mercoledì, Maggio 12

Iran in Siria, realpolitik o guerra di religione?

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Con la proposta dell’istituzione delle ‘no-fly zone’ in Siria avanzata e discussa da Turchia, Russia e Iran, Teheran rinforza il ‘patto d’acciaio’ con la Russia di Putin, consolidato in questi anni di lunga guerra civile in Siria. I motivi del suo coinvolgimento e della sua azione a supporto del Governo siriano di Bashar al-Assad vanno ricercati negli obiettivi geopolitici che Teheran persegue da tempo, e per cui la stabilizzazione della Siria e la solidità della leadership dell’esecutivo di Damasco sono prerequisiti fondamentali. L’Iran condivide con Mosca la lotta all’ISIS e il sostegno per Bashar al-Assad. Ha forti legami anche con gli sciti di Hezbollah, e combatte contro i gruppi islamisti sciti che si oppongono al Governo siriano.

Iranian strategy in Syria’, report stilato dal think tank ‘Institute for the study of War’ nel 2013, già delineava le modalità d’azione e gli obiettivi del Paese nello scenario siriano. Senza gli aiuti militari per via aerea, i prestiti, la pressione esercitata su Hezbollah in Libano perchè intervenisse nel conflitto, e l’addestramento dei servizi segreti e di sicurezza siriani da parte di personale iraniano, difficilmente il Governo di Assad avrebbe retto fino a questo punto.

La vicinanza con la Siria potrebbe essere anche di natura religiosa, vista la fede scita dei musulmani di Teheran e quella alauita dei siriani – entrambe viste come eretiche dalla maggioranza sunnita del mondo islamico. Tehran sarebbe anche dietro ai recenti spostamenti che stanno ridisegnando la cartina demografica della Siria: comunità scite si starebbero muovendo verso sud, rimpiazzando i sunniti che hanno lasciato i villaggi tra Damasco e il Libano e creando di fatto delle enclavi ideologicamente vicine all’Iran. Mossa prioritaria, se si considera che la caduta di Assad potrebbe vedere una rinnovata forza e diffusione dell’Islam wahabita, acerrimo nemico della religione scita.

La questione è anche politica. La Siria è infatti un altro teatro – come lo Yemen – in cui si combatte la lotta tra due grandi potenze regionali del Medioriente: l’Iran e l’Arabia Saudita. Che i due Paesi siano ai ferri corti lo dimostrano anche le recenti battute tra i diplomatici delle due rispettive nazioni. In riferimento alla guerra in Yemen, che coinvolge indirettamente Teheran, i sauditi hanno minacciato di «portare il conflitto in Iran». Hossein Dehghan, Ministro della Difesa iraniano, ha risposto che «se [i sauditi]dovessero fare qualcosa di ignorante, lasceremo illese solo la Mecca e Medina [le due città arabe sacre per l’Islam]».

Questo clima fa ben capire come perdere l’appoggio della Siria con la caduta di Assad, per vedere invece un governo filo-saudita al potere rappresenterebbe uno scenario da incubo per l’Iran, paese già circondato da forze più o meno ostili, sotto sanzioni economiche e che deve lottare per mantenere in piedi i suoi pochi alleati.

E’ vero che la Siria si era, prima del disastro della guerra civile, tenuta a debita distanza da Teheran – seppur in termini amichevoli – per evitare di erodere troppo le relazioni con Israele e i sauditi, ma lo scoppio del conflitto ha fatto sorgere una forte alleanza di convenienza. Pedina fondamentale, in tutto questo, è Hezbollah, l’organizzazione scita finanziata da Teheran. Mantenere la Siria amica è essenziale se l’Iran vuole continaure a inviare armi e aiuti all’organizzazione politico-militare libanese, il suo ‘braccio armato’ a due passi da Israele.

Un po’ come per il Cristianesimo nell’Europa della controriforma, è oggi difficile scindere politica e religione quando si parla di medioriente. Dispute teologiche, antica diffidenza e pura realpolitik si fondono in una rete di alleanze che hanno una base ideologica fortissima e, di conseguenza, rendono ogni forma di compromesso e soluzione diplomatica sempre più difficile.

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