giovedì, Dicembre 2

Iran: Hemmati, un banchiere per Presidente Al voto di domani potrebbe ripetersi quanto accaduto nel 2013, e l'outsider tecnocrate moderato potrebbe essere ritenuto un candidato 'accettabile' da quegli elettori moderati e riformisti che non hanno intenzione di votare per un candidato 'intransigente' religioso

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Abdolnaser Hemmati, 65 anni a giorni, è l’unico non conservatore a correre per la poltrona di Presidente nelle elezioni di domani in Iran. E se fino a qualche settimana fa era un candidato di peso, ma che nessuno considerava davvero ‘papabile’, negli ultimi giorni sta avanzando come l’outsider che potrebbe scombinare il gioco dell’establishment e succedere a Hassan Rohani. Se accadesse, si ripeterebbe esattamente quanto accaduto nel 2013, quando, esclusa la candidatura di Hashemi Rafsanjani, gli elettori, delusi e arrabbiati, si sono allineati dietro Hassan Rouhani pochi giorni prima del voto, assicurandogli la maggioranza dei voti con un’affluenza del 74 per cento.

Ex governatore della Banca centrale, Hemmati è un tecnocrate moderato su cui hanno puntato parte dei riformisti e moderati, divisi al loro interno e messi fuori gioco in questa tornata elettorale per soli conservatori, o meglio, intransigenti.

Hemmati è certamente l’unico candidato in grado di sfidare il favorito, l’ultraconservatore Ebrahim Raisi.

Ex ambasciatore in Cina, anche se solo per poche settimane, Hemmati viene descritto come un ‘tecnocrate pragmatico‘ che è stato capo della Banca centrale dell’Iran (CBI) dal 2018 fino al mese scorso, quando si è dimesso per poter partecipare alle elezioni. In precedenza è stato vicepresidente della Radiodiffusione della Repubblica Islamica dell’Iran (IRIB), governatore della Central Insurance of Iran e amministratore delegato della Bank Melli Iran.
Nelle elezioni di domani 18 giugno
, per le quali è previsto un tasso di astensionismo storico -i sondaggi ufficiali prevedono un’affluenza tra il 38% e il 40% dei 59 milioni di elettori ammissibili del Paese, quelli indipendenti dichiarano che solo il 25% degli intervistati che dichiara di voler votare- Hemmati potrebbe essere eletto Presidente.

La candidatura di Hemmati è stata una sorpresa per molti fino a quando non è apparso al Ministero degli Interni per registrarsi, il 15 maggio, affermaAli Dadpay, professore associato di finanza presso il Gupta College of Business dell’Università di Dallas In precedenza aveva negato qualsiasi ambizione politica, ma il suo background dimostra che è un uomo ambizioso che sale le scale dell’establishment clericale». E ora pare stia vivendo, affermano gli osservatori locali, una«rapida trasformazione da ottuso tecnocrate bancario a campione iraniano della libertà di parola». Specialmente dopo che questa settimana sua moglie, Sepideh Shabestari, è apparsa in un’intervista alla televisione di Stato senza indossare il chador obbligatorio che ci si aspetta dalle potenziali first lady. Un segnale chiaro ai moderati e a quegli elettori che non hanno intenzione di votare per un candidato ‘intransigente’ religioso, e sono invece alla ricerca di un candidatoaccettabile‘. Hemmati si propone come un candidato ‘accettabile’ da quei moderati e riformisti che si sentono orfani di un candidato da poter votare, e vittime dell’establishment, che ha manipolato il voto per consegnare la presidenza a un uomo di loro fiducia, Ebrahim Raisi, che molti già considerano Presidente.

Operazione di accreditamento facilitata dal fatto che Hemmati è membro del Kargozaran Sazandegi, partito riformista-centrista fondato da tecnocrati vicini all’allora Presidente Ali Akbar Hashemi Rafsanjani -Rafsanjani, morto nel 2017, è stato Presidente tra il 1989 e il 1997, sostenendo un approccio capitalista del libero mercato all’economia- e dal legame di lunga data con la famiglia Rafsanjani. Due elementi che lo aiuterà a farsi strada nella coscienza pubblica di quegli iraniani che ricordano con rimpianto il periodo Rafsanjani.

Fotografie dei primi giorni della rivoluzione, mostrano un sorridente, giovane Hemmati accanto al fondatore della Repubblica Islamica, Ayatollah Ruhollah Khomeini, e a Rafsanjani, sottolinea Dadpay. «Durante gli otto anni di guerra Iran-Iraq negli anni ’80, ha supervisionato la propaganda di guerra nelle trasmissioni della Repubblica islamica dell’Iran ed è diventato il capo del dipartimento di notizie nel 1989. Successivamente è stato vicepresidente per gli affari politici sotto il fratello di Rafsanjani, Mohammad Hashemi Rafsanjani, dal 1989 al 1994».
«Laureato all’Università di Teheran, Hemmati è diventato uno dei tanti funzionari che hanno ricevuto la laurea mentre lavoravano a tempo pieno. Ha conseguito il master in economia nel 1987 e il dottorato, sempre in economia, nel 1993 presso l’Università di Teheran».

Hemmati sarebbe poi diventato capo della Central Insurance dal 1994 al 2006, poi amministratore delegato di Sina Bank dal 2006 al 2013, e, infine, capo di Melli Bank dal 2013 al 2018. Nel giugno 2018, Hemmati è stato inviato ambasciatore dell’Iran in Cina, per poi essere richiamato quasi subito, con urgenza, per per prendere le redini della CBI.

Urgenza determinata dalla crisi economica all’orizzonte. Poche settimane prima, nel maggio 2018, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump si era ritirato dall’accordo sul nucleare iraniano, chiudendo i canali commerciali internazionali con l’Iran. In risposta, Rouhani aveva promesso che l’Iran non si sarebbe piegato alle pressioni. Per questo ha scelto Hemmati per dirigere la Banca centrale, anche per i suoi legami internazionali, a partire da con molte istituzioni finanziarie in Asia.

«La reimposizione delle sanzioni punitive statunitensi ha rivelato una profonda vulnerabilità nell’economia iraniana. Anni di sanzioni e cattiva gestione economica avevano incoraggiato la corruzione e molte banche iraniane si stavano avvicinando all’insolvenza. Le sfide del settore bancario sono aumentate in modo significativo quando i sostenitori della linea dura hanno rifiutatodi accettare i regolamenti bancari imposti dall’organismo di vigilanza globale contro il finanziamento del terrorismo, la Financial Action Task Force (FATF). Inoltre, il rial iraniano ha iniziato un periodo di caduta libera, registrando ogni giorno nuovi record minimi, poiché le entrate petrolifere dell’Iran avevano iniziato a diminuire. Il nuovo governatore della CBI avrebbe dovuto affrontare molteplici crisi in corso.

Hemmati si è dimostrato un banchiere scaltro,promuovendo un approccio di mercato pur rimanendo fedele alla linea politica ufficiale del regime, sostenendo pubblicamente che le sanzioni non hanno influenzato l’economia iraniana. Il suo primo compito è stato quello di stabilizzare il mercato dei cambi. Resta inspiegabile il motivo per cui l’Amministrazione Rouhani abbia deciso di fissare il tasso di cambio ufficiale a 42.000 rial, bloccando le sue riserve in un sistema di distribuzione controllato dal governo. La decisione ha impedito alla CBI di creare un mercato unificato dei cambi. Prima della primavera del 2019, l’Iran aveva quattro diversi tassi di cambio con micromercati in varie città e oltre confine in Iraq e Afghanistan.

Tuttavia, Hemmati è riuscito trovare nuove fonti di valuta estera, poiché la domanda interna era diventata insaziabile. Ha usato il sistema di scambio integrato iraniano come mercato in cui gli esportatori iraniani potevano vendere i loro proventi in valuta estera. Tuttavia, gli esportatori iraniani hanno trovato scoraggiante l’approccio prepotente iniziale di CBI e si sono rifiutati di vendere la loro valuta estera sudata a tassi prestabiliti. Di conseguenza, da aprile 2018 a marzo 2019, hanno portato a casa solo 8 miliardi di dollari di entrate totali per 40 miliardi di dollari. Gli esportatori sono diventati cooperativi solo dopo che la CBI ha accettato un tasso vicino al tasso di cambio del mercato libero e ha perseguito alcuni esportatori.

Hemmati ha usato la stessa tattica nel trattare con le banche militari insolventi. Evitando di pubblicizzare il problema e seguendo rigorosamente la linea ufficiale, ha fuso cinque banche, tutte affiliate all’apparato di sicurezza, con la banca più antica dell’Iran, la Bank Sepah. I loro bilanci includevano molti asset tossici, che non potevano liquidare sui mercati. Poiché le loro passività hanno superato le loro attività, migliaia di proprietari di depositi si sono preoccupati che i loro risparmi potessero andare persi. La fusione delle banche sull’orlo della solvibilità con una banca importante era l’ovvia soluzione economica. Poiché il governo e le organizzazioni militari erano i principali azionisti, la fusione non richiedeva né implicava la condivisione delle informazioni. Nessuno ha discusso o messo in dubbio il motivo per cui le banche militari erano fallite in meno di un decennio. Pertanto, il costo politico per l’establishment al potere è stato ridotto al minimo».

«Non c’è dubbio che Hemmati sia un membro dell’establishment politico della Repubblica islamica, vicino ai conservatori centristi e moderati dei vecchi tempi. Tuttavia, è uno dei pochi rivoluzionari giovani al tempo della rivoluzione che hanno imparato qualcosa dalla loro esperienza. Non affronta l’opposizione all’interno dell’establishment politico, ma chiede un posto al tavolo». Questa sua strategia, prosegue Ali Dadpay, è già rintracciabile nel suo approccio all’attuazione dei regolamenti GAFI. «Le banche iraniane avevano bisogno del GAFI per combattere il loro crescente isolamento. Nel febbraio 2020, il GAFI ha inserito l’Iran nella sua lista nera per non aver rispettato le norme antiterrorismo accettate a livello internazionale. Invece di schierarsi contro gli estremisti, Hemmati ha chiesto che la CBI fosse inclusa nelle elaborazioni sulle politiche del GAFI e sulla lotta al terrorismo finanziario. Tuttavia, quando l’Expediency Council, un organo consultivo che gestisce le controversie tra il Guardian Council e il Parlamento, non è riuscito ad approvare i regolamenti GAFI, ha affermato pubblicamente che il rifiuto del GAFI non ha avuto alcun impatto sull’economia iraniana».

Nel corso di queste settimane di campagna elettorale, soprattutto nei dibattiti televisivi,Hemmati ha attirato una certa attenzione. Così come sui social media. Hemmati è presente su Instagram, su Clubhouse e più recentemente su Twitter. E proprio su Twitter ha avviato conversazioni con giornalisti e opinionisti liberali, insistendo sul fatto che dovrebbe essere visto come un riformista e affermando che ha in programma una serie di importanti riforme economiche per l’Iran.

E in fatto di social, Hemmati ha sfidato il favorito Ebrahim Raisi -l’intransigente capo della magistratura iraniana sostenuto dall’establishment- a sbloccare Twitter in Iran, ricordando che Raisi è l’unica persona in Iran, a parte il Leader Supremo Ayatollah Ali Khamenei, che avrebbe l’autorità per farlo. Una mossa questa che potrebbe attirare le simpatie di un pezzo importante di elettori che al momento accedono illegalmente al social.


Nei sondaggi condotti da media moderati e riformisti, afferma Dadpay, «Hemmati è davantial capo della magistratura Raisi, con il 55,4 per cento dei voti. Secondo ‘Tejarat News, poche ore dopo il primo dibattito, Raisi era tornato ad essere il candidato numero uno. L’improvvisa variazione è stata attribuita a attacchi informatici e manipolazione dei sondaggi. Prima di quello che sarebbe stato un atto manipolatorio, Hemmati era davanti agli altri candidati con il 55,4 per cento dei voti».
Il suo
programma elettorale ha punti sicuramente molto innovativi per l’Iran, un programma che presta attenzione particolare alle fasce della società iraniana che stanno patendo la crisi economica frutto delle sanzioni americane. Hemmati ha affermato che, come Presidente, lavorerebbe per una politica volta a sostenere le classi più sottoposte a forti pressioni economiche, sostenendo la necessità di ‘indirizzare e ridistribuire le risorse’ e i sussidi, fino a proporre un reddito di base universale per le fasce povere, un sussidio equivalente a circa 40 dollari al mese.

Hemmati, in effetti, ha fatto dell’economia una pietra angolare della sua campagna. Durante due dibattiti presidenziali televisivi, ha ripetutamente menzionato le sfide che devono affrontare gli iraniani, che hanno visto evaporare i risparmi di una vita a causa della rapida svalutazione del rial del Paese. L’inflazione resta in doppia cifra, mentre i buoni posti di lavoro restano scarsi.


In questo quadro prospettico si inserisce la dichiarazione di questi giorni: Hemmati ha dettoche
sarebbe potenzialmente disposto a incontrare il Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, se fosse eletto, a condizione che Washington aderisce allacoesistenza positivacon Teheran, e precisando che comunque verso l’Iran «gli americani hanno inviato segnali positivi, ma quei segnali non sono stati abbastanza forti», «l‘America ha bisogno di inviare segnali migliori e più forti».
La disponibilità all’incontro con il capo della Casa Bianca è certamente ‘rivoluzionarla’. Nessun Presidente iraniano è mai arrivato a tanto, ma neanche i funzionari di seconda fila. I leader iraniani si sono sempre sforzati di evitare gli americani -arrivando perfino al punto di utilizzare corridoi diversi nel palazzo delle Nazioni Unite per non scontrarsi l’uno con l’altro. Rouhani ha avuto una conversazione telefonica con il Presidente Barack Obama nel 2013, ma mai u
n incontro fisico. Il leader supremo Ayatollah Ali Khamenei, ha ripetutamente escluso i negoziati con gli Stati Uniti, con i quali non ha avuto relazioni diplomatiche dalla rivoluzione islamica del 1979.
All”
Associated Press‘, Hemmati ha sottolineato che un ritorno americano all’accordo nucleare iraniano è la chiave per qualsiasi possibile relazione. «Penso che non abbiamo ancora visto nulla di serio da parte del signor Biden», ha detto Hemmati. «Prima devono tornare all’accordo nucleare da cui si sono ritirati. Se vediamo il processo e si costruisce più fiducia, allora possiamo parlarne», dell’incontro e di molto altro. «Dobbiamo vedere come l’America agisce sull’accordo nucleare…, poi dobbiamo vedere se l’America vuole continuare la sua ingerenza nella regione attraverso Israele e i suoi elementi».
Alla domanda se l’Iran sarebbe disposto ad accettare ulteriori restrizioni, come sul suo programma di missili balistici per ottenere sollievo dalle sanzioni, Hemmati ha detto che Teheran rifiuterebbe tale offerta. «
Gli impegni nucleari dell’Iran devono essere all’interno del quadro dell’accordo», ha affermato. «Se non lo sono, né il leader supremo né il Presidente lo accetteranno».

Se i colloqui a Vienna sull’accordo nucleare falliscono, Hemmati ha detto di essere convinto di riuscire a concluderli positivamente se venisse eletto Presidente. E i colloqui viennesi, si è saputo in queste ore, non sono falliti al momento, ma nemmeno sono riusciti. Secondo ‘Associated Press‘, i colloqui si estenderanno al periodo di transizione politica che durerà fino ad agosto. Il capo di gabinetto del Presidente Rouhani, Mahmoud Vaezi, ha detto ieri che ci saranno «buone notizie nelle prossime settimane» dai negoziati con le potenze mondiali per rilanciare l’accordo nucleare del 2015. RBC Capital Markets ha dichiarato che l’accordo sul nucleare potrebbe essere ripristinato entro agosto, prima che Rouhani lasci l’incarico. Il mercato potrebbe aspettarsi di vedere un ulteriore milione di barili al giorno di petrolio iraniano entro la fine di quest’anno.
«
Siamo riusciti a neutralizzare le sanzioni e gestire l’economia negli ultimi tre anni di sanzioni difficili», ha affermato Hemmati. «Sicuramente ho dei piani anche per quello scenario», quello del fallimento delle trattative, «ma cercheremo di aiutare per raggiungere risultati positivi, se Dio vuole».

«Oggi Hemmati afferma che avrebbe ratificato gli standard del GAFI in un batter d’occhio se fosse stato solo per lui», afferma Dadpay. «Molte élite politiche e membri della comunità finanziaria in Iran considerano la gestione di Hemmati delle banche militari e del GAFI come ragioni per cui dovrebbe essere il prossimo Presidente. Credono che Hemmati possa affrontare le sfide economiche dell’Iran con un mix di politiche a porte chiuse e politiche basate sul mercato, riducendo così al minimo il costo politico per il regime. Di conseguenza, alcuni riformisti si stanno scaldando all’idea di un potenziale Presidente Hemmati».
Secondo gli analisti una sua elezione resta molto difficile, ma, come afferma Raffaele Mauriello, docente al Dipartimento di Studi Regionali dell’Università ‘Allameh Tabatabai’ di Teheran, «in Iran è sempre possibile un colpo di scena all’ultimo minuto», e come lui sono in molti a pensarlo. «In Iran di solito non si arriva al ballottaggio. La sorpresa mi sembra difficilissima, ma Hemmati di recente ha ricevuto l’endorsement di Karroubi», uno dei leader dell’Onda Verde ancora oggi agli arresti domiciliari per aver guidato le proteste contro Ahmadinejad nel 2009. «I sondaggi non indicano Hemmati neanche al secondo posto, ma intorno al suo nome può generarsi un entusiasmo dal nulla».

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