venerdì, Gennaio 28

Iran e Israele, cosa cambia dopo l'accordo di Vienna? field_506ffb1d3dbe2

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D’altra parte, non poche voci (alcune autorevoli, altre meno) hanno avanzato l’ipotesi secondo cui il contrasto con l’Iran ha fornito a Israele un pretesto per alimentare una sorta di ‘strategia della tensione’ perpetua nella regione, bloccando così le pressioni di Washington in favore dell’avvio di un processo di pace sulla questione palestinese. È un dato di fatto che, nel corso della sua storia, Israele abbia sempre avuto la necessità di individuare un nemico, e vista la cronica instabilità della regione non è mai stato difficile trovarne uno. In principio fu l’egiziano Nasser, poi l’attivista palestinese Arafat, in seguito l’iraqeno Saddam Hussein e ora l’Iran. In alcuni casi (pensiamo all’Olp) Gerusalemme ha decretato per legge il divieto di parlare con l’avversario, perdendo anni di possibile negoziato. Nel caso dell’Iran, il rifiuto di ogni possibile apertura stride con con alcuni dati oggettivi e incontestabili: l’Iran è l’unico Paese del quadrante mediorientale la cui legittimità non è messa in discussione dall’interno, il più moderno dell’area, l’unico con un parlamento reale che fra l’altro assegna una quota di seggi alla comunità ebraica interna. Negli anni precedenti alla Rivoluzione Islamica, i due Paesi erano anche in buoni rapporti in ragione della comune necessità di contenere il panarabismo della regione. Tuttavia, per ragioni ideologiche, un dialogo tra le parti non è mai stato possibile.

Per anni il dialogo non è stato possibile neppure tra Iran e Stati Uniti, principali estensori dell’accordo di Vienna. Sotto Ahmadi-Nejad, e nel primo mandato di Barack Obama alla Casa Bianca, il fuoco incrociato delle rispettive opposizioni interne ha a lungo impedito alle parti di superare le naturali diffidenze in vista di un accordo che, a conti fatti, sarebbe stato vantaggioso per tutti. Così il tempo è trascorso perlopiù oziosamente, almeno fino alla metà del 2014, quando i negoziati hanno avuto un’improvvisa svolta. La ragione sta nel mutato contesto regionale in cui i rapporti Iran – Occidente sono immersi.

L’Iran è il principale Paese sciita in Medio Oriente. Nella regione i sunniti sono la maggioranza, ma l’equilibrio di forze sembra pendere sempre di più in favore degli sciiti: c’è un Governo sciita a Baghdad e un altro a Damasco, mentre a Beirut l’organizzazione politica e paramilitare sciita Hezbollah rappresenta una sorta di Stato nello Stato: tre attori direttamente impegnati sul campo nella lotta contro lo Stato Islamico (Is). Dall’altra parte, i rapporti fra Washington e i suoi tradizionali alleati mediorientali (Arabia Saudita e Turchia) stanno attraversando una fase di stallo.

La necessità di contenere il gruppo terroristico del califfo Abu Bakr al-Baghdadi ha spinto gli Usa – pur mantenendo rapporti privilegiati con i tradizionali alleati sunniti – verso una legittimazione internazionale del cosiddetto ‘asse sciita’ composto da Teheran, Baghdad, Damasco ed Hezbollah. L’accelerazione dei negoziati di Vienna ne è di fatto il principale segnale. Queste considerazioni ci spingono ad una conclusione: l’accordo di Vienna, formalmente sul nucleare iraniano, è in sostanza un compromesso geopolitico, dettato dalla necessità di riabilitare Teheran come importante attore della regione.

In concreto, l’Iran di oggi non è molto diverso da quello di ieri’, vale a dire prima del 2013, quando il popolo ha eletto alla presidenza il moderato Hassan Rouhani. Non vi è dubbio che l’allentamento delle sanzioni economiche in conseguenza dell’accordo offrirà un nuovo slancio alla sofferente economia iraniana. Ormai sulla via della riabilitazione, il Paese sarà più aperto e potrà beneficiare di un più facile accesso non solo ai canali finanziari, ma anche a quelli culturali del(l’ex?) nemico Occidente. Le immagini dei giovani di Teheran che hanno riempito le piazze per festeggiare testimoniano l’aria di entusiasmo e la società iraniana comincia a respirare. Nondimeno, il quadro politico interno resta inalterato e le violazioni dei diritti umani continuano a susseguirsi. Con un Iran non più nemico, c’è chi pensa che la comunità internazionale accetti di chiudere un occhio di fronte alla repressione strisciante che nel Paese non si è mai arrestata.

Alzando di nuovo lo sguardo, le precedenti considerazioni sulla sua valenza geopolitica dell’accordo richiedono una riflessione sugli importanti riflessi che esso avrà sulla complessa rete di relazioni diplomatiche mediorientali. A cominciare dalle contromosse che adotterà il ‘grande sconfitto’ della vicenda, ossia Israele, già impegnato nell’elaborare nuove strategie. Il frenetico attivismo della diplomazia sotterranea israeliana è alla base, ad esempio, del recente avvicinamento all’Arabia Saudita. Segnali in tal senso vi erano già stati in passato. Nel 2010, WikiLeaks aveva pubblicato una comunicazione in cui un funzionario israeliano rilevava la comunità di preoccupazioni tra gli Arabi e Israele rispetto all’Iran e la convinzione dei primi che Gerusalemme potesse avere un ascendente particolare su Washington proprio in merito alla questione iraniana (convinzione errata, verrebbe da commentare alla luce degli sviluppi successivi). Il contenimento di Teheran è il comune denominatore che unisce Israele e Arabia Saudita in un’alleanza che potrebbe presto allargarsi a un altro membro: l’Egitto del generale Abdel Fattah al-Sisi, altro soggetto ormai sempre più ‘trascurato’ dalla Casa Bianca. Sarà un matrimonio d’interessi, ma consentirà ad Israele di tenere alta la tensione ora che l’Iran sta pian piano abbandonando l’immagine di ‘stato canaglia’ che ne ha contrassegnato tutta la storia recente.

 

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