giovedì, Agosto 5

Iran, il test sui diritti field_506ffb1d3dbe2

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Rohani Iran

Il Presidente iraniano Hassan Rohani ha scelto la giornata del Festival della stampa di Teheran, per spezzare senza i soliti cerchiobottismi una lancia sulla libertà d’espressione. Dall’inizio del suo mandato, il 4 agosto scorso, il Governo non è riuscito ad allentare il blocco dei social network, come promesso in campagna elettorale da Rohani. Né sono stati fatti sconti alla corrente riformista che, forte del consenso popolare, lo aveva appoggiato sperando nel cambiamento.

Nell’autunno scorso le autorità giudiziarie hanno anzi nuovamente chiuso il quotidiano ‘Bahar‘, diretto dall’ex responsabile del Media Office della presidenza riformista di Mohammad Khatami, per un articolo «compromettente per i principi islamici». E questo febbraio, a una settimana dal lancio, la censura si è abbattuta sul nuovo tabloid ‘Aseman‘, di orientamento centrista, nato come vetrina “non governativa” per l’Amministrazione moderata di Rohani.

Vicino al ceto medio e dal format anglosassone, il giornale era uscito con un editoriale di Khatami sul primo numero, che augurava al progetto editoriale di contribuire a perpetuare la stagione di dialogo del suo Gabinetto, tra il 1997 e il 2005. «Non prendiamo un soldo dal Governo, ma gli siamo vicini. L’esecutivo ha bisogno di giornali privati che sostengono le sue riforme», aveva detto Al ‘Financial Times‘ il direttore Mohammad Ghouchani. Poi però un suo articolista è inciampato, definendo «inumana» la legge islamica del taglione (qisas), e la Procura di Teheran ha spedito l’editore Abbas Bozorgmehr due giorni in prigione a Evin, revocandogli la licenza per pubblicare. Un pugno nello stomaco per Rohani, che di fronte ai giornalisti ha difeso con fermezza la libertà di stampa: «Il Governo sostiene il diritto d’espressione. Se togliamo le penne e tappiamo le bocche, lediamo in modo grave la fiducia popolare. La chiusura di un giornale dovrebbe essere l’ultima risorsa, non la prima».

Ripreso in diretta dalla televisione di Stato, per la prima volta il Presidente iraniano ha preso le distanze dall’apparato giudiziario, tradizionalmente controllato da conservatori: «Anziché lasciare senza lavoro tante persone, il problema si sarebbe dovuto affrontare con la singola persona o con il direttore del quotidiano», ha detto. Esponendosi poi ancora più nettamente, in uno sfogo politico: «I critici e gli oppositori del mio Governo sono liberi e rimarranno liberi. Ma permettete anche ai sostenitori di questo Governo di godere della stessa libertà e della stessa sicurezza».

Propaganda retorica o reale e ostacolata volontà di smuovere le acque? Subito dopo la vittoria di Rohani alle elezioni del 14 giugno, ricorda la piattaforma internazionale Iran Media Program, nell’euforia si ventilò la ripresa di pubblicazioni riformiste quali ‘Eqbal‘ and ‘Tose’e’. Persino il quotidiano ufficiale ‘Iran Newspaper‘ avrebbe dovuto essere oggetto di un restyiling. E questo gennaio i giornalisti iraniani hanno firmato una petizione per la riapertura dell’Associazione della stampa, chiusa nel 2009.

Tra gli osservatori internazionali c’è molta attesa su quanto accadrà nei prossimi mesi in Iran: se la nuova Amministrazione riprenderà il sentiero interrotto di Khatami o se, piuttosto, come Khatami, Rohani verrà bloccato per essersi spinto troppo in là. Centrale sarà il ruolo discrezionale della Guida Suprema Ali Khamenei, per Costituzione la massima autorità religiosa, politica e militare della Repubblica islamica. Ma anche quello del Presidente Rohani, che prima di candidarsi era un centrista più vicino ai conservatori moderati che ai riformisti del Movimento verde delle proteste del 2009 e 2010. E poi è diventato la bandiera dei riformisti.

A febbraio Rohani aveva anche richiamato gli accademici dell’Università nazionale iraniana (Ina) a tenere schiena dritta, anziché mostrarsi cauti nel perorare la sua politica estera. «Abbiamo bisogno di coraggio socratico. Di cosa avete paura? Perché, quando si porta a buon fine un grande compito internazionale, i professori scrivono al Presidente privatamente ma poi non ne parlano in pubblico?», redarguì la platea. Anche le reticenze dei cattedratici di Teheran però non erano immotivate. Uno di loro, l’analista politico Sadegh Zibakalam (supporter di Rohani in campagna elettorale) che a gennaio criticò senza peli sulla lingua i passi troppo soft del Governo verso le riforme, mettendo anche in discussione uno dei dogmi dei conservatori (la necessità del programma nucleare per l’Iran), è stato arrestato dalla Procura e subito rilasciato su cauzione, per «calunnie al sistema giudiziario e disturbo della quiete pubblica».

Finora l’Amministrazione Rohani ha incontrato più resistenze all’interno che fuori dal Paese”, ci spiega Nicola Pedde, direttore dell’Institute for Global Studies e responsabile dell’area Medio Oriente per l’Osservatorio strategico del Centro militare di studi strategici (Cemiss) della Difesa, “la fine dell’embargo va a toccare gli interessi di una piccola fetta d’establishment che beneficiava del congelamento dei rapporti economici”. In particolare, la rete di compagnie dell’apparato della Difesa che – dall’Iran electronics industries (Iei) all’Aerospace and Marine industries organization – attraverso il Ministero statale controllano non solo l’assemblaggio, la costruzione e l’export della componentistica militare. Ma anche società di costruzioni, servizi e telecomunicazioni, che durante il blocco con l’Occidente producevano apparecchiature per il fabbisogno nazionale.

Ma, al di là degli stereotipi, non tutti i Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran) rientrerebbero nella cosiddetta “linea dura”, che Khamenei deve contenere. “A remare contro sono soprattutto l’apparato paramilitare dei Basij, cresciuto durante i due mandati dell’ex Presidente Mahmoud Ahmadinejad, e le fasce destinatarie dei suoi sussidi popolari”, continua Pedde, “circoli, in linea con la precedente Amministrazione, in forte polemica con gli Stati Uniti e Israele”. Fermare le centrifughe andrà a ridimensionare soprattutto le attività dell’unica centrale nucleare in funzione, a Bushehr. Persi quei posti di lavoro, se ne creeranno altri con l’import-export, il rilancio del turismo e lo sviluppo delle telecomunicazioni. 

Persino un conservatore come il Ministro della Cultura Ali Jannati, figlio del capo del Consiglio dei Guardiani custode dell’ortodossia costituzionale, ha aperto più volte alla «legalizzazione di Facebook e altri social network», ammettendo il loro uso comune, benché proibito, tra la popolazione attraverso reti di telecomunicazione private (Vpn). Dalle parabole satellitari poi ormai oltre il 70% dei residenti di Teheran si connette, sempre illegalmente, ai programmi stranieri.  Jannati è convinto che, «vivendo nel villaggio globale, nessun filtro alla Rete può bloccare l’accesso e il trasferimento delle informazioni». Tanto più che la «maggior parte dei Paesi avanzati trae beneficio dall’enorme impatto dell’information technology sullo sviluppo economico e sulla crescita del Prodotto interno lordo, anche il termini di potere e influenza su altri Stati».

D’altra parte, prima delle proteste del 2009 i social network erano aperti anche in Iran e “il processo è ormai irreversibile. Altra cosa è e sarà la questione sulle limitazioni nei costumi. Ma sulla libertà d’espressione non potranno che essere fatti progressi significativi” è dell’avviso anche Pedde. Le voci contrarie, prima o poi, dovranno arrendersi, “Khamenei, molto vicino a Rohani, non è mai stato quella Guida suprema dura e onnipotente che viene dipinto. È mite e moderato, e sta dalla parte del Presidente”.

 

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