Iran democratico. Ma il loro vissuto personale, spesso doloroso e in conflitto con quello di altri espatriati, rende complesso trovare un terreno comune, per costruire un movimento d’opposizione unitario.

Chi è scappato nei primi anni della Repubblica islamica stenta a vincere la diffidenza verso verso i vecchi monarchici, ma anche verso gli ultimi rifugiati dall’Iran dell’Onda verde del 2009-2010, i cui leader riformisti, ora agli arresti domiciliari, erano parte dellestablishment.
Alla disomogeneità degli iraniani che vivono all’estero –inclusi i figli e i nipoti della classe dirigente mandati a studiare in Occidente– si aggiunge poi il loro scollamento con i connazionali nel Paese. Chi risiede lontano (per lo più in America, Europa e negli Stati del Golfo) da decenni spesso ha una percezione anacronistica della realtà attuale nel Paese d’origine.
Viceversa, tra gli iraniani rimasti in patria alberga il sospetto, alimentato dalla propaganda del Governo, che i gruppi di dissenso basati nei Paesi stranieri siano foraggiati e manovrati, per motivi politici, da potenze rivali come Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Arabia Saudita.
Al contrario che in altri Paesi islamici, in Iran l’ala più conservatrice della teocrazia (Guardiani della rivoluzione e referenti politici tradizionalisti) non attinge consensi nelle aree rurali poco sviluppate, ma tra le lobby di potere di Teheran e nei grandi centri: minoranza, anche la loro, privilegiata del Paese.
L’appoggio dei cittadini inascoltati delle campagne fu anzi decisivo, nel 1997, per la vittoria di Khatami alle presidenziali. «Ottenne la maggioranza dei voti, grazie al suo appeal tra le donne e i diversi gruppi etnici. Una volta alla guida del Paese, Khatami permise le elezioni dirette nei consigli cittadini e nei villaggi, dando alle minoranze il diritto di voto dei rappresentanti locali e allargando la loro rappresentanza nella società civile», spiega Alireza Nader, analista di politica internazionale alla Rand Corporation e autore di diversi rapporti su politica e diritti umani in Iran.
Con Ahmadinejad, tra il 2005 e il 2012 questo percorso si chiuse e il ritorno all’ortodossia – favorito dalla Guida Suprema Ali Khamenei – riportò intimidazioni e arresti per curdi, arabi, baluci e altre minoranze.

Nel 2009, i riformisti Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karroubu, prima di essere arrestati, puntarono la loro campagna elettorale sull’eguaglianza dei diritti per i gruppi etnici periferici. Lo stesso leitmotiv che, nel 2013, in poche settimane ha convogliato milioni di voti su Rohani. A dimostrazione di quanto, in Iran, la chiave per vincere sia riuscire ad abbattere le divisioni tra la popolazione.
Ricondurre nell’alveo il dissenso era l’obiettivo -temporaneamente raggiunto- del candidato sostenuto infine dai riformisti, rivoluzionario ai tempi di Khomeini e fino al 2013 ex consigliere di Khamenei.
Più difficile sarà rendere gli iraniani uguali tra loro. Per i primi 100 giorni della nuova presidenza, gli artisti di Teheran hanno diffuso in Rete il filmato ‘Nosafar, con le voci di Rohani insieme a cantanti curdi, azeri, arabi e di altre minoranze, sulla falsariga del video ‘Yes, we can‘ di Barack Obama.
Sul suo sito, Rohani ha poi pubblicato, in farsi, la prima bozza della sua carta sui diritti, stilata da un team di saggi e accademici. I diritti di «tutti gli iraniani, tutti parte di una stessa nazione» vengono proclamati una «priorità». Disabili, donne, minoranze svantaggiate, si scrive, vanno tutelate: nell’ambito delle «leggi esistenti», però, e con la «dovuta considerazione dell’Islam».
Il tema delle confessioni religiose –al di là delle tre fedi riconosciute nella Costituzione, cristiana, zoroastriana e ebraica– resta un tabù.
In un Paese dove anche tra conoscenti e vicini di casa si temono collaborazionisti, gli iraniani troveranno la forza di unirsi tra loro, superando barriere etniche e religiose, contro la Carta degli Ayatollah?

 

 

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