martedì, Settembre 28

Iran, il bivio nucleare

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In Iran Hassan Rohani è continuamente frenato, per quanto la Guida Suprema Ali Khamenei, suo vecchio amico, e gli offra il destro.
A maggio il Presidente della Repubblica islamica ha fatto il possibile per rilanciare l’idea di cambiamento. Stoppato il veto della censura a Whatsapp, visto «segnali tangibili di ripresa economica», condannato le frustate nel nome della «tranquillità psicologica e per la salute dei cittadini», ribadito il suo ottimismo per l’accordo definitivo sul nucleare «entro il 20 luglio».
Le controparti in Occidente non sono così convinte del successo dei negoziati e anche tra gli specialisti in materia si dubita. Per Mark Fitzpatrick, direttore del Programma di non proliferazione e disarmo dell’IISS (International Institute for Strategic Studies) per esempio «le misure ad interim sono buone finché durano, ma c’è un 10% di possibilità di un accordo di lunga durata nel 2014 e un 10% che i negoziati si interrompano. L’ipotesi più concreta è prolungarli e prendere tempo», ci spiega.
Finora gli incontri a Vienna con il Gruppo 5+1 (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina + Germania) si sono svolti più in sordina e senza le aperture che, nel novembre scorso, portarono alla storica intesa provvisoria di Ginevra.
In primavera le trattative sono state «difficili» come più volte ammesso dalla delegazione di Teheran, e questa settimana a Vienna è in agenda una fitta scaletta di riunioni tecniche, in vista del round del 16-20 giugno, decisivo per la bozza del protocollo.

«Progressi» sarebbero all’orizzonte, anche grazie al placet dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) alla Repubblica islamica. «Le misure concordate (nell’accordo di sei mesi, ndr) sono state attuate come pianificato. Il Paese si è impegnato in modo concreto e il programma nucleare iraniano ora ci è più comprensibile» sono parole che valgono come un passepartout per Rohani. Sulla firma dell’accordo nucleare, il Presidente si gioca infatti tutta la credibilità politica e larga parte del consenso popolare che, un anno fa, lo fece stravincere alle urne.
A Teheran il dibattito è acceso. Moderati e riformisti scendono in piazza per spingere il Governo all’intesa, anche a costo di ridimensionare l’attività delle centrali atomiche.
Dal 20 gennaio, caduto in parte l’embargo con Usa e Unione europea (UE) per effetto dell’intesa, l’economia iraniana ha avuto qualche boccata d’ossigeno. Le visite dell’Aiea hanno constatato che, come pattuito, l’Iran ha fermato l’arricchimento dell’uranio al 20%, procedendo a neutralizzare le sue scorte. In cambio, a fine aprile risultavano così scongelati 2 miliardi e 550 milioni dei 4,2 miliardi di dollari di asset del petrolio bloccati dalle sanzioni internazionali.

Il mondo è ancora lontano dall’assistere alla caduta del muro tra gli Ayatollah e gli Usa. Nessun volo diretto tra Teheran e New York è stato riattivato dopo la sensazionale chiamata di Barack Obama a Rohani, come entusiasticamente speculato. Neanche l’Ambasciata inglese è stata riaperta, né si è allentata la tenaglia alle transazioni bancarie che da anni strozza l’export di gas e petrolio iraniano.
È comunque solo in virtù dell’intesa provvisoria di Ginevra se la popolazione iraniana può concretamente intravedere spiragli alla recessione. Se naufragassero i colloqui verrebbero derubricati come l’ennesimo flop di trattative inconcludenti mandate in là per decenni. E Rohani – che ha impostato il suo programma politico sul rinnovamento, liberalizzando l’economia e togliendo sussidi ai cittadini- sommerso dalle critiche finirebbe messo sotto impeachment dai conservatori e dagli ultra-conservatori che, più o meno velatamente, lo tallonano da mesi.
Dopo mesi di trattative «senza progressi tangibili», pesa il ritardo nella stesura perlomeno di una bozza definitiva con le potenze del G+1. Per contrastare le voci degli estremisti che lo vogliono già sconfitto, al di là delle sparate propagandistiche («non accetteremo mai l’apartheid sul nucleare»), a Rohani manifestazioni pro intesa, come quella del 2 giugno di fronte al Ministero degli Esteri di Teheran, fanno gioco.

Ricordano sul ‘Washington PostFarzan Sabet, esperto iraniano del Graduate Institute di Ginevra membro del Nuclear Proliferation International History Project del Wilson Center (NPIHP), e Aaron Stein, ricercatore sul programma di non proliferazione al Center for Economics and Foreign Policy Studies in Istanbul, che, sulla carta, politicamente in Iran Rohani ha raccolto un «raro e delicato consenso» per i negoziati sul nucleare: la convergenza accomuna i cosiddetti riformisti, i centristi, i conservatori e finanche agli esponenti di punta dei principalisti e dei neo-principalisti, le correnti più conservatrici vicine ai militari e con interessi economici nelle centrali atomiche.
Con il Presidente – e la Guida Suprema – oltre a figure chiave riformiste come l’ex Presidente iraniano Mohammad Khatami e tutto il campo dei moderati, si sono allineati, «con un tenue consenso, anche la scena conservatrice con il suo apice nell’Ayatollah Khamenei». E, «nel nome dell’interesse nazionale, l’influente portavoce principalista del Parlamento Ali Larijani. Lo stesso, formalmente può dirsi del consigliere per la politica estera Ali Akbar Velayati, principalista di lungo corso nonché ex candidato alle Presidenziali, in passato critico sui precedenti colloqui sul nucleare».

Tutti o quasi stanno con Khamenei. Gli unici fuori dal coro sono gli esponenti più intransigenti dei neo-principalisti, la cosiddetta “linea dura” che fa capo ai Guardiani della rivoluzione (Pasdaran) e ai membri del Parlamento fedeli all’ex Presidente Mahmoud Ahmadinejad.
Da mesi il loro dissenso esplode sistematicamente in contestazioni e attacchi a Rohani, ma «al momento», scrivono nell’analisi Sabet è Stein, è «incapace di incidere concretamente». Le voci contrarie all’accordo sul nucleare sono infatti state screditate, al loro interno, anche dagli «esponenti più rilevanti dei neo-principalisti». Primo fra tutti, il comandante in capo dei Guardiani della Rivoluzione Mohammad Ali Jafari, nemico di Rohani che però, rispettando l’esortazione alla «flessibilità eroica» della Guida Suprema, ha dichiarato: «I negoziati devono andare avanti e in una fase così delicata dobbiamo restare in silenzio, trattenere le lacrime. L’obiettivo, molto importante, è rimuovere le pressioni economiche sulla popolazione. Dobbiamo procedere con cautela».
L’equilibrio di questa Grande coalizione d’emergenza nazionale targata Rohani è tuttavia appeso a un filo. Il documentario ‘Io sono Rohani‘ sui lunghi trascorsi da conservatore del Presidente, diffuso nella Repubblica islamica sembra da giovani supporter dei Pasdaran, è sintomatico di come, sotto la cenere, covi una guerra interna pronta a esplodere.

«Analizzare il frammentato sistema politico iraniano è notoriamente compito difficile, nella migliore delle ipotesi la Teheranology può considerarsi una scienza inesatta», mettono in guardia i due esperti di politica e nucleare del Medio Oriente.
Suddividere il Parlamento iraniano in riformisti, centristi, conservatori e vecchi e neo principalisti aiuta a spiegare chi appoggia i negoziati, ma resta sempre una grande semplificazione. Se tutto l’ establishment a parole è buono d’intenti, nei fatti Rohani si trova a «fronteggiare freni politici domestici davvero reali. Costrizioni che potrebbero rivelarsi fatali all’accordo sul nucleare, se gli Stati Uniti non sapranno capirle in modo appropriato».
La storia può ripetersi. Affossati dagli Usa nonostante il disco verde dell’Aiea, 10 anni fa i colloqui con l’Occidente dell’Amministrazione Khatami (1997-2005) fallirono, per la gioia dei malpancisti iraniani che sarebbero presto tornati al potere con Ahmadinejad. Il disgelo che sembrava alle porte svanì. Rohani, ambizioso di passare alla storia, è al medesimo giro di boa.

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