mercoledì, Agosto 4

Iran: elezioni presidenziali, la vera minaccia è l’astensione “La bassa affluenza alle urne può essere tradotta come un no al regime islamico, visto che il regime negli anni passati ha usato l'alta affluenza come segno di legittimità”. A colloquio con Ammar Maleki, assistente Docente di politica comparata alla Tilburg University, e Pooyan Tamimi Arab, assistente Docente di studi religiosi alla Utrecht University (GAMAAN Institute)

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Tra poco meno di due giorni, il 18 giugno, in Iran, si apriranno le urne per le elezioni presidenziali che avranno luogo contemporaneamente alla sesta elezione dei consigli islamici di città e villaggio e alle elezioni parlamentari di medio termine.

Gli elettori saranno chiamati a scegliere l’ottavo presidente della Repubblica Islamica, succedendo ad Hassan Rouhani che, costituzione alla mano, dopo due mandati consecutivi, non ha il diritto di candidarsi a questa tornata. Un momento importante, dunque, per la vita politica iraniana visto che, rimanendo al dettato costituzionale, il Presidente iraniano è il più alto funzionario eletto direttamente nel Paese, il capo del Potere esecutivo e il secondo funzionario più importante dopo il leader supremo. I suoi doveri sono simili a quelli dei capi di stato in altri paesi, tranne per il fatto che le forze armate, il capo Potere giudiziario, la televisione di stato e altre importanti organizzazioni governative sono tutte sotto il controllo del leader.

Sarà un’elezione da dimenticare visto che il 64enne ex governatore della provincia di Isfahan ed ex Vice Presidente del riformista Mohammad Khatami, Mohsen Mehralizadeh, l’unico vero candidato riformista ammesso dal Consiglio dei Guardiani alle presidenziali, ha comunicato, con una lettera al ministero dell’Interno, la decisione di ritirarsi all’ultimo minuto dalla corsa elettorale. A dire il vero, la sua candidatura era indipendente in quanto fuori dalla lista del Fronte riformista, la coalizione di circa 27 partiti e gruppi i cui aspiranti presidenti sono stati tutti squalificati dal Consiglio dei Guardiani, l’organismo controllato dalla Guida Suprema che valuta l’idoneità  dei candidati. 

Il ritiro di Mehralizadeh rende Abdolnaser Hemmati, economista 64enne che prima di arrivare alla Banca Centrale è stato Governatore della Central Insurance of Iran, Amministratore Delegato di Sina Bank e di Bank Melli Iran, l’unico non conservatore a correre per la poltrona di presidente e su cui hanno puntato parte dei riformisti e moderati. Ma nelle ultime ore, anche nel campo conservatore, due candidati conservatori  hanno gettato la spugna: il parlamentare conservatore Alireza Zakani e l’ex segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale e e capo negoziatore sul nucleare sotto la presidenza Ahmadinejad, considerato ultraconservatore fedelissimo di Khamenei Saeed Jalili.

A contendersi la presidenza restano poi il segretario del Consiglio di opportunità ed ex comandante della Guardia rivoluzionaria Mohsen Rezaei; il conservatore vice presidente del Parlamento Amir-Hossein Ghazizadeh Hashemi. Ed infine, stando ai sondaggi, il favorito, l’ultraconservatore Ebrahim Raisi. L’Ayatollah Ali Khamenei, in un discorso agli studenti universitari, lo ha descritto: «Religioso, rivoluzionario, popolare, speranzoso, credente nelle potenzialità giovanili e domestiche, sostenitore della giustizia e attivamente contro la corruzione». Pochi giorni dopo, presentando la candidatura, Raisi stesso ha indirettamente risposto alla Guida Suprema quando ha detto: «Dio, sei testimone che non sono mai stato alla ricerca di posizione o potere, e anche in questa fase sono entrato in campo nonostante la volontà e gli interessi personali, e solo per servire il mio dovere di rispondere alle persone e alle élite e creare speranza».

Ma chi è Ebrahim Raisi? Presidente della Corte Costituzionale, è un religioso e un giurista 61enne, nato da una famiglia di chierici. ha studiato nei seminari di Mashhad e successivamente di Qom, e ha iniziato la sua carriera all’età di 21 anni, nel 1989, come procuratore distrettuale della città di Karaj, e poco dopo, è diventato procuratore distrettuale di Hamedan, mentre, allo stesso tempo, continuava a prestare servizio come procuratore distrettuale di Karaj. Gli anni successivi sono quelli della scalata al successo, fino a quando è diventato vice procuratore distrettuale di Teheran, e successivamente procuratore distrettuale di Teheran fino al 1994. Nel 1988, però, all’anno fine della sanguinosa guerra di otto anni tra Iraq e Iran, si sarebbe macchiato, insieme ad altri religiosi, ha firmato le esecuzioni di migliaia di prigionieri politici per ordine dell’allora leader supremo, l’Ayatollah Ruhollah Khomeini. Da qui le sanzioni della UE e degli Stati Uniti.

La vicenda è stata ricostruita dalla ‘BBC‘: «Dopo che l’allora leader supremo dell’Iran, Ruhollah Khomeini, ha accettato un cessate il fuoco mediato dalle Nazioni Unite, i membri del gruppo di opposizione iraniano Mujahedeen-e-Khalq, pesantemente armati da Saddam Hussein, hanno fatto irruzione attraverso il confine iraniano in un attacco a sorpresa. L’Iran alla fine ha fermato il loro assalto, ma l’attacco ha preparato il terreno per i falsi processi di prigionieri politici, militanti e altri. Ad alcuni che si sono presentati è stato chiesto di identificarsi. Secondo un rapporto del 1990 di Amnesty International, coloro che hanno risposto ‘mujaheddin’ sono stati mandati a morte, mentre altri sono stati interrogati sulla loro disponibilità a ‘ripulire i campi minati per l’esercito della Repubblica islamica’. I gruppi per i diritti internazionali stimano che siano state giustiziate fino a 5.000 persone, mentre il Mujahedeen-e-Khalq stima il numero in 30.000. L’Iran non ha mai riconosciuto pienamente le esecuzioni, apparentemente eseguite su ordine di Khomeini, anche se alcuni sostengono che altri alti funzionari fossero effettivamente in carica nei mesi prima della sua morte nel 1989. Raisi, allora vice procuratore a Teheran, avrebbe preso parte ad alcuni degli incontri nelle carceri di Evin e Gohardasht. Una registrazione di un incontro di Raisi e del suo capo che incontra il famoso Grande Ayatollah Hossein Ali Montazeri è trapelato nel 2016, con Montazeri che descrive le esecuzioni come ‘il più grande crimine nella storia della Repubblica islamica’». Raisi non ha mai riconosciuto pubblicamente il suo ruolo nelle esecuzioni durante la campagna per la presidenza nel 2017. 

Dal 2004 al 2014 è stato vice capo della magistratura e dal 2014 al 2016 è stato procuratore generale. Dal 2012 è anche capo del tribunale clericale speciale. Altresì, Raisi è stato anche nominato dall’ayatollah Khamenei amministratore (custode) di Astan Quds Razavi, a Mashhad. Nonostante la sua lunga storia all’interno del corpo della Repubblica islamica e gli incarichi di prestigio, il pubblico lo ha conosciuto solo dopo che si è candidato alla presidenza, nel 2017, e ha perso contro Rouhani. A quelle elezioni, Raisi ha ottenuto il 38% dei voti al primo turno, contro il 57% di Rouhani, ovvero 16 milioni di voti, il numero più alto mai ottenuto da qualsiasi candidato conservatore. Da qui si comprende bene la sua capacità di aggregare tutti i conservatori di varie estrazioni, politiche e sociali.

Ebrahim Raisi è stato nominato Presidente della Corte suprema dell’Iran, il 7 marzo 2019, mentre il suo nome era sulla lista delle sanzioni dell’UE e degli Stati Uniti per violazioni dei diritti umani. Ha stretti legami con la Guida Suprema, ed è molto rispettato in tutti gli ambienti religiosi e conservatori. La scelta di candidarlo sarebbe stata motivata dal fatto che è l’unico candidato accettato da tutti le diverse correnti dei conservatori, sia moderati che estremisti, per tanto capace di raccogliere un consenso largo, ma anche, per Khamenei, per assicurare ai conservatori il ritorno al potere. Addirittura, secondo i più maliziosi, sarebbe uno stratagemma per prepararlo a diventare lui stesso il leader supremo, nello stesso modo in cui Khamenei è succeduto al primo leader supremo dell’Iran, l’ayatollah Ruhollah Khomeini, nel 1989, dopo aver servito come presidente. 

La vittoria elettorale sarebbe un importante passo in avanti verso il vero posto di vertice in Iran per consolidare la sua posizione nei principali centri di potere, comprese le forze armate e di sicurezza oltre che di ottenere una maggiore legittimità religiosa attirando il sostegno dei principali ayatollah di Qom e Mashhad, dove suo suocero è leader della preghiera del venerdì e grande imam di un importante santuario musulmano sciita.

Secondo questa visione, se Raisi diventasse leader supremo, la sua mancanza di credenziali rivoluzionarie e religiose lo costringerebbe a fare affidamento sull’ufficio di Khamenei, una sorta di governo ombra in cui il figlio di Khamenei, Mojtaba, è un attore chiave. Altri sostengono il contrario: che il leader supremo vede Raisi come una minaccia e che, elevandolo alla presidenza, Khamenei lo sta preparando al fallimento. 

Nessuna delle due ipotesi potrebbe essere particolarmente convincente, ma di sicuro la sua base elettorale si trova principalmente nelle province marginali dove vivono gli iraniani a basso reddito. Durante la campagna elettorale del 2017, Raisi si è recato in molte province svantaggiate, distribuendo denaro e beni di prima necessità tra le famiglie a basso reddito. Da allora, ha visitato regolarmente varie province. Così come gli iraniani non possono ignorare il fatto che da quando ha assunto la guida delle magistratura, ha diretto l’esecuzione di 251 persone nel 2019 e 267 persone nel 2020, e giù decine di esecuzioni nel 2021, sottolinea il National Council of Resistance of Iran. Amnesty International ha riferito che «la pena di morte è stata sempre più usata come arma di repressione politica contro manifestanti dissidenti e membri di minoranze etniche», durante il mandato di Raisi. Il candidato, però,  ha altri due assi nella manica: dal 2017 mantiene un invidiabile punto d’appoggio nella televisione di Stato, e poi il sostegno del leader supremo Ali Khamenei e dei Guardiani della rivoluzione.

A prescindere dalle strategie sotterranee, la blindatura della sua candidatura ha suscitato  ‘delusione’, non solo nell’elite iraniana, poiché il Consiglio dei Guardiani -un organo di controllo costituzionale composto da 12 membri, 6 teologi e 6 giuristi, supervisionato dal leader supremo Ayatollah Ali Khamenei che ha il compito di valutare le qualifiche dei potenziali candidati- non ha garantito eguale rappresentanza a tutti gli orientamenti politici alle elezioni, di fatto ha escluso i candidati moderati e riformisti, candidati di spicco alleati di Rouhani: tra candidati riformisti e conservatori, ne sono stati accettati sette su 592 che si erano proposti -tra loro 40 donne. La decisione del Consiglio ha suscitato sfiducia e malcontento, ma questo prescrive la procedura: può registrarsi come candidato presidenziale qualsiasi cittadino iraniano nato in Iran che crede in Dio e nella religione ufficiale e cioè l’Islam, che è sempre stato fedele alla costituzione e ha almeno 40 anni e al massimo 75 anni. Il Consiglio centrale per la supervisione delle elezioni presidenziali, sotto gli auspici del Consiglio dei guardiani, esamina l’idoneità dei candidati registrati e seleziona un numero da candidare. Il Consiglio dei Guardiani, infine, guidato dal Leader Supremo, e dal capo della magistratura, lo stesso Raisi, deve approvare i candidati. non dichiara pubblicamente le ragioni del rifiuto di candidati specifici, sebbene queste ragioni siano spiegate per ciascun candidato.

Come osservano in una recente analisi Ammar Maleki, assistente Docente di politica comparata alla Tilburg University, e Pooyan Tamimi Arab, assistente Docente di studi religiosi alla Utrecht University, «la Repubblica Islamica non ha mai organizzato elezioni libere ed eque sin dalla sua istituzione nel 1979. Per definizione, la combinazione del totalitarismo moderno e della teocrazia islamica iraniana, con un leader supremo, non può consentire altro che uno spettacolo elettorale, piuttosto che elezioni nel senso normale della parola».

Eppure – ricordano i due Docenti – «la maggioranza degli iraniani ha utilizzato la piattaforma di un’elezione per far sentire la propria presenza. Lo hanno fatto nel 1997 con l’ascesa dei cosiddetti riformisti, nelle contestate elezioni del 2009 seguite da proteste di massa, e nel 2017 quando l’attuale presidente, Hassan Rouhani, è stato rieletto con un’affluenza di oltre il 70%». Ad oggi – è la tesi dell’analisi – «la modalità di espressione della popolazione è cambiata. Molti iraniani affermano che si rifiuteranno di partecipare alle prossime elezioni, violando l’unico pilastro di legittimità rimasto del regime»: Maleki e Tamimi Arab, infatti, tramite il Gruppo per l’analisi e la misurazione degli atteggiamenti in Iran (GAMAAN), nel cui supervision board siedono entrambi e di cui il primo è Direttore, hanno condotto un sondaggio tra il 27 maggio e il 3 giugno sull’imminente voto che mostra come l’Iran sia destinato ad affrontare la più bassa affluenza di sempre, con solo il 25% degli intervistati che dichiara di voler votare. Una cifra simile era stata data ‘Iran International‘ solo il 27% degli elettori ammissibili è incline a partecipare al voto, probabilmente anche per timore del COVID-19.

Sono dati piuttosto attendibili – spiegano i due esperti del GAMAAN – in quanto «il sondaggio è stato effettuato utilizzando una piattaforma digitale anonima, che fa sentire le persone abbastanza sicure da condividere le loro vere opinioni su questioni politicamente delicate», il tutto facilitato dal fatto che l’Iran registra un «tasso di penetrazione di Internet paragonabile a quello della Germania. Secondo le statistiche più recenti, ci sono 77 milioni di abbonati a Internet mobile e circa il 74% degli iraniani con più di 18 anni utilizza almeno una piattaforma di social media».

L’impiego della piattaforma online per la realizzazione del sondaggio non è elemento secondario per dimostrare l’affidabilità dei sondaggi visto che le stime del GAMAAN sono inferiori ai numeri ufficiali pubblicati dall’Agenzia statale iraniana per il sondaggio degli studenti (ISPA), che prevede una partecipazione inferiore al 40%. Le discrasie – scrivono Maleki e Tamimi Arab – è probabile che siano «causate dalle differenze tra il tradizionale campionamento telefonico e in loco, da un lato, e i territori meno tracciati del campionamento online, dall’altro. Da ricerche in altri Paesi autoritari come Russia e Cina, sappiamo che gli intervistati sono molto meno disposti a rispondere in modo veritiero quando vengono raggiunti utilizzando metodi di indagine convenzionali, offline. I numeri dei sondaggi gonfiati possono quindi essere utilizzati per convalidare risultati potenzialmente fraudolenti per dare agli autocrati un’aria di rispettabilità».

Dalla rilevazione – ci precisa il Direttore del GAMAAN Institute, Ammar Maleki – si evince che “le donne votano un po’ più degli uomini, i giovani votano meno delle generazioni più anziane e le persone nelle aree rurali votano più dei residenti urbani. Non abbiamo riscontrato alcun impatto significativo del livello di istruzione sul comportamento elettorale”.

Se la rilevazione del GAMAAN Institute è corretta e dal momento che, dalla Rivoluzione Islamica fino ad oggi, il processo elettorale è sempre rimasto lo stesso, come si spiega il drastico calo, nel giro di quattro anni, del tasso di partecipazione che è passato da oltre il 70% nel 2017 a un’aspettativa inferiore al 30% per le elezioni di quest’anno, passando per il 42%? Cosa è cambiato in questi pochi anni? 

Tamimi Arab ci risponde che “è lo stesso potere della maggioranza che è stato utilizzato per dimostrare la propria presenza votando, viene ora reindirizzato all’astensione. In questi quattro anni abbiamo assistito a proteste diffuse nelle fasce più povere della società; la repressione più sanguinosa dalla rivoluzione del 2019, con una stima di 1500 morti se non di più; l’abbattimento di una compagnia aerea passeggeri da parte del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica; un’economia paralizzata a causa di cattiva gestione, corruzione e sanzioni; un fallimento nell’affrontare adeguatamente il COVID-19, con il Leader Supremo che è arrivato al punto di vietare l’importazione di vaccini occidentali e molto altro ancora”. 

Nelle precedenti elezioni”, – sostiene Tamimi Arab – “l’argomento dei riformisti era che la maggioranza avrebbe dovuto scegliere tra candidati ‘cattivi’ e ‘peggiori’, quindi la gente si è accalcata per votare per Rouhani per impedire a qualcuno come Raisi di salire al potere. Ma dopo le elezioni Raisi, responsabile delle esecuzioni di massa negli anni ’80, è diventato capo della magistratura e ora è di nuovo candidato alla presidenza. In risposta, nei social media le persone dicono che si rifiutano di scegliere tra candidati ‘cattivi’ e ‘peggiori’, perché non vogliono essere ingannati di nuovo”.

Ma come si divide l’astensione tra elettori conservatori e progressisti? “La figura seguente” – afferma il Direttore del GAMAAN, Ammar Maleki – “fa capire come le persone che hanno votato alle precedenti elezioni presidenziali avrebbero votato alle prossime elezioni. Oltre il 90% di coloro che hanno votato per Rouhani nella speranza di un cambiamento, non intende votare quest’anno. D’altra parte circa il 30% di chi ha votato Raisi questa volta non voterebbe”.

Da quando affermato finora, si deduce che ci sia molta delusione nei confronti del mandato riformista di Hassan Rouhani. “Sotto Rouhani” – risponde Tamimi Arab – “il numero di esecuzioni in Iran è rimasto elevato, con l’Iran secondo solo alla Cina. Allo stesso tempo, secondo un altro sondaggio che abbiamo condotto sulla pena capitale, solo il 14% degli iraniani è favorevole alla pena di morte come previsto dalla legge della Sharia (come è nell’attuale codice penale iraniano). I riformisti non hanno il potere di affrontare questo tipo di disaccordo fondamentale tra il popolo e il regime. Rouhani, che non è nemmeno un riformista, ma un vero insider della Repubblica islamica, è qualcuno che difende fondamentalmente il regime come legittimo, e non ha voluto o non ha potuto fare un cambiamento. Mentre una volta attirava gli elettori suggerendo che è sbagliato imprigionare le persone per i loro ideali politici, l’Iran continua ad avere molti prigionieri politici”. 

Molte delle aspettative verso Rouhani erano legate agli sperati effetti positivi dell’accordo sul nucleare iraniano, il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), denunciato dagli Stati Uniti di Donald Trump che, con la sua strategia di ‘massima pressione’, ha deciso di imporre nuovamente le sanzioni, inferendo un colpo mortale ai riformisti. L’economia iraniana si è molto deteriorata negli ultimi anni, gravata dalle sanzioni, ma anche dai suoi problemi strutturali che molto hanno a che fare con la cattiva gestione è la corruzione: l’inflazione annua dei prezzi al consumo è aumentata (tra il 2019 e il 2020) di oltre il 34%; mentre i costi di trasporto e l’inflazione dei costi abitativi sono aumentati rispettivamente dell’80% e del 44,6%. Nei 12 mesi terminati il ​​20 marzo 2020, gli iraniani si sono trovati in grado di acquistare solo la stessa quantità, in media, di 15 anni fa. Le famiglie rurali sono state ulteriormente arretrate, al 1998. A causa di svalutazione e inflazione, i tassi di povertà sono aumentati. Più di 4 milioni di persone si sono unite ai ranghi dei poveri dal 2012, tre quarti di loro da quando Trump ha reimposto le sanzioni all’Iran dopo il ritiro dall’accordo nucleare nel 2018. In totale, sono ormai oltre 30 milioni le persone povere. Addio classe media, dunque. Prima della reimposizione delle sanzioni nel 2018, quasi il 60% degli iraniani poteva essere classificato come classe media in base alle loro spese di consumo. Nel 2019-20, meno del 50% poteva essere classificato in questo modo. Altre stime parlano addirittura di un 30% odierno. Circa 8 milioni di iraniani sono caduti nella fascia a basso reddito dal 2011, tre quarti di loro durante la campagna di massima pressione di Trump. La pandemia di COVID-19 ha gettato benzina sul fuoco.

Nel 2011, l’allora Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad contribuì a lenire il dolore delle sanzioni emettendo trasferimenti di denaro ai cittadini del paese. Il governo del presidente Hassan Rouhani, invece, non è stato di grande aiuto. Le sanzioni di Trump colpiscono la principale fonte di reddito del governo, le entrate petrolifere, molto più duramente dei loro predecessori, e Rouhani, per concezione, non crede ai sussidi. I trasferimenti di denaro iniziati nel 2011 continuano, ma valgono solo 19 dollari a persona al mese in dollari statunitensi a parità di potere d’acquisto, in calo rispetto ai 90 dollari all’inizio. Altri trasferimenti governativi, per i quali si qualificano principalmente i poveri, sono ancora più piccoli, in media 6 dollari al mese per il 20% più basso della distribuzione del reddito.

Le difficoltà economiche dell’Iran hanno, quindi,  aggravato la frattura tra il regime e i cittadini e causato una diffusa apatia politica tra gli iraniani. E questo potrebbe incidere sulla partecipazione alle elezioni, così come ha già inciso sul dibattito pubblico in corso che attribuisce le responsabilità all’amministrazione Rouhani. Il candidato alla presidenza, Mohsen Mehralizadeh, in un dibattito televisivo in diretta ha riconosciuto che la nazione è “stanca delle sfide economiche e dell’ingiustizia”. Da economista, peraltro, può usare a buon gioco questi argomenti. Ma, in fondo, tutti i candidati presidenziali hanno criticato apertamente le politiche economiche di ‘austerity’ del governo uscente, pur senza fornire delle alternative valide per rimettere in moto il Paese. O meglio, si offrono proposte come l’aumento dei sussidi, la fornitura di alloggi o la creazione di posti di lavoro pubblici che, però, potrebbero effetti per il breve periodo, ma, nel lungo, aumenterebbero solamente la spesa pubblica e il deficit di bilancio

Un aiuto, propongono tutti i candidati, potrebbe essere dato dalla cooperazione economica estera, puntando soprattutto su Paesi come la Cina e di cui il precedente accordo non si occupava. Ma occorrerà aspettare prima l’esito delle trattative con Washington che decideranno il destino delle sanzioni. Se venissero limitate, un piccolo rimbalzo ci sarebbe, ma, nonostante gli effetti positivi sull’inflazione, durerebbe poco in quanto sono le riforme strutturali quelle di cui la Repubblica Islamica necessita.

Un motivo in più, per una certa parte dei conservatori, pensano all’esigenza di creare un’economia di resistenza, eliminando la dipendenza del paese dal petrolio, da cui, grazie a Trump, Teheran dipende sempre meno, e vendendo quello disponibile in cambio di tecnologia. Ma per ottenere un’economia di resistenza efficiente, l’Iran ha bisogno dell’accordo sul nucleare. Per questo la trattativa potrebbe andare avanti anche dopo le elezioni di giugno. Sulla base dei comunicati stampa e delle dichiarazioni rilasciate dai negoziatori, alcune sanzioni bancarie e commerciali dovrebbero essere revocate. Tuttavia, una revoca completa delle sanzioni è fuori ancora impossibile. Il capo di gabinetto del presidente iraniano Hassan Rouhani ha detto mercoledì che ci saranno “buone notizie nelle prossime settimane” dai negoziati con le potenze mondiali per rilanciare l’accordo nucleare del 2015, che ha limitato le attività atomiche di Teheran in cambio del sollievo dalle sanzioni statunitensi. Tuttavia, il ministero degli Esteri francese ha affermato che permangono “disaccordi significativi” e funzionari tedeschi hanno affermato che i negoziati sono entrati in una “fase difficile”, suggerendo che un accordo è tutt’altro che imminente, ma, da quello che pare, le trattative si estenderanno al periodo di transizione politica che durerà all’incirca fino ad agosto.

Parte della protesta e dell’insoddisfazione ha come bersaglio anche Ali Khamenei, il Leader Supremo, che, prosegue Tamimi Arab, “d’altra parte, è il responsabile ultimo e deve rispondere alle persone. Sotto la sua cosiddetta ‘tutela’, le famiglie delle vittime della compagnia aerea passeggeri abbattuta sono state vessate e peggio. È difficile immaginare una maggiore impunità”. Pur non avendo la capacità né la possibilità di prendere sempre decisioni autonome, tutto viene deciso tramite la sua capacità di compromesso e del suo apparato istituzionale, il cosiddetto Ufficio del Leader, che è di fatto un’istituzione a sé stante e che deve mediare con i vari settori coinvolti. Inoltre, altro punto di grande rilievo, è la questione della successione ad Ali Khamenei che data la sua età, ma anche le immancabili voci sulle condizioni di salute del Leader, ha reso il dibattito politico sulle elezioni presidenziali del 2021 una fase di transizione generazionale che segnerà l’uscita definitiva dalla scena politica della componente rivoluzionaria.

 Anche per questo, potrebbero essere le elezioni ‘più politicamente vincolate’ nei 41 anni di storia della repubblica, ha affermato ‘The Guardian‘, richiamando il quotidiano riformista ‘Etemad‘ il quale ha sostenuto: «L’elenco di sette mostra che c’è una completa disconnessione tra le forze coinvolte nel Consiglio dei Guardiani e la società, con ciascuna che viaggia nel proprio mondo».

Il sondaggio condotto dal GAMAAN rivela, inoltre, che «la stragrande maggioranza dei nostri intervistati, il 71%, ha affermato che il motivo principale per cui si sono astenuti è stato “la natura non libera e inefficace delle elezioni nella Repubblica islamica“. Solo il 7% ha riportato come motivazione la recente “squalifica del mio candidato preferito” da parte del Consiglio dei Guardiani».

Il problema, in altre parole, non è tanto chi, quanto come viene eletto: il popolo iraniano si percepisce, infatti, escluso dalle decisioni, si sente incapace di incidere sul futuro del Paese e le elezioni diventano uno schermo attraverso il quale la classe dirigente resta al potere.

 C’è quindi una crescente avversione a tutto lo spettro politico-istituzionale nella misura in cui, affermano gli esperti del GAMAAN Institute, «solo l’8% sosteneva esplicitamente la Repubblica islamica identificandosi come riformista e solo il 13% si considerava conservatore, sostenendo la Rivoluzione Islamica e il Leader Supremo».

Un problema di offerta politica? “È proprio questo il problema“ – ci rimarca Tamimi Arab – “In Iran ci sono monarchici, socialdemocratici, liberali, gruppi nazionalisti, minoranze etniche e religiose con interessi particolari, e così via. Solo la violenza, solo l’uccisione di chi protesta, può costringere questa diversità all’uniformità. Ora, però, vediamo che la gente comune fa resistenza usando metafore semplici e convincenti. Dicono, perché dovremmo scegliere solo tra diverse mele marce – dal campo conservatore o riformista – quando alcune persone vogliono le arance, altre preferiscono i meloni, le banane e così via. Ma l’idea stessa di Repubblica Islamica, con una Guida Suprema, non può permettere che questa diversità politica si esprima”.

Da questo punto di vista, per dare alle elezioni una vera definizione democratica non basta cambiare il sistema elettorale: “Il problema non è il sistema elettorale, ma il concetto stesso di Repubblica islamica teocratica”, incalza il Direttore del GAMAAN, Ammar Maleki. La popolazione disillusa crede sempre meno nell’effettivo potere del Presidente. In Iran ci sono più centri di potere: il Presidente ha poteri limitati visto che la strategia complessiva del governo è determinata dal Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, che il presidente presiede ma non controlla. La maggiore influenza è esercitata dal leader supremo che, spiega Maliki, “ha tutto il potere di fare politica in tutti gli aspetti della vita – sia la politica estera che nazionale, che si estende anche alla politica di vaccinazione del Paese – ma non è responsabile nei confronti di nessuno. Il sistema elettorale e la disposizione non contano poiché le elezioni non sono efficaci, anche se le persone possono eleggere liberamente un Presidente. Quindi, se deve essere fatto un cambiamento, è che le persone dovrebbero essere in grado di eleggere il vero decisore del Paese e non uno dei burattini del dittatore”.

Il leader supremo, l’ayatollah Khamenei, ha invitato la nazione a partecipare alle elezioni. Ha anche emesso una fatwa sul voto con schede vuote e lo ha definito vietato secondo la sharia in quanto porta all’indebolimento del regime. «L’intreccio tra religione e politica» – scrivono Tamimi Arab e Maleki – «è al centro del malcontento degli iraniani che la cattiva gestione, la corruzione del regime e le sanzioni economiche hanno solo esacerbato». Se votare è un dovere religioso – almeno così vuole definirlo la Guida Suprema – e l’astensione aumenta a dismisura, vuol dire che c’è anche una crisi anche di carattere religioso, di fede. A questo riguardo, Tamimi Arab ci conferma che “per anni, le persone che conoscono gli iraniani si sono rese conto che la popolazione all’interno e all’esterno dell’Iran si sta secolarizzando in un modo senza precedenti. Il nostro sondaggio di giugno 2020, con 50.000 intervistati, è stato il primo del suo genere a tentare di misurare la secolarizzazione contemporanea e la diversità religiosa. Mentre lo stato pubblica cifre assurde come che il 99% della popolazione è musulmana, abbiamo scoperto che solo il 40% degli intervistati colti al di sopra dei 19 anni (85% della popolazione adulta totale) si è identificato come musulmano, mentre uno schiacciante 90% ha affermato di avere cresciuto in una famiglia credente o religiosa, e quasi l’80% ha detto di credere in Dio. In Iran, la delusione politica è inseparabile dalla delusione religiosa, che può portare non solo alla protesta e alla resistenza, ma anche a sentimenti nichilisti, apatia e disperazione. Tuttavia, la maggioranza crede in un Dio, ma è allergica al concetto di religione, che è associato all’autorità illegittima”.

Il rischio di una forte astensione è la delegittimazione del sistema politico, come ha ben capito Hassan Rouhani che, a fronte della selezione operata dal Consiglio dei Guardiani, ha espresso chiaramente il suo disagio all’Ayatollah Ali Khamenei in una lettera inviata a ridosso della decisione, e successivamente cogliendo l’occasione di una riunione di gabinetto. Nella lettera Rouhani ha chiesto al Leader Supremo di consentire ai riformisti e ai moderati di essere candidati, in modo da dare a tutte le posizioni politiche in campo pari possibilità nella corsa alla Presidenza, esortandolo a intervenire per reintegrare alcuni dei candidati che il Consiglio dei guardiani ha squalificato. Nel corso della riunione, poi, avrebbe affermato, secondo ‘IRNA‘, «che l’elezione non è solo finalizzata alla scelta di un Presidente che guidi l’amministrazione, ma è anche l’evento che garantisce la legittimità del sistema politico consentendo partecipazione del pubblico alle urne», e «ha affermato che desiderava che ci fossero più candidati controllati per garantire l’essenza competitiva delle elezioni». Dello stesso tono è stato il successivo discorso televisivo nel quale ha avvertito che la legittimità della Repubblica islamica sarebbe minata se gli elettori disillusi evitassero le urne. «Abbiamo dimenticato che le elezioni garantiscono la legittimità del sistema e che è fondamentale», ha detto, sostenendo che le decisioni politiche mancano di legittimità giuridica e religiosa se non sostenute dal popolo. Ha avvertito che un Presidente privo di tale legittimità avrebbe danneggiato «l’onore del sistema» all’estero. «La gente creò i 22 della Rivoluzione di Bahman» nel 1979, «e rovesciò il corrotto regime» monarchico, ha detto. «La gente andò alle urne e il 98,2 per cento votò per la Repubblica islamica» nel referendum nel 1979, «il 98,2 per cento perché si sta restringendo?». Rouhani ha ripetutamente fatto riferimento alla «massima partecipazione alle elezioni» come un vantaggio che lo stesso Khamenei aveva in molte occasioni sottolineato sia a lui che in pubblico: «La massima partecipazione non può esserci solo a parole». Non a caso alla notizia dell’approvazione da parte del consiglio dell’elenco definitivo dei candidati approvati, gli iraniani hanno inondato i social media di clip di ‘The Dictator’, un film in cui Sacha Baron Cohen interpreta un tiranno mediorientale. In una scena, il dittatore partecipa a una gara, che inizia sparando in aria con la sua pistola e poi sparando agli altri corridori. Per gli osservatori iraniani, è servito da allusione a Raisi, noto per il suo coinvolgimento come pubblico ministero nell’esecuzione di migliaia di prigionieri politici alla fine degli anni ’80.

Critiche sono giunte anche dal Sepah-e Pasdaran, inteso come organizzazione militare e complesso economico, aveva già espresso prima del pronunciamento del Consiglio dei Guardiani il proprio dissenso nei confronti dei candidati provenienti direttamente dalle sue fila, ad eccezione di Mohsen Rezai, che è stato fuori il personale della struttura ormai da diversi anni.

Il fratello di Larijani, Sadeq, membro del Consiglio dei Guardiani, ha criticato aspramente le squalifiche “indifendibili” e ha deriso l'”apparato di sicurezza” per essersi intromesso nel processo di controllo. Hassan Khomeini, il nipote del fondatore della Repubblica islamica, ha condannato l’indebolimento del consiglio delle istituzioni repubblicane del sistema come “controrivoluzionario” e ha consigliato ai candidati approvati di abbandonare la corsa. Ahmadinejad si è unito a milioni di iraniani che affermano di voler boicottare le elezioni. 

Insomma, le prese di posizione contrarie alla decisione del consiglio hanno messo a nudo l’ipocrisia dell’élite politica iraniana. Lo stesso Khamenei inizialmente ha difeso le scelte del Consiglio dei Guardiani. Sebbene in seguito abbia affermato che alcune ingiustizie sono state commesse durante il processo di controllo, ha smesso di chiedere un’inversione. 

C’è chi pensa che dietro al tentativo di Khamenei e del Consiglio dei Guardiani di blindare della vittoria di Raisi si nasconderebbe la considerazione di quest’ultimo come non di ostacolo a grandi cambiamenti strutturali che metterebbero il sistema su basi più stabili garantendo la sopravvivenza della famiglia di Khamenei e della sua visione della rivoluzione. In particolare, il leader supremo potrebbe mirare a convertire il sistema presidenziale iraniano in parlamentare – quando sosteneva dieci anni fa che “se un giorno, magari in un lontano futuro, si ritenesse che un sistema parlamentare sia più adatto per eleggere i responsabili dell’esecutivo, allora non ci sarebbero problemi nell’apportare modifiche al sistema” – o a sostituire il ruolo del leader supremo con un consiglio che subentrerebbe una volta che se ne andrà. 

 Un sistema parlamentare ridurrebbe l’attrito tra gli uffici del leader supremo e il presidente che attualmente esiste nella struttura politica dell’Iran e renderebbe più facile per un parlamento disponibile la rimozione e la sostituzione del capo dell’esecutivo. E così una delle principali istituzioni rappresentative del sistema, il suo esecutivo, non potrebbe più sfidare i suoi teocratici non eletti, rafforzando il controllo del leader supremo.

L’abilizione di un la leadership suprema di un solo uomo, di contro, ridurrebbe il rischio che dopo che Khamenei lascerà l’incarico, il suo successore emargini la sua famiglia. L’assenza di un unico sovrano dominante consentirebbe anche al figlio di Khamenei, Mojtaba, di mantenere una grande influenza dietro le quinte anche dopo la morte del padre. Dopo aver messo da parte la famiglia di Khomeini e imprigionato lui stesso i figli di Rafsanjani, Khamenei ha ragione a temere un destino simile per suo figlio, che potrebbe garantire che l’eredità di Khamenei sia protetta e la sua agenda strategica gli sopravviva.

Fatto sta che «il desiderio della maggioranza di sbarazzarsi del sistema teocratico non è cambiato. Circa la metà della popolazione sostiene il cambio di regime come prerequisito per un cambiamento significativo e un quarto sostiene una transizione più morbida dal sistema attuale», certificano Tamimi Arab e Ammar Maleki.

Ma come dovrebbe avvenire, secondo la gente, questo cambio di regime? E come dovrebbe essere il nuovo sistema secondo il popolo? A detta di Ammar Maleki, “il popolo iraniano cerca il cambiamento attraverso una transizione pacifica. Molti attivisti civili e politici all’interno e all’esterno dell’Iran hanno chiesto un referendum gratuito sulla Repubblica islamica, le dimissioni del leader supremo e la stesura di una nuova costituzione basata sui principi della democrazia e dei diritti umani. Ci sono state due proteste pacifiche a livello nazionale nel 2017 e nel 2019, che si sono concluse con sanguinose repressioni. Gli iraniani vogliono una transizione paragonabile a paesi come il Sudafrica e l’Europa dell’Est e per questo cercano il sostegno internazionale. Sebbene la nostra indagine abbia mostrato che ci sono differenze riguardo a quale sistema politico è favorito in Iran, con una più alta inclinazione verso una repubblica laica, c’è un forte consenso della maggioranza sul fatto che dovrebbe essere un sistema laico democratico, e non più un sistema teocratico né autocratico”.

Nel frattempo, però, a fronte di un’affluenza del 25% prospettata dal GAMAAN Institute, quali conseguenze potrebbero esserci? È possibile aspettarsi nuove proteste e proteste violente come nel 2009? Ammar Maleki è convinto che “la conseguenza di una bassa affluenza è politica e non legale. La bassa affluenza alle urne può essere tradotta come un no al regime islamico in Iran, visto che il regime negli anni passati ha usato l’alta affluenza come segno di legittimità. Tuttavia, poiché il processo elettorale non è trasparente e non ci sono osservatori elettorali indipendenti, è probabile che i numeri vengano manipolati. Non mi aspetto proteste post-elettorali perché alla maggioranza non sembra importare chi vince o quali numeri vengono annunciati”.

Tuttavia, soprattutto se sarà bassa l’affluenza ai seggi, Raisi dovrà affrontare la percezione pubblica di essere stato apertamente consegnato alla presidenza dall’establishment. Ciò potrebbe danneggiare gravemente le prospettive per Raisi di succedere a Khamenei come leader supremo. Raisi ha affermato di voler formare un «governo popolare per un Iran forte» che combatta la corruzione e migliori l’economia del Paese, il che probabilmente significherà per Raisi dover sfoderare proprio il tradizionale pragmatismo iraniano, inaugurando, forse, una fase dove le ideologie vengono messe da parte perché non ce le si può più permettere. 

Certo è che un governo eletto con poca partecipazione alle elezioni sarà ancora meno legittimo in politica estera, soprattutto nei negoziati con gli Stati Uniti, visto che – sottolinea Ammar Maleki – “una bassa affluenza alle urne manderebbe un messaggio chiaro al mondo sull’impopolarità del presidente e del regime. Gli Stati Uniti e l’UE possono non fare nulla di speciale in risposta, ma non possono ignorare che i negoziatori non sono i rappresentanti della nazione, ma membri di un governo illegittimo. Inoltre, se Raisi fosse il vincitore come previsto, ci sarebbe una situazione morale per i negoziatori degli Stati Uniti e dell’UE. Come vogliono trattare con un presidente che è stato accusato di crimini contro l’umanità, mentre ha ordinato l’esecuzione di massa di prigionieri politici negli anni ’80”.

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