venerdì, Gennaio 28

Iran – Arabia Saudita, ‘Guerra Fredda mediorientale’ in lavorazione Le rivalità mediorientali trarrebbero vantaggio da un sistema di regole che, pur non eliminando la concorrenza regionale, prevengano una pericolosa escalation. La distensione saudita-iraniana potrebbe imitare la Guerra Fredda USA-Unione Sovietica che ha evitato la guerra per mezzo secondo

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Mentre l’attenzione internazionale è tutta concentrata sul fronte Indo-Pacifico -con lo scontro USA-Cina- e su quello euroasiatico -con lo scontro USA-Russia-, il Medioriente non sta fermo.
Al centro dei giochi, l’Arabia Saudita e l’Iran, o meglio, la distensione saudita-iraniana, il cuialtro nome potrebbe essere ‘Guerra Fredda mediorientale‘, auspicabile secondo alcuni osservatori. Con la Cina che gioca il ruolo del maître – mediatore.

Bisogna partire dalle rivolte della ‘Primavera araba’ del 2011.
I movimenti originari del 2011 sono stati in gran parte repressi, ma restano le scosse di assestamento dei ‘terremoti’ che nella regione si sono scatenati, la stabilizzazione ancora si attende. «Dalla Siria allo Yemen e attraverso l’Africa settentrionale, i regimi che sono stati scossi da quegli eventi stanno ancora affrontando le loro conseguenze ritardate», afferma, tracciando il quadro della situazione, Nabeel Khoury, Senior Fellow dell’Hariri Center for the Middle East dell’Atlantic Council. «Queste conseguenze non sono state, di regola, positive; i cambiamenti rivoluzionari che la gioventù araba cercava si sono ritorti contro, portando nella maggior parte dei casi alla controrivoluzione, all’intervento regionale e alla guerra civile. Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, che hanno guidato l’intervento militare della coalizione araba in Yemen nel 2015, hanno avviato negli ultimi dieci anni una competizione per il potere a livello regionale con l’Iran e i suoi alleati. Gli equilibri di potere nella regione sono in continuo mutamento».
Così,
come laGuerra Fredda‘ tra Stati Uniti e Unione Sovietica ha evitato una terza guerra mondiale, afferma Nabeel Khoury, «le rivalità mediorientali trarrebbero vantaggio da un sistema di regole che, pur non eliminando la concorrenza regionale, prevengano una pericolosa escalation». Insomma, serve una Guerra Fredda mediorientale. I colloqui diretti tra l’Arabia Saudita e l’Iran -i così detti colloqui di Bagdad-, secondo l’analista, vanno in questa direzione, «possono o meno riuscire in questo sforzo, ma il fatto che si tengano è un passo positivo».

In campo, i giocatori non sono pochi, potenze regionali, ma anche Cina e Russia. Nabeel Khoury ci fa il quadro. «Sotto la guida del principe ereditario Mohamed bin Salman (MBS), l’Arabia Saudita ha riunito un’ampia coalizione,nel 2015, per sostenere non solo il suo intervento militare nello Yemen, ma, più in generale, per formare un fronte anti-Iran nella regione. In linea di principio, questa coalizione comprende i sei Paesi del CCG», il Gulf Cooperation Council (Consiglio di cooperazione del Golfo), ovvero Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman, Qatar, «più Egitto, Marocco, Giordania e Pakistan». L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, sotto la guida del principe ereditario Mohamed bin Zayed (MBZ), sono stati i partner più attivi nella guerra in Yemen. L’Oman non ha mai accettato di prendere parte alla guerra e il Qatar ha ritirato le sue truppe dopo l’inizio della crisi diplomatica del giugno 2017.
Vicenda Yemen a parte,
Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti si sono lanciati nelle lotte per il potere post-2011 in Egitto, Libia, Sudan e Corno d’Africa, generalmente a sostegno di colpi di stato militari e uomini forti. Gli accordi di normalizzazione con Israele, gli Accordi di Abramo, che non comprendono ancora l’Arabia Saudita, «hanno in una certa misura incoraggiato questa alleanza tra Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti».
Dall’altra parte l’Iran, «che soffre di una carenza di alleati convenzionali, si è assicurato il sostegno di attori non statali come Hezbollah libanese,Kataib Hezbollah iracheno, Asa’ib Ahl al-Haq e alcune organizzazioni irachene minori formate sotto la bandiera del Forze di mobilitazione popolare (al-Hashd al-Sha’bi), finanziate e addestrate dall’Iran. La più ampia coalizione iraniana, vagamente denominata ‘Asse della Resistenza’, ha incluso anche i ribelli Houthi (ufficialmente conosciuti come ‘Ansar Allah’) dall’inizio della guerra in Yemen. In linea di principio, anche il regime di Assad in Siria è un membro di questa alleanza, sebbene con capacità limitate di coinvolgimento attivo data la guerra continua e la divisione del Paese in varie zone di influenza».

E veniamo ai giocatori globali, Russia e Cina. «Dal 2015 la Russia ha svolto un ruolo fondamentale nella guerra civile siriana e ha attivamente cercato di espandere la sua influenza nel più ampio Medio Oriente. Il predominio russo in Siriaè derivato principalmente dalla decisione dell’Amministrazione Obama di non partecipare direttamente a quel conflitto, ma anche perché la rivalità tra Turchia, Iran, Arabia Saudita e Israele dà loro spazio di manovra. Questo predominio, tuttavia, non ha portato a una maggiore influenza per Mosca in altri conflitti in Medio Oriente, come il conflitto israelo-palestinese e la guerra in Yemen. Tuttavia, la Russia ha migliorato le sue relazioni con i Paesi del Golfo e Israele e svolge un ruolo diretto nel conflitto libico», afferma Khoury.
«Allo stesso tempo,
la Cina ha gradualmente aumentato il suo coinvolgimento in Medio Oriente negli ultimi dieci anni, insieme alla sua economia in crescita e al rafforzamento della potenza navale. Gli interessi commerciali e commerciali di lunga data della Cina con il Medio Oriente, attraverso i quali assicura metà del proprio fabbisogno annuale di petrolio, possono ora essere supportati da una crescente presenza militare e coinvolgimento politico, sebbene gli ultimi due siano ancora modesti rispetto al coinvolgimento in corso degli Stati Uniti. La Cina ha irritato l’Occidente continuando le importazioni di petrolio dall’Iran e rifiutandosi di partecipare ad alcune sanzioni statunitensi ed europee contro la Repubblica islamica».
Un giocatore internazionale che non ha mancato di ritagliarsi spazio è la Turchia. Il Paese, «sotto la guida del Presidente Recep Tayyip Erdogan,negli ultimi dieci anni ha cercato di proporsi come una potenza indipendente dall’Occidente e dalla NATO. Sull’ultimo punto, però, Erdogan cerca di colmare un divario impossibile: coordinandosi con la Russia e acquistando armi da essa mantenendo Ankara nella NATO e continuando a cercare armi avanzate dagli Stati Uniti. Essendo intervenuto direttamente nella guerra siriana, Erdogan cerca di proteggere la Turchia interessi ai suoi confini e influenzare una situazione politica fluida anche in Iraq. La Turchia ha anche svolto un ruolo militare nella lotta per il potere in Libia e ha minacciato l’uso della forza contro la Grecia nel Mediterraneo occidentale».

«Quasi tutti i conflitti locali in Medio Oriente, indipendentemente dalle loro origini, sono stati assorbiti nella più ampia guerra fredda saudita/emiratina-iraniana. Dal JCPOA al conflitto in Siria e Yemen fino alla disputa israelo-palestinese in corso, gli interessi dell’Arabia Saudita e dell’Iran sono diametralmente opposti. In nessun luogo della regione questo confronto è oggi più pericoloso che in Libano e Yemen». «Che siano reali o percepiti, il sospetto reciproco e un senso di minaccia sono alla base delle tensioni e delle lotte di potere regionali saudita-iraniane. In particolare, le rivalità in Libano e Yemen sono viste come un gioco a somma zero, in cui ogni vantaggio per una parte porta a una perdita diretta dall’altra».
I sauditi considerano la presenza dell’Iran in Yemen, «ispirata dal desiderio dell’Iran di espandere la propria influenza all’estremità meridionale della penisola arabica, rendendola una minaccia diretta non solo al confine saudita con lo Yemen, ma anche alle spedizioni internazionali attraverso il Bab el-Mandeb e il Mar Rosso». Viceversa, dal
punto di vista iraniano, l’intervento militare nello Yemen «deriverebbe dal desiderio di espandere l’influenza saudita in tutta la regione, e quindi dalla necessità di controllare lo Yemen e garantire una leadership conforme e una politica estera anti-Iran all’interno del governo di quel Paese».
Il potere di Arabia Saudita e Iran, in termini di influenza nella regione, ora, è più o meno in equilibrio. «L’Iran è dominante in Libano, Siria e Yemen e generalmente considerato più influente dei sauditi in Iraq. D’altra parte, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti sono dominanti nei Paesi del CCG, in Sudan (prima del caos scatenato dal colpo di stato dell’ottobre 2021), in Egitto e in Nord Africa in generale. Le due parti hanno ragionevolmente evitato il confronto diretto, ma date le accresciute tensioni tra di loro, la potenziale escalation in Yemen e il possibile crollo totale in Libano, non si può escludere un pericoloso scontro.A complicare il quadro c’è il fatto che l’equilibrio di potere nella regione non è più bipolare, tra i sauditi sostenuti dagli Stati Uniti e il blocco iraniano anti-americano. Russia, Turchia e Israelesono i principali attori che hanno dato il loro peso per sconvolgere l’equilibrio nelle arene locali a favore di una parte o dell’altra, aumentando il rischio di errori di calcolo e guerra».

I colloqui di Baghdad tra sauditi e iraniani, con un serio sforzo di mediazione che dovrebbero sfoderare Oman, Qatar e Kuwait -tre Paesi che hanno spesso svolto il ruolo di mediatori nei conflitti regionali-, proponendo un’agenda ambiziosa per la pace a livello regionale, «dovrebbero puntare in alto, con l’obiettivo di ottenere quel tipo di chiarimenti che hanno tenuto fredda la Guerra Fredda tra Unione Sovietica e Stati Uniti per quasi cinquant’anni», afferma Nabeel Khoury. Con entrambe le parti che collaborano volontariamente «per porre fine al loro sostegno alle fazioni all’interno dello Yemen, reprimendo i conflitti per procura in Libano e accettando di non contestare l’influenza regionale» dell’altra parte concorrente.
Oltre ai mediatori arabi auspicati da Khoury, al momento c’è una Cina sempre più attiva. Questa settimana, i ministri degli Esteri di Arabia Saudita, Kuwait, Oman e Bahrain e il segretario generale del Consiglio di cooperazione del Golfo, sono tutti in visita in Cina per colloqui sul rafforzamento della cooperazione commerciale e di sicurezza. Lunedì, il Ministro degli Esteri saudita, Faisal bin Farhan, ha incontrato il suo omologo cinese, Wang Yi, nella città di Wuxi, nella Cina orientale. Il Ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir-Abdollahian, dovrebbe recarsi in Cina nei prossimi giorni. Tra i temi in discussione c’è l’accordo di cooperazione di 25 anni che hanno firmato l’anno scorso. Questa serie di visite dei funzionari del Golfo rientra nella spinta della Cina per un suo coinvolgimento più profondo in Medio Oriente. Per Pechino, il Golfo è la chiave per il suo approvvigionamento energetico e sempre più per la sua influenza geopolitica. Con Washington che si concentra sull’Indo-Pacifico e con le relazioni USA-Saudi sotto tensione, c’è la percezione, tra i leader del Golfo, che gli Stati Uniti si stiano lentamente ma inesorabilmente ritirando dalla regione, il che va tutto a vantaggio della Cina, per questo Pechino pigia il piede sull’acceleratore.

Le possibilità per questa evoluzione del rapporto storicamente animoso tra Iran-Arabia Saudita –una rivalità che ha storicamente diviso il Medio Oriente in due fazioni distinte e in competizione- sulla carta appaiono ottime. Come rileva Farah N. Jan, docente di relazioni internazionali presso l’Università della Pennsylvania, per il ‘Responsible Statecraft‘ del Quincy Institute, l’interesse dei due attori in campo è funzionale a una riuscita dell”operazione distensione’, perchè i «leader di Riyadh e Teheran stanno iniziando a rendersi conto che la loro relazione contraddittoria non serve più gli interessi dei loro Paesi». Oltre il raffreddamento delle relazioni USA-Arabia Saudita, ci sono le preoccupazioni economiche e politiche che affliggono Riyad, insieme al fatto che il Paeseha urgenza di ridurre la sua dipendenza dalle esportazioni di petrolio e diversificare la sua economia, e lo scontro con l’Iran sta diventando un ostacolo, e questo di per se sta «creando nuovi modelli di partnership e rivalità regionali». Per porre fine alla guerra in Yemen, affrontare e provare a realizzare Vision 2030 e attrarre seri investimenti nel regno, l’Arabia Saudita ha bisogno di una riduzione dell’escalation con l’Iran.

Negli ultimi anni, «Riyad si è sentita soffocata economicamente e politicamente dai suoi aspiranti coetanei regionali, in particolare dagli Emirati Arabi Uniti. Per la Casa Saud, queste preoccupazioni sembrano esistenziali, poiché la sopravvivenza della monarchia si basa sulla sua capacità di garantire la stabilità economica e politica della Nazione». Più recentemente, poi, «l’Arabia Saudita si è sentita superata politicamente e diplomaticamente dai suoi vicini. Gli Emirati, in particolare, stanno giocando un ruolo sempre più importante nella diplomazia regionale, avendo normalizzato le relazioni con Israele. Gli Emirati Arabi Uniti continuano a coltivare il loro potere soft di vasta portata con la Turchia e stanno rimodellando la geopolitica del Corno d’Africa».
Il «
riavvicinamento con Teheran è nel migliore interesse del regno per ottenere importanza regionale. Ancora più importante, la cooperazione tra Riyad e Teheran darebbe loro un maggiore controllo sui prezzi del petrolio, poiché rappresentano il 35,5% delle riserve petrolifere dell’OPEC. La stabilità dei prezzi del petrolio è fondamentale per la stabilità economica di questi due Paesi. Entrambe le potenze, i cui regimi dipendono dalla stabilità economica per la loro sopravvivenza, hanno qualcosa da guadagnare dall’intensificare la loro provvisoria distensione nel 2022».
Per il regime iraniano, che si stima abbia un disavanzo di bilancio mensile di 1 miliardo di dollari, il peggioramento dell’economia potrebbe incentivare ulteriormente un riavvicinamento con l’Arabia Saudita. Adnan Tabatabai, esperto iraniano e amministratore delegato del centro di ricerca CARPO di Bonn, l’Iran ha un grande interesse ad ampliare le relazioni commerciali regionali. L’Arabia Saudita -il più grande paese del Medio Oriente e, dopo l’Egitto, la seconda economia per popolazione nel mondo arabo- sembrerebbe un partner commerciale gradito per l’economia malconcia dell’Iran. Altresì, «unripristino dei legami diplomatici tra i due Paesi manderebbe anche il messaggio alla regione più ampia che l’Iran è una potenza regionale con cui si devono fare i conti», ha affermato Sanam Vakil, vicedirettore del programma Medio Oriente e Nord Africa presso la sede londinese del think tank Chatham House. L’Iran ha adottato un promettente piano strategico chiamato 20-Year National Vision of the Islamic Republic of Iran, che ha obiettivi sociali, economici e politici. Per alcuni versi simile a quello dell’Arabia Saudita, Vision 2030. Ma per essere attuate con successo, le strategie di entrambi i paesi avranno bisogno di società stabili ed economie vivaci che non possono essere raggiunte in un vicinato ostile. L’integrazione e la cooperazione saranno essenziali.


«
Il riavvicinamento di Riyadh e Teheran scuoterebbe in modo significativo l’ordine politico esistente nella regione, determinando unaserie di vincitori e vinti. Gli Stati Uniti avrebbero molto da perdere, mentre la Cina avrebbe molto da guadagnare», afferma Farah N. Jan. La Cina ha colto questo momento come un’opportunità per rafforzare la propria influenza nella regione. «Lo ha fatto attraverso vari mezzi economici, militari e diplomatici, inclusi accordi sui missili balistici con l’Arabia Saudita e la firma di un accordo di cooperazione di 25 anni con l’Iran. Sotto tutti i punti di vista, i due rivali si assomigliano sempre più nella loro reciproca affinità con Pechino».

Dato che i due Paesi sono i principali partner commerciali della Cina in Medio Oriente, la stabilità tra i due rivali sarebbe vantaggiosa per i rapporti di Pechino nella regione. Per questo motivo, la Cina, svolge un ruolo fondamentale nel facilitare la distensione dell’Arabia Saudita con l’Iran. Le visite che abbiamo detto essere in corso questa settimana in Cina da parte dei Paesi arabi, sono proprio nell’ottica di questo riavvicinamento e dei colloqui in corso a Vienna sul Jcpoa. «Dopotutto, i continui colloqui tra Iran e Arabia Saudita corrispondono al più ampio piano in cinque punti di Pechino per il Medio Oriente, in cui incoraggia ‘la risoluzione politica delle questioni dei punti caldi e la promozione della pace e della stabilità in Medio Oriente’».

Il riavvicinamento saudita-iraniano coincidono con gli sforzi di Pechino di trascendere le rivalità tradizionali e sfidare l’egemonia statunitense nella regione. Resta da capire come si muoveranno gli Stati Uniti. Sullo sfondo l’auspicio di Nabeel Khoury di un ‘Guerra Fredda mediorientale’ potrebbe trovare spazio.

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