martedì, Maggio 18

Iran, Israele al bivio field_506ffb1d3dbe2

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Nel week-end del 7 e 8 novembre gli ispettori dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (Aiea) di Vienna sono entrati in Iran nel sito che, prima dell’accordo del 24 novembre scorso, era il pomo della discordia.
Su mandato della controparte del Gruppo 5+1 (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina più la Germania), i controllori hanno visitato l’impianto in costruzione del reattore ad acqua pesante di Arak, dal quale si sospetta che gli ingegneri della Repubblica islamica vogliano ricavare, in futuro, il plutonio arricchito per fabbricare la bomba atomica.
Non è la prima volta che l’Aiea entra nella centrale a circa 250 chilometri a sud di Teheran: l’ultimo ingresso risale all’agosto 2011, in piena era Ahmadinejad. La novità è che, nel 2013, gli ispettori di Vienna agiscono, per verificare il rispetto di un’intesa definita «storica» da molti analisti (pur nella sua formula provvisoria), che prevede la chiusura di Arak.
Per gli americani, gli inglesi e, alla fine, anche i francesi esistono i presupposti per siglare, tra sei mesi, un protocollo definitivo che dia a Teheran il diritto ad arricchire l’uranio, in misura limitata e per il nucleare civile, senza pericolo di un impiego nucleare.
Il Governo israeliano, al contrario, continua a non fidarsi del nuovo Presidente iraniano Hassan Rohani, che descrive come un «lupo travestito da agnello». Ancora, mentre i funzionari dell’Aiea varcavano la soglia del complesso, da Tel Aviv il Premier Benyamin Netanyahu si dichiarava «pronto al compromesso storico con i palestinesi». Ma non «all’errore storico dei negoziati. «L’Iran con la bomba nucleare», ha aggiunto ventilando una sorta di do ut des, «mette a rischio processo di pace in Palestina e la stabilità nella regione».

Non tutti, in Israele, sono d’accordo con Netanyahu, che vorrebbe mantenere le sanzioni invariate fino al crollo del regime.
Sulla stampa progressista, il Premier viene definito una «Cassandra atomica» e, tra i suoi detrattori di punta, spicca il Presidente Shimon Peres, storico leader laburista, prima di confluire tra i centristi di Kadima, e Nobel per la Pace nel 1994 insieme a Yasser Arafat e Yitzhak Rabin.
A 90 anni, il Capo di Stato israeliano si è detto «disponibile» a incontrare il suo omologo iraniano Rohani. «C’è stato un tempo in cui non ci incontravamo, ad esempio, con Arafat. Vogliamo fare in modo che i nostri nemici diventino amici», ha aperto Peres, possibilista anche dopo la firma dell’accordo di Ginevra.
«Il suo successo o il suo fallimento vanno giudicati sulla base dei fatti. La questione può essere risolta per vie diplomatiche», ha dichiarato il due volte Premier, distanziandosi dal giudizio di Netanyahu.
La paura della sinistra israeliana è che, nella sua ossessione di «salvare Israele», il Presidente del Consiglio finisca per isolarsi dalla comunità internazionale e dalla sua stessa base elettorale. In un commento al vetriolo sul quotidiano progressista ‘Hareetz‘, Netanyahu è descritto come un Primo ministro, «inutile, perché senza una nuova leadership, si perde tempo, energia, soldi e attenzione».
Nelle elezioni di gennaio 2013, la sua coalizione di destra (Likud-Beiteinu) è stata riconfermata, ma di misura. E per quanto, nei sondaggi, la popolazione rimanga scettica (76,4%) sul reale stop al nucleare iraniano, oltre la metà degli israeliani ritiene sia meglio sganciarsi dagli Usa e trovarsi altri alleati nella regione, stando a un’inchiesta dell’Israel Democracy Institute (Idi).

La questione, delicata e dibattuta, ridisegna equilibri di potere nella regione, influenzando l’avanzare dei negoziati in Palestina e sulla Siria.
Della missione dei due esperti dell’Aiea, il capo della task force italiano Massimo Aparo, non ha diffuso alcun dettaglio. Già il 9 e il 10 dicembre, secondo fonti ufficiali iraniane, le delegazioni delle sei potenze del 5+1 e dell’Iran sono attese nella sede dell’Agenzia dell’Onu a Vienna, per fare il punto sull’applicazione dell’accordo.
Il portavoce per l’Organizzazione dell’Energia atomica iraniana Behrouz Kamalvandi ha dichiarato che «molto probabilmente», a Vienna gli esperti discuteranno anche dell’ispezione nella miniera d’uranio di Gachin, ancora da fissare ma prevista nel protocollo di Ginevra, come riporta il Tehrantimes’.
Per Ahmad Hashemi, ex funzionario del Ministero degli Esteri iraniano che ha chiesto asilo politico in Turchia e scrive sui siti d’informazione liberal israeliani, valutare il mantenimento degli impegni non sarà facile, perché l’intesa è il risultato di un compromesso. “Indubbiamente è stata un punto di svolta e un passo storico, il primo del genere dal 1979. Ma alcuni articoli sono vaghi e poco stringenti, di modo che ciascuna parte – sia l’Iran sia l’Occidente – può rivendicare di essere uscita da vincitore. La parte peggiore dell’accordo è che Teheran non è obbligato ad abbandonare completamente il suo inutile e sospetto programma d’arricchimento”, ci racconta l’esperto, che già nei mesi scorsi ci aveva spiegato i rapporti Iran-Siria.

Uno dei passaggi più controversi dell’accordo è proprio il diritto iraniano all’arricchimento dell’uranio, fino alla soglia del 5% – ben al di sotto della soglia oltre il 90% necessaria per le armi nucleari –, che l’Iran a Ginevra ha già rivendicato come riconosciuto per il nucleare civile. Ma che il Segretario di Stato americano John Kerry, per calmare Israele, non ha invece dato per acquisito nella fase provvisoria dell’intesa.
Il timore di Tel Aviv è che, non fermando interamente la produzione dell’uranio, come accaduto con la proliferazione delle centrifughe (oltre 18 mila, 10 mila in funzione) dalla rivelazione del programma nucleare nel 2003, una volta ridato fiato all’economia gli ingegneri iraniani riprendano a incrementare rapidamente l’arricchimento.
Un altro dubbio è che la Repubblica islamica nasconda agli ispettori internazionali parte delle scorte di uranio arricchito al 20%, che la delegazione si è impegnata a consegnare e convertire, fermando l’attivazione di altre centrifughe.
Casi di disonestà, per Hashemi si sono verificati, durante la passata Amministrazione. “Nel 2011, come funzionario interprete accreditato dal Ministero, ero presente a un’ispezione di routine dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche ad Arak e ho potuto verificare che l’Iran stava nascondendo due siti e sottostimando i volumi di produzione e operazioni mensili”.

 

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