martedì, Ottobre 26

Iran-Iraq, la guerra del greggio Con la guerra, sale l'export di petrolio di Teheran. Ma si ferma il gasdotto

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Rohani Iran

Per ragioni strategiche ed economiche, l’Iran è indicato come il maggior vincitore, forse l’unico, della crisi irachena.
Sicuramente, la delegazione di Teheran può far valere ai negoziati sul nucleare il suo potere di mediazione a Baghdad e, in generale, di stabilizzazione in Medio Oriente, in cambio di concessioni da parte del Gruppo 5 + 1 (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina più Germania). Ma dai vantaggi politico-diplomatici, la Repubblica islamica può trarre anche benefici economici dall’involuzione irachena.
Per gli Usa cooperare con l’Iran è l’unica strada percorribile per tamponare la polveriera jihadista”, commenta Vittorio Emanuele Parsi, docente di Relazioni internazionali alla Cattolica ed esperto di conflitti mediorientali, “in fondo gli ayatollah di Teheran non si erano mai comportati così’ bene e ora hanno tutte le carte per trarre vantaggio della crisi irachena”.
Intanto accrescerà il suo export di petrolio, sia verso il blocco occidentale, attraverso l’allentamento definitivo delle sanzioni che si fa sempre più concreto, sia verso le potenze asiatiche delle quali la Repubblica islamica, come la Russia, è massiccia fornitrice di idrocarburi.
La Cina, per esempio, è il primo acquirente che, negli anni dell’embargo più duro, ha tenuto l’Iran a galla, grazie al suo export di beni primari (medicinali inclusi) verso il Paese, in cambio di partite di olio nero.
Già prima della guerra in Iraq, a maggio, il commercio di greggio iraniano nel Dragone risultava impennato del 36% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, il 50% in più nei primi cinque mesi del 2014.

Il boom di petrolio verso Pechino è stato un effetto indiretto della caduta, temporanea e parziale, di parte delle sanzioni commerciali e bancarie verso Teheran, in vigore da gennaio dopo l’accordo di sei mesi sul nucleare di Ginevra.
Incurante dei richiami americani al rispetto delle restrizioni internazionali (ONU, USA e UE), la Cina ha sempre rivendicato il diritto a una «normale cooperazione» con Teheran, anche durante l’isolamento dei due mandati dell’ex Presidente Mahmoud Ahmadinejad.
Nel mondo della finanzia globale, tuttavia, i blocchi bancari limitavano anche i rapporti commerciali tra l’Iran e le potenze asiatiche. E se la Cina affamata di energia, nonostante gli ostacoli, ha comunque mantenuto un ritmo del 20% di greggio importato dalla Repubblica islamica (circa 30 miliardi di dollari), con le compagnie petrolifere in fuga dall’Iraq, i milioni di barili al giorno dallo stretto di Hormuz verso il gigante asiatico non potranno che aumentare.
Con Realpolitik, infatti, nell’ultimo decennio Pechino aveva aumentato il suo shopping di petrolio e gas dai rivali del Golfo (Arabia Saudita e Qatar), piazzando anche il colosso della China National Petroleum (CNPC) a trivellare olio nero dai maxi giacimenti del sud iracheno.

Primo investitore estero nell’ex feudo di Saddam Hussein dal ritiro Usa del 2011, nel 2013 dai campi di Bassora la Cina ha estratto direttamente circa 299 milioni di barili, trasformando rapidamente l’Iraq nel suo quinto maggiore fornitore di petrolio.
L’anno passato Baghad si contendeva con Teheran il secondo posto all’OPEC (Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio, ndr) come produttore di greggio”, ci spiega l’ex funzionario del Ministero degli Esteri iraniano Ahmad Hashemi, “con la crisi la Repubblica islamica potrà riguadagnare terreno”.
Per l’Iran, comunque, non esistono solo rose nel conflitto iracheno tra sunniti e sciiti. Se Teheran riacquista potere dall’arresto del decollo economico di Baghdad, resta tuttavia suo interesse primario bloccare, per la sicurezza nazionale e regionale, l’avanzata jihadista dell’ISIS (Stato islamico dell’Iraq e della Siria/Levante) in Medio Oriente.
Le spine degli ayatollah sono la minaccia jihadista alle porte di casa. E, sul versante economico, i miliardi di dollari ricavati dai beni di consumo che l’Iran esporta verso lo Stato amico, governato da quasi 10 anni dal Premier sciita Nuri al Maliki.
Grazie al Governo fantoccio di Baghdad, la Repubblica islamica ha potuto approfittare della ricostruzione, stringendo oltre 100 accordi economici e commerciali, dal comparto edile, alle auto e ai medicinali, al cibo e al vestiario.
C’è poi il nodo delicatissimo del gas. Gli inestimabili giacimenti offshore iraniani del South Pars-North Dome nel Golfo persico, condivisi con il Qatar, che Teheran non ha ancora avuto modo di sfruttare, per il ritiro delle big company occidentali durante l’embargo, hanno come corollario il maxi gasdotto che, attraverso l’Iraq e la Siria, dalla Repubblica islamica, raggiunga uno sbocco sul Mediterraneo o, in alternativa, una via turca per l’Europa.

Bloccata dal contesto ostile siriano, la prima tranche della «pipeline dell’amicizia» -in teoria la più grande incompiuta al mondo (6 mila chilometri, per un costo di circa 10 miliardi di dollari)- dai progetti iraniani sarebbe dovuta essere entro il 2014.
Addirittura questa estate, secondo i dispacci di Teheran, 4 milioni di metri cubi di gas sarebbero dovuti essere iniettati nelle reti irachene, per un valore di circa 3,7 miliardi di dollari l’anno.
In primavera, il ‘Tehran Times‘ riportava che il «gasdotto Iran-Iraq era completo al 75%, con 80 chilometri già costruiti in territorio iraniano e la restante parte della sezione irachena, da concludere nei tempi programmati». Invece, esplose battaglie in Iraq e in Siria, neanche lo stop delle sanzioni farà decollare i cantieri e le forniture di metano verso il Vecchio Continente e verso l’Asia, resteranno in pugno alla Russia.
Nella crisi, per gli ayatollah è forse tuttavia un vantaggio maggiore delle perdite regionali che, nella premura di tamponare l’ISIS; il Governo britannico abbia, con un inedito calore verso l’Iran, («Paese importante in una regione instabile, pilastro centrale dell’approccio diplomatico globale per il Regno Unito») disposto l’imminente riapertura dell’Ambasciata in Iran.

In fuga dall’Iraq come le società americane, di certo la British Petroleum (BP) coglierà al balzo l’opportunità futura di operare nella Repubblica islamica, grazie ai contratti agevolati al vaglio del Gabinetto del Presidente Hassan Rohani. Anche le compagnie tedesche, spinte da un Governo da sempre meno ostruzionista con l’Iran degli inglesi e dei francesi, per i media iraniani starebbero sgomitando per estrarre idrocarburi nel Paese.
Rohani ha dimostrato un’abilità indubbia, il cambio di Presidenza è stato determinante per il credito di apertura concesso, dall’Occidente. Da Paese emarginato, l’Iran è diventato interlocutore strategico”, ci spiega Arduino Paniccia, direttore della Scuola di Competizione economica di Venezia ed esperto di geopolitica. “Alle trattative sul nucleare, il vecchio nemico potrà far leva sul suo ruolo decisivo in Medio Oriente. Sarebbe interessante poter essere a quel tavolo, per conoscere la contropartita segreta. Chissà, forse addirittura il placet tacito del Gruppo 5+1 al nucleare militare”.

Intanto il Ministro del Petrolio iraniano Bijan Namdar Zanganehi si dice «ottimista sul ritorno dei giganti stranieri nel Paese». «Grazie all’ostruzionismo degli Usa, l’Iran non ha potuto sfruttare al massimo la sua capacità di produzione nel mercato petrolifero»ha denunciato. Ma il vento, anche grazie alle aperture del tandem Usa-Gran Bretagna, starebbe cambiando. Da indiscrezioni, «Shell, Bp, Repsol, Total ed Eni avrebbero mostrato interesse a rientrare nel mercato iraniano».

 

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