venerdì, Agosto 6

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Khamenei Iran cyberwar

La Guida Suprema Ali Khamenei ha chiamato i suoi studenti a fare gli «agenti della cyberwar», invitandoli a far tesoro, durante la loro azione, dell’acume di Amman e della resistenza di Malik Ashtar, i due compagni di guerra del profeta Maometto.

A febbraio, mentre all’estero la delegazione di Teheran mandava avanti i colloqui sul nucleare con il Gruppo 5+1 (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina più Germania), a margine di una conferenza di digital media activists, il Ministro della Cultura Ali Jannati ha aperto alla legalizzazione dei social network, a uso e consumo anche del soft power iraniano: «Oggi i Paesi più avanzati beneficiano dell’information technology, che oltre ad avere un impatto enorme sulla crescita del Prodotto interno lordo nazionale, gioca un ruolo innegabile nel sistema di potere e dominanza di uno Stato sugli altri». «Chi ha più informazioni può imporre la sua influenza, lo vediamo con l’America», ha concluso Jannati di fronte alla platea di cibernauti, «persino spiare le conversazioni dei leader europei e carpirne dati economici, scientifici e industriali è andato a suo vantaggio».

Non che, sdoganando Internet, la Repubblica islamica su prefigga di inseguire gli Usa nelle intercettazioni di massa. Entrare nel «villaggio globale», tuttavia, le permetterà di allargare le competenze nel «campo di hardware, software e contenuti digitali». «Con circa 81 mila chilometri di fibra ottica tra i centri abitati, 30 mila chilometri intra-cittadini e un tasso di penetrazione di telefonia mobile del 130%, l’Iran ha di fronte a sé un campo ancora da arare, nel quale darà il tutto è per tutto», ha esortato, retoricamente, il Ministro della Cultura.

Dopo cinque anni di chiusura alla Rete, per limitare il tam tam dei movimenti di protesta e frenare la penetrazione della cultura americana, l’obiettivo strategico del disgelo («la flessibilità eroica» di Khamenei) è anche diffondere all’estero l’ideologia e il sistema culturale della teocrazia. Militarmente parlando, il Generale e Capo staff delle Forze armate Hassan Firouzabadi ha annunciato all’agenzia ‘Fars‘, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, che la Repubblica islamica è pronta per la «battaglia decisiva con gli Stati Uniti e Israele, inscenando diversi war games». Un linguaggio allusivo che ha fatto subito sobbalzare Israele per l’avvento imminente di «nuovo grado di ciberguerra»: «Nelle ultime settimane una serie di eventi segnalano che Cina, Russia e Iran stanno entrando in una nuova fase delle loro capacità di cyber warfare. Il trend potrebbe tracimare in un conflitto israelo-iraniano», ha profetizzato il 17 marzo il ‘Jerusalem Post‘.

Iperboli a parte, è certo che, come provano gli investimenti dispendiosi di tempo e strutture nel settore informatico svelati dal Datagate, in futuro le guerre tra potenze saranno sempre più combattute sul terreno dei pixel e dei microchip. Al momento si può inoltre ipotizzare che il Pentagono detenga la più vasta gamma di strumentazione e dati riservati, anche in virtù della forza dell’alleato israeliano. Ma è chiaro che, in prospettiva, anche l’Iran, al pari di altre potenze regionali, voglia attrezzarsi nello sviluppo dell’information technology. “Nel campo delle cyberwars per adesso è impossibile capire che cosa ha chi” ci spiega Luciano Bozzo, direttore del Centro di studi strategici e internazionali (Cssi) dell’Università di Firenze e anche docente della Scuola di guerra aerea di Firenze dell’Aeronautica militare. “Sappiamo che l’Iran è riuscito a barcamenarsi bene sul nucleare, nonostante sia stato sotto lo scacco di sanzioni internazionali pressoché continue, in diversa misura, dal 1979 a oggi. Ha poi ottime università e ottimi studenti. I quali, studiando all’estero, negli anni saranno venuti in contatto con i programmi di ricerca di Stati stranieri, riportando poi le informazioni nel Paese d’origine. Tutto questo può senza dubbio, nei prossimi anni, produrre una buona generazione di informatici. Il potenziale e il passato della Repubblica islamica non può essere sottovalutato”.

Come le centrifughe nucleari, l’esercito di cyberwarriors funge anche da deterrente in funzione anti-israeliana e per estendere potere nella regione. Ma da qui a tratteggiare uno scenario apocalittico globale, il passo è lungo. Tanto più con un negoziato in corso per l’accordo definitivo sull’energia atomica tra l’Iran e l’OccidenteL’intesa di Ginevra, che ha portato a un ammorbidimento delle sanzioni, urgeva per ridare fiato a un Paese in crisi nera. Le dichiarazioni, anche retoriche, della Guida Suprema vanno contestualizzate. Vale per l’Iran come per Israele” precisa Bozzo, “che con la sua politica sull’oggettività del nemico iraniano pompa la minaccia, anche per rinsaldare l’asse con i Paesi arabi del Golfo, rivali di Teheran nell’area, e per ottenere un appoggio più forte degli Usa”.

Nel 2011 gli hacker persiani fecero notizia, per l’intercettazione e la cattura di un drone americano RQ-170, fatto atterrare nella Repubblica islamica e poi copiato. Sui media occidentali di cyberwar si è tornato poi a parlare, con molta più enfasi, per il presunto omicidio, nell’ottobre scorso a nord della capitale, dell’ufficiale dei Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran) Mojtaba Ahmadiindicato dall’inglese ‘Telegraph‘ come il Capo del Dipartimento di cyber warfare.

Le autorità di Teheran derubricarono il caso come un «terribile incidente». Mentre Israele, chiamato in causa per aver commissionato la sesta uccisione mirata (dopo i cinque scienziati morti o scomparsi dal 2007) dichiarò ambiguamente di «non essere necessariamente coinvolto» nella vicenda. Di attacchi e contrattacchi informatici tra gli Stati Uniti e la Repubblica islamica comunque si era già scritto a più riprese, dal 2010, quando la centrale nucleare di Natanz cadde vittima del virus Stuxnet, confezionato dagli Usa in tandem con gli israeliani del Mossad, che mandò in tilt quasi 1.000 centrifughe per l’arricchimento. 

L’Iran reagì, fondando, nel 2011, la sua prima unità di cyber commando anti-sabotaggio. E sferrando poi incursioni contro le compagnie di gas e petrolio in Arabia Saudita e Qatar e alcune grandi banche Oltreoceano (tra le altre, Citigroup, JpMorgan e Bank of America). Ma Cia e Mossad non si tirarono indietro, tornando ad aggredire il Ministero del Petrolio iraniano con il baco cattura-dati Flame.

Di tutta risposta, negli anni del braccio di ferro con gli Usa, pare che Teheran abbia creato diverse strutture per lo sviluppo della guerra informatica – dal Centro ricerche per le telecomunicazioni di Maher, a un comando cyber legato al Ministero della Difesa a varie unità speciali dei Pasdaran e nella polizia -, per un investimento di circa un miliardo di dollari.

Mentre il Presidente americano Barak Obama, nel 2012, stando al ‘New York Times‘ avrebbe dato il disco verde ad ampliare il programma di guerriglia informatica Olympic Games di Bush anche contro l’Iran, la Repubblica islamica avrebbe istruito l’alleato di Damasco Bashar al Assad a mettere in piedi l’Esercito siriano elettronico (Sea). E, in piena faida tra l’allora Presidente Mahmoud Ahmadinejad e l’opposizione interna, l’Amministrazione di Teheran sarebbe stata colpita persino da un virus interno, complice forse lo storico team di hacker iraniani della Ashiyane digital security.

Di certo la squadra di cyberwarriors sta crescendo, anche se Cina e Russia restano gli antagonisti di punta degli Usa. “Un tempo per distruggere una centrale elettrica bisognava bombardarla. Adesso per creare danni consistenti e ad alto impatto mediatico basta un attacco informatico” ci spiega Francesco Tosato, responsabile per gli Affari militari del Cesi (Centro Studi Internazionali) di Roma. “La guerra cibernetica ha il vantaggio di essere uno strumento accessibile e relativamente poco dispendioso per Paesi che, come l’Iran dispongono di una buona base tecnologica e soprattutto scientifica. Stati informatizzati come l’Occidente o anche la Corea del Sud, dove ormai intere reti di strutture e servizi vengono gestite online sono facilmente vulnerabili”. Paradossalmente, anche per il Pentagono è “più facile attaccare, che difendersi da un virus”, conclude Tosato. “Non a caso, come l’Iran anche la Nato si attrezza, nel suo centro d’eccellenza di cyber war a Tallin, in Estonia. L’Unione europea ha pronto il suo piano di Smart Defence. E anche l’Italia, dal 2013, con il decreto Monti costruisce la sua cybersecurity”.

 

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