lunedì, Giugno 14

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Niente fuochi d’artificio per l’accordo storico. La scadenza del 20 luglio è saltata e l’asticella è spostata al 20 novembre 2014. Almeno altri quattro mesi di negoziati sul nucleare tra l’Iran e le potenze del Gruppo 5+1 (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina più la Germania): incontri che, d’altra parte, avvenivano anche durante le Amministrazioni precedenti, inclusi gli anni di isolamento con Mahmoud Ahmadinejad.
Cosa è successo dall’autunno del 2013 per fermare la corsa di Hassan Rohani, acclamato come il Presidente del cambiamento quanto concitato, subito dopo l’elezione, nel correre negli Usa a stringere mani, finanche a rispondere alle chiamate della Casa Bianca?
Il Presidente iraniano che ha riconosciuto il «grande crimine dell’Olocausto» è stato fermato dalla guerra di Gaza. Ma il conflitto israeliano-palestinese non è l’unico freno ad allontanare il traguardo dell’intesa tra la potenza regionale che finanzia Hamas e l’Occidente, proprio quando la crisi irachena catalizzava il riavvicinamento.
La questione è, da sempre, complicata. Gli impegni presi (e mantenuti) da Teheran nel novembre scorso, nel protocollo provvisorio, hanno allentato il giogo delle sanzioni. Ma non hanno sciolto i nodi che, da decenni, impediscono la firma dell’accordo vero. Quello del secolo, definitivo, riabilitante per la Repubblica islamica e liquidatorio per Israele.

«Servono 190 mila centrifughe, non 10 mila come gli Usa sono disposti a concederci», ha rilanciato la Guida Suprema Ali Khamenei, spingendo le trattative all’AIEIA (Agenzia internazionale per l’Energia atomica) ad arenarsi dopo sei mesi di stallo.
Il pomo della discordia dell’intesa resta il numero delle centrifughe per l’arricchimento e la quantità dell’uranio (carburante dell’atomica) stoccabile in Iran per il nucleare civile. Nell’accordo temporaneo dell’autunno, Teheran ha accettato di diluire la metà dello stock di uranio dal 20%, arricchimento vicino alla soglia per fabbricare dell’atomica, al 5% e di convertire la restante metà in ossido di uranio.
La scaletta di dismissione è stata rispettata. Ma anziché proseguire sul forte ripiegamento di tecnologia e potenzialità, preteso dal blocco occidentale (dal migliaio di centrifughe iniziali ai negoziati su 10 volte tanto massimo), l’Iran ha rialzato la testa con la provocazione di Khamenei.
Seguita dalla dichiarazione del capo dell’Organizzazione per l’Energia atomica iraniana (AEOI) Ali Akbar Salehi, ingegnere nucleare laureato al Massachusetts Institute of Technology (MIT), sull’intenzione di Teheran di raggiungere, entro il 2021, la piena capacità infrastrutturale per il nucleare civile, quando invece le potenze dei 5+1 premono per contenerne le capacità nucleari per almeno 10 anni.
L’intesa di novembre a Ginevra era vaga in alcuni punti. E, contro i pressing di Francia e Gran Bretagna per ridurre drasticamente il numero di centrifughe, a Vienna anche il Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif ha chiesto di permettere all’Iran di tenere in funzione tutte le attuali 9.400 centrifughe.

D’altra parte, la proroga di sei mesi per i negoziati dei «tangibili progressi» con l’Iran, consente alla Repubblica Islamica di continuare a godere del blando alleggerimento delle sanzioni in vigore da gennaio: dallo sblocco parziale dell’import-export commerciale al rientro di tranche mensili di 700 milioni di dollari (un totale di 2,8 miliardi entro novembre) degli introiti da petrolio congelati nelle banche estere.
Superato il regime duro di Ahmadinejad, Teheran può galleggiare. E, di conseguenza, per l’ex Consigliere, fino al 2013, di Barack Obama sul controllo degli armamenti Robert Einhorn il riconoscimento pubblico della Casa Bianca del diritto all’arricchimento dell’uranio dell’Iran non può che averlo portato a rialzare la posta in gioco.
L’esperto, ora analista della Brookings Institution, era tra i più entusiasti del dialogo riaperto da Rohani. Ma con il tira e molla del 2014, secondo Einhorn è tornato in scena il balletto di sempre, lo «scoglio insormontabile della questione dell’arricchimento».
Altro punto che gli iraniani difendono con le unghie e con i denti è il loro diritto a mandare avanti, nelle università e nei centri specializzati, la ricerca per lo sviluppo dell’energia nucleare. Mentre, su altre controversie, Teheran ha fatto un passo indietro, come ridimensionare le potenzialità del reattore ad acqua in costruzione di Arak, utilizzabile, in prospettiva, anche per produrre plutonio, il surrogato dell’uranio per l’atomica. E pure convertire l’impianto sotterraneo ultra-protetto per l’arricchimento dell’uranio di Fordow, in un centro per la ricerca e lo sviluppo.
Ma sull’arricchimento dell’uranio in percentuali non risibili, come sullo sviluppo di nuove tecnologie nel settore la Repubblica islamica non si mostra intenzionata a cedere. Rivendicazioni inaccettabili per Israele, a maggior ragione dopo che, dalla Striscia di Gaza, Hamas e Jihad islamica nell’ultima crisi hanno tirato fuori i razzi a lunga gittata dei Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran).

Per il politologo irano-americano Kaveh Afrasiabi, non farà bene, nei prossimi mesi di tavola rotonda a Vienna, la dipartita dai negoziati del vice Segretario di Stato Usa William Burns, «al quale veniva attribuito il successo delle mediazioni segrete bilaterali tra Stati Uniti e Iran, iniziate già durante la passata Amministrazione iraniana, nel marzo 20’13». «Un altro problema per i negoziati», annota l’esperto su ‘Iran review, «saranno le elezioni legislative di Midterm negli Usa, con la possibilità che il tema del nucleare iraniano diventi oggetto di una partita politica, in particolare tra i falchi filo-israeliani che si oppongono a un accordo ragionevole con Teheran, cercandone, al contrario, la capitolazione».
Questo nonostante, «anche nei sondaggi recenti la grande maggioranza degli americani si schieri a favore di un’intesa con l’Iran». Ma, anche l’Iran, vuole davvero un accordo nucleare per sempre?

 

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