sabato, Settembre 25

Iran, il fattore italiano field_506ffb1d3dbe2

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Dall’elezione del nuovo Presidente Hassan Rohani, il 14 giugno 2013, l’Italia è il Paese europeo che ha riattivato più canali con l’Iran. Non solo per il numero di leader politici che, dall’estate scorsa, sono andati in visita nella Repubblica islamica.
Intanto, il vice Ministro degli Esteri Lapo Pistelli è stato il primo rappresentante, tra i 28 Paesi dell’Unione europea (Ue), a rimettere piede sul suolo iraniano, il 7 agosto scorso, rompendo un gelo diplomatico durato anni.
Poi gli incontri tra i due Governi si sono susseguiti, in svariate occasioni in Italia e all’estero, fino al viaggio di dicembre a Teheran della titolare della Farnesina Emma Bonino che ha ricambiato la tappa a Roma del suo omologo iraniano Mohammad Javad Zarif.
A gennaio la numero uno della diplomazia italiana è stata poi seguita da Pier Ferdinando Casini, andato in qualità di Presidente della Commissione Affari Esteri del Senato a ribadire la «tradizionale amicizia tra il Parlamento italiano e quello iraniano». E anche dal Ministro della Cultura Massimo Bray, in tour in Iran per «sviluppare strategie comuni su arte e turismo».
Per essere precisi, infine, quest’inverno anche l’ex Ministro degli Esteri Massimo D’Alema (Pd) è volato a una conferenza sulla sicurezza dell’Istituto di studi politici internazionali del Ministero degli Esteri di Teheran.
L’attivismo di contatti non è solopolitico. Tra le piccole e medie imprese italiane, migliaia di imprenditori attendono lo sblocco progressivo delle sanzioni, per riaprire il flusso d’interscambio. A incrociare le dita perché l’accordo provvisorio sul nucleare diventi definitivo c’è anche il colosso energetico dell’Eni, in «pole position», come ha detto l’Amministratore delegato Paolo Scaroni, per riprendere a estrarre nella Repubblica islamica.
A Teheran la voglia di riallacciare relazioni e tesserne di nuove con l’Italia non deriva da interessi puramente economici, né è strumentale a riaprire un varco nell’Ue. Ma, come ci ha spiegato Davood Abbasi, esperto di esperto d’ingegneria aerospaziale -ex direttore e al momento giornalista di Radio Irib Italia‘ (sezione in lingua italiana di ‘Irib World Service‘, il servizio di trasmissioni internazionali della radio-tivù pubblica iraniana)-, nasce da un amore di fondo dell’Iran verso l’Italia.
Per motivi storici, culturali, anche paesaggistici, il Belpaese gode della particolare benevolenza della Repubblica islamica. «Un sentimento d’amicizia che gli iraniani sperano possa essere ricambiato», racconta Abbasi. E che, anche sul lato economico, potrebbe avere riflessi importanti, viste le risorse e l’influenza dell’Iran, in molti campi e verso molte zone.

In Italia, non di rado il rapporto con l’Iran viene descritto come «privilegiato». Si allude alle relazioni storiche del Paese con l’Eni di Enrico Mattei e a un interscambio commerciale ai primi posti nell’Ue.
Eppure, secondo indiscrezioni, al World Economic Forum di Davos il Presidente Rohani e i Ministri avrebbero incontrato anche altre compagnie internazionali, tra le quali Bp, Exxon, Total e Shell. L’Italia è realmente in «pole position»?
Posso confermare che, dopo la salita al potere del Presidente Rohani, prima del Forum di Davos, Scaroni è stato il primo Amministratore delegato di una compagnia occidentale a incontrare una delegazione di Teheran“, ci dice Davood Abbasi.
Il numero uno dell’Eni ha ragione a parlare di «pole position» per diversi motivi.

Davood Abbasi, un rapporto realmente privilegiato, dunque?
La popolazione iraniana, in primo luogo, segue la politica estera con grande attenzione, ed è sensibilissima all’argomento e per niente provinciale.  In un passato anche vicino, gli altri Paesi dell’Occidente con compagnie petrolifere importanti non si sono comportate bene. Fino ai primi anni della Presidenza di Mahmoud Ahmadinejad, per esempio, dalla Francia l’Iran acquistava una grande quantità di automobili: il 25% dell’export estero della compagnia francese Peugeot era diretto solo verso la Repubblica islamica, ma poi fu interrotta la vendita dei pezzi di ricambio. L’ultimo episodio negativo con Parigi risale alle trattative sul nucleare, nell’autunno scorso a Ginevra. Stando alle indiscrezioni, ad evitare che si raggiungesse il primo accordo sarebbe stato il Ministro degli Esteri Laurent Fabius: un ruolo non proprio costruttivo. Anche volendo, dunque, il Governo iraniano non potrebbe avviare grandi collaborazioni con la Total, pena lo scotto di essere criticato dall’opinione pubblica interna.  Quanto alla Gran Bretagna, ricordiamo che la sede diplomatica e il suo staff si sono ritirati dal Paese per una crisi diplomatica nel periodo Ahmadinejad. Gli Stati Uniti, infine, in Iran hanno un passato non nero, ma nerissimo.

Tra i Paesi europei, che tipo di rapporti hanno mantenuto nel tempo l’Iran e la Germania, locomotiva d’Europa che ha anche forti e crescenti relazioni commerciali con l’Asia?
In generale, la Germania non è stata toccata dalla crisi economica proprio grazie al dinamismo delle sue imprese con i Paesi extra-europei. In Iran, alcune società tedesche sono ancora presenti. Dopo la Svizzera, è il Paese che ha sempre fatto influire di meno le questioni politiche sugli affari.  Alla fine dell’Amministrazione Khatami, l’Italia per esempio era il primo partner commerciale di Teheran. Poi il primato è passato alla Germania: il loro interscambio non è crollato come quello italiano e il sostegno dello Stato tedesco alle imprese è stato più fermo. Della Germania, però, gli iraniani ricordano anche le bombe chimiche vendute a Saddam Hussein. I feriti della guerra con l’Iraq (dal 1980 al 1989) andavano a curarsi proprio per questo motivo nelle cliniche tedesche.

Adesso quali e quante opportunità potrebbe tornare a sfruttare l’Italia nella Repubblica islamica? Si parla molto del più grande giacimento di gas naturale al mondo del South Pars-North Dome, condiviso con il Qatar nel Golfo Persico, ma ancora poco sfruttato dall’Iran. Senza parlare del petrolio. Poi ci sarebbero altre riserve interne, tra gas, greggio e vari minerali.
Gli italiani sono apprezzati nel Paese perché non hanno un passato coloniale, né hanno mai espresso posizioni particolarmente ostili verso l’Iran. Il popolo iraniano ne ha memoria e questa potrebbe essere la volta buona per sfruttare una posizione unica. Il South Pars viene descritto come un pozzo senza fondo, ma al contrario del Qatar, che si è arricchito alle nostre spalle, l’Iran non ha potuto investire nell’ampliamento dei nuovi giacimenti a causa delle sanzioni internazionali, sia per i mancati introiti dalla vendita del petrolio, sia per i minori investitori stranieri. Anche per i giacimenti interni c’è interesse. Prima di andarsene via, un imprenditore italiano mi raccontò di aver avuto da lavorare ancora per 25 anni. D’altra parte, prima della Rivoluzione islamica gli Stati Uniti erano l’alleato numero uno dell’Iran, avendone intuito le grandi potenzialità.

La popolazione iraniana è giovane e mediamente colta, le università sono piene. In quali campi la Repubblica islamica è particolarmente forte e in quali settori, tecnologicamente sviluppati, potrebbero crearsi forme di cooperazione?
L’Iran ha un’ottima tradizione industriale e tecnologica. Durante la ricostruzione al termine della guerra con l’Iraq e negli anni dell’Amministrazione di Mohammad Khatami e Mahmoud Ahmadinejad sono stati fatti forti investimenti nel settore hi-tech. Il comparto petrolchimico inoltre è a livelli d’eccellenza: la nostra tecnologia propria è migliore che in qualsiasi altro Paese islamico. Non è detto, tra l’altro, che tutte le tecnologie sviluppate in Iran siano presenti anche fuori.  Un esempio evidente di queste conoscenze è stata la cattura, nel 2011, del drone americano RQ-170, che, in teoria, in base alla tecnologia Usa non sarebbe potuto neanche essere identificato: da nessun paese al mondo. Invece è stato intercettato e fatto atterrare dagli esperti di cyberwar persiani. Un effetto delle sanzioni è stato spingere gli iraniani a fare ricerca in tutti i campi. Con l’estero, dunque, più che una cooperazione potrebbe instaurarsi un vero e proprio interscambio in molti settori.

Sul piano dell’economia interna, quali settori conta di rilanciare l’Iran con lo sblocco, anche parziale, delle sanzioni internazionali?
Alla fine di ogni anno, che in Iran ricorre il 2122 marzo, la Guida Suprema l’Ayatollah Seyyed Ali Khamenei fa un discorso alla Nazione, appellandosi all’unità ed alla solidarietà islamica.  Dal 2007, con l’inizio della crisi finanziaria, il tema dedicato al nuovo anno è sempre stato riservato alle priorità economiche. Il motto del 2011, per esempio, fu la ‘jihad economica’ ovvero un grande invito alla gente per l’impegno nel settore dell’economia nazionale. Quello del 2013 ‘dell’epopea politica ed economica’. La Guida Suprema ha richiamato il Paese a diversificare le sue risorse, per renderlo sempre meno dipendente dal petrolio, che un giorno finirà. In questo senso, durante la precedente Amministrazione Ahmadinejad sono stati varati tre piani per svincolare l’Iran dall’industria del greggio. In pochi sanno, tra l’altro, che in quegli anni è stato introdotto nel Paese un prelievo corrispondente alla vostra Iva (in farsi, Maliat bar Arzeshe Afzude). Ma anche su hi-tech, industria aerospaziale, polimeri e medicinali sono stati fatti grossi investimenti. I proventi delle vendite del petrolio devono poi essere reinvestiti in altre filiere, prima tra tutte quelle agricole, in virtù dei tanti terreni coltivabili: un settore sul quale punta molto il Gabinetto di Rohani. Ma anche sul turismo, una grande risorsa ancora da sfruttare in Iran.

La materia è stata al centro del recente tour del Ministro italiano Bray nella Repubblica islamica. Come in Italia, la cultura e la storia millenaria sono un punto di forza dell’Iran, da sfruttare con un turismo intelligente. Quanto interesse c’è nello sviluppare rapporti di scambio culturale, anche tra la popolazione?
Il divario tra i milioni di turisti che visitano la Turchia e i flussi finora limitati dell’Iran – pur essendo il nostro patrimonio artistico e storico maggiore – è la cartina di tornasole di questa potenzialità. Gli italiani attratti dalla nostra storia potranno venire in Iran e altrettanto potrà accadere, in futuro, con gli iraniani verso l’Italia.  A Teheran e in altre città le richieste per studiare la lingua italiana sono in aumento, nelle università e nelle scuole private. Per gli iraniani, gli eredi della tradizione latina sono un popolo pacifico, che non ama fare la guerra né invadere altri Paesi. C’è rispetto e anche ammirazione per un passato antico, che i discendenti della Persia sentono come condiviso. Tuttavia, gli iraniani apprezzerebbero una maggiore indipendenza dell’Italia dalle potenze estere e anche un maggior orgoglio nazionale. In questo momento, per esempio, di fronte alle razzie straniere delle grandi società italiane.

Accennando alla Turchia, oltre all’Italia anche Ankara ha organizzato visite e incontri con l’Iran. L’interesse tra i due Paesi sembra notevole. Il Premier Recep Tayyip Erdogan, in questo momento in grande difficoltà, si è detto subito pronto a rilanciare le relazioni bilaterali. In visita a gennaio, ha detto alla Guida Suprema Khamenei che «l’Iran è la seconda casa» per la Turchia.
Erdogan è tornato pentito a Teheran, probabilmente perché si è reso conto del suo errore nell’appoggiare le forze legate al wahabismo saudita nella guerra in Siria. Descrivere lo scontro in atto come una guerra tra l’Islam sciita e sunnita è un grande equivoco: lo scontro è, in realtà, tra sunniti e sciiti da una parte e oscurantisti wahabiti dall’altra. Sistemi di potere obsoleti come quelli di Riyadh e del Bahrain tendono a conservare lo status quo, con un’interpretazione letterale, addirittura pre-islamica del Corano, sradicandolo dal contesto dell’epoca. Ora Erdogan, oltre a dover combattere contro l’estremismo wahabita lungo i confini, è minacciato politicamente dal rivale Fethullah Gülen, di una corrente nel suo partito ma più estremista, oltre che residente negli Usa. La strategia del Premier turco è stata insomma un boomerang e si trova a fare retromarcia. Ad ogni modo, le divergenze sulle questioni estere non mai hanno interferito nelle relazioni politiche ed economiche tra Iran e Turchia, buone da secoli: in passato, l’impero ottomano si è scontrato con quello persiano solo a causa dell’influenza degli inglesi e come conseguenza è entrato nella fase di declino che lo ha portato ad implodere. I rapporti di cooperazione non si sono mai interrotti, neanche con l’inasprirsi delle sanzioni internazionali: le compagnie turche sono sempre rimaste nel Paese ed è proseguito lo scambio in oro. Gli interessi e i collegamenti tra i due Stati sono molteplici: primo tra tutti, il progetto dell’espansione del gasdotto Iran-Turchia, attivo e da replicare in Pakistan.

Storicamente l’influenza dell’Iran, politica ed economica, è forte anche nel vicino Iraq e, più in generale, in Medio Oriente. Quanto è limitata la ripresa dei rapporti con l’estero, in Europa e in Asia, dalle sanzioni sbloccate a gennaio, ma per adesso solo temporaneamente oltre che in minima parte?
L’accordo di sei mesi prevede la restituzione a rate dei soldi bloccati all’estero dai proventi petroliferi e la revoca del blocco commerciale in alcuni settori, tra i quali il petrolchimico. Restano tuttavia in vigore, per adesso, le sanzioni al sistema bancario per la vendita del petrolio iraniano agli stranieri, il problema maggiore: chi lavora con l’Iran, rischia di essere estromesso dalle relazioni con gli Usa. Le banche americane usano questa formula: o lavorate con noi o con gli iraniani. In generale, tuttavia, in questi anni Teheran ha proseguito i suoi scambi con gli Stati asiatici, africani e latino-americani che non vivono dalle relazioni economiche con gli Stati Uniti: vale per la Cina, ma anche per la Turchia e altri Paesi. Per questo, il pegno maggiore del blocco commerciale l’hanno pagato soprattutto gli Stati europei alleati di Washington, piuttosto che l’Est asiatico. Per quel che riguarda il Medio Oriente, in Iraq la presenza delle compagnie e degli investimenti iraniani è spontanea, considerata la coincidenza etnica al nord e al sud del Paese confinante. Con la Russia le relazioni sono infine buone da decenni, ma è sbagliato pensare che sia nell’interesse di Mosca favorire il pieno decollo economico dell’Iran, anche nei suoi rapporti con l’Europa. In passato, ci sono stati molteplici ritardi dei russi nel completamento della centrale atomica di Bushehr e anche la vendita di sistemi missilistici di difesa S300 a Teheran non si è mai concretizzata. Più che essere felice della normalizzazione delle relazioni tra l’Iran e l’Occidente, è giusto dire che stare dalla parte dell‘Iran, secondo al mondo per giacimenti di gas, per Mosca è il male minore.

 

 

 

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