giovedì, Giugno 24

Iper-leadership: quando l’emozione diventa politica “Una postura adotta temporaneamente da un politico, piuttosto che uno stile. La cosiddetta politica delle emozioni si posizionerà al di sopra della ragione per molto tempo ancora”. Così in questa intervista ci spiega il fenomeno Pablo Gomez Iniesta, ricercatore della Facoltà di comunicazione dell’Università di Castilla-La Mancha

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Il 4 maggio si sono tenute le elezioni regionali della Comunidad de Madrid, terza delle diciassette regioni spagnole per popolazione. Il risultato è stato il trionfo politico non solo e non tanto del Partito Popolare (Pp) –trionfo atteso per quel che Madrid politicamente esprime-, quando piuttosto il trionfo personale della sua candidata, la Presidente uscente Isabel Díaz Ayuso. Elezioni che secondo gli osservatori segneranno ‘l’inizio di un’estate caliente‘, ma soprattutto che sono state la certificazione ed esplosione di una nuova tendenza, quella dell’iper-leadership. Elezioni che hanno plasticamente dimostrato «il profondo cambiamento che ha subito la politica spagnola» nel corso di questi ultimi pochi anni, si tratta di «un nuovo uso della politica», spiegava, guardando alla performance di Ayuso, Pablo Gomez Iniesta, ricercatore della Facoltà di comunicazione dell’Università di Castilla-La Mancha.
Iniesta, una laurea in giornalismo presso l’Università di Castilla La Mancha nel 2015, e un master in scienze politiche presso l’Università Autonoma di Barcellona, è tra i giovani giornalisti e analisti spagnoli che con maggior attenzione seguono il fenomeno. Con lui abbiamo provato capire meglio l’iper-leadership, quanto l’esperienza spagnola di questi mesi ci può aiutare a immaginare la politica dei prossimi anni in Europa.

 

Se ho capito bene, Lei sostiene che nell’era del post-bipartitismo, in Spagna, ma anche in altri Paesi, a cominciare dall’Italia, si sono fatte strada formazioni politiche che esprimono una politica basata più che sui programmi -poco o nulla sui programmi- sulle emozioni, «dove la ragione resta sullo sfondo, la chiave è il discorso e la personalità e il carisma di una nuova figura: l’iper-leader». Ecco le chiederei di spiegarci bene questo concetto.

Nel caso della Spagna, credo che ci siano due momenti chiave che hanno portato a quella che possiamo chiamare ‘nuova politica’ nell’era post-bipartisan. Da un lato, il movimento 15-M, il cui decimo anniversario è stato celebrato la scorsa settimana, e che è stato un risveglio nella coscienza politica della società spagnola: ha mostrato energicamente il suo malcontento verso i rappresentanti pubblici, la sua mancanza di fiducia verso le istituzioni e ha chiesto nuovi meccanismi di trasparenza e responsabilità per coloro che ricoprono cariche pubbliche. D’altra parte, l’ascesa dei social network negli ultimi anni ha facilitato un nuovo tipo di comunicazione tra politica e cittadini. In molte occasioni, la logica tradizionale che ha assunto il ruolo di mediazione dei media li ha fatti passare in secondo piano. Pertanto, i rappresentanti hanno utilizzato le piattaforme social per connettersi direttamente con i cittadini attraverso un linguaggio più diretto e più semplice, al fine di mostrare vicinanza e comprensione dei loro problemi.
Non è facile definire l’iper-leadership, né la figura dell’iper-leader. Penso che si tratti più di una figura o di una posizione che un personaggio politico adotta temporaneamente, piuttosto che di uno stile politico stesso. Quando facciamo riferimento a questa situazione temporanea dobbiamo guardare al contesto di ciascuna situazione. Normalmente, in tempi di crisi, queste figure riescono a trasmettere i loro messaggi e a farli ‘cadere’ sotto gli occhi dell’opinione pubblica. Il loro scopo è presentarsi alla società come le persone che sono in grado di identificare quali sono i loro problemi e che sanno come risolverli, anche se non lo fanno. Dominano la parola e l’estetica, per essere vicini al pubblico.

L’iper-leadership serve a nascondere l’inadeguatezza della politica -e soprattutto dei suoi protagonisti- difronte alle sfide epocali come quella del Covid-19? Oppure in qualche modo anche questa politica riesce dare delle risposte, per quanto temporanee, ma comunque congrue?

Ovviamente serve a questo scopo. Non esattamente per nascondere la loro inadeguatezza, ma le loro capacità di comunicazione li inducono a distogliere l’attenzione su altri argomenti. Sono capaci di rispondere ai problemi, di trasmettere fiducia ai cittadini in situazioni come quella in cui viviamo, di pandemia. In questi casi molte persone si sono preoccupate e sono preoccupate per la crisi economica che si lascierà dietro tutto questo periodo, l’iper-leader è capace di offrire una soluzione e di manifestarla. È qui che risiede il suo valore principale.

L’iper-leader possiamo dire che più che un politico è un comunicatore e un improvvisatore, magari un buon istrione?

E’ una figura adatta temporaneamente che si affida alla comunicazione per raggiungere il suo successo. Non risponde all’improvvisazione, penso che dietro la sua figura ci sia molta pianificazione. È meglio entrare nei dettagli e concentrarsi sull’analisi di ciascuno dei messaggi che verranno trasmessi. Viviamo in un’epoca di professionalizzazione della politica e di tutto ciò che le ruota attorno. Ogni rappresentante o posizione pubblica ha un gabinetto dietro con un dipartimento di comunicazione composto da quasi una dozzina di persone. Molti di loro sono veri esperti di comunicazione politica e dominano tutti i tipi di canali. In questo momento, i social network sono diventati il centro di comunicazione tra politici e cittadini. Li usano per avvicinarsi ai cittadini e trasmettere le loro argomentazioni in modo più semplice e diretto. Molte comunicazioni ora rispondono agli usi di Instagram o TikTok, che sono diventati -e lo diventeranno ancor più dopo i tempi di quarantena- in piattaforme che rappresentano un nuovo tipo di realtà.

L’iper-leadership è populista?

In un certo senso, li considero termini complementari piuttosto che antagonisti, ma c’è una differenza fondamentale. Il populismo arriva a mettere in discussione la legittimità delle istituzioni democratiche in determinati momenti, mentre l’iper-leadership non va oltre tali limiti. Il populismo manifesta la necessità di rompere con il sistema, di cambiare le strutture di potere, e persino di ‘attaccarle’ usando termini bellicosi. L’hyperlider, al contrario, viene postulato come la principale soluzione per salvaguardare il sistema democratico di fronte a una minaccia che cerca di colpirlo. Lo stesso iper-leader si caratterizza per essere all’interno delle istituzioni, per essere parte del sistema. Sebbene sia vero, ci sono elementi comuni tra i due concetti, come l’uso della comunicazione basata sull’emozione, la visione personalistica della politica o il carisma che circonda la figura.

Se affermassi che un politico iper-leader, è un po’ come un calciatore dopato e che dunque l’iper-leadership è il doping della politica, esagererei?

Quando penso al calcio, alla politica e al concetto di leadership, ricordo sempre alcune parole di uno dei miei allenatori preferiti, Don Marcelo Bielsa. L’allenatore argentino ha commentato che un leader deve parlare poco, in modo che, quando parla, venga ascoltato. Credo, per questo, che l’iper-leadership non sia tanto doping, ma un modo di intendere la leadership in politica in modo distorto. L’eccesso di parola, a mio avviso, non è positivo. In molte occasioni, parlare troppo è un modo di travisare, di offrire una visione che ha poco a che fare con la realtà, ma che serve a trasmettere un messaggio interessato su qualche argomento. Per questo motivo mi riferisco costantemente al concetto di crisi che inquadra questo concetto. Quando si tratta di una situazione di crisi, l’emozione e il linguaggio vanno di pari passo e vengono presentati come una risposta o un modo per calmare il cittadino di fronte alle preoccupazioni che derivano dai problemi sociali. In quei momenti, il cittadino preferisce sentire che il suo problema verrà risolto piuttosto che come verrà risolto.

Lei ha detto che Isabel Díaz Ayuso è una iper-leader, e però ha anche detto che si sta aprendo una fase in Spagna di iper-leader donne. Ci spiega il perchè del fenomeno e chi sono le altre?

Parlare di Isabel Díaz Ayuso come hyperleader è l’esempio perfetto per spiegare il concetto in una situazione di crisi. La presidente della Comunità di Madrid si è posizionata come riferimento della destra spagnola per il suo ruolo nella gestione della crisi del Covid-19. Fin dall’inizio ha messo in dubbio con fermezza il modo in cui il governo centrale ha affrontato la pandemia e si è costantemente opposta ai suoi approcci. Per molti anni, Díaz Ayuso ha lavorato nel dipartimento Comunicazione del Partito popolare e della Comunità di Madrid. Conosce perfettamente le tecniche di comunicazione politica, come organizzare una campagna, e come dovrebbero essere i messaggi che devono essere trasmessi ai cittadini. Lo ha fatto con il termine ‘Libertà’. Nell’ultima campagna l’ha fatta sua, l’ha diffusa ed è riuscita a far intendere la sua figura come l’unica capace di portare la libertà a Madrid e anche in Spagna. L’unica cosa che resta da vedere è se il suo successo si estenderà a livello nazionale e come riuscirà influire sul suo partito e sul suo leader, Pablo Casado.
La Comunità di Madrid ha stabilito un precedente in termini di figure femminili che si sono affermate come le principali figure politiche nella regione. Alla vittoria incontestabile di Díaz Ayuso, si è aggiunto il risultato positivo di Mónica García (Más Madrid), che ha superato in numero di voti il Partito socialista, e l’ha consolidata come riferimento a sinistra. Anche il già noto numero uno dell’estrema destra di Madrid è una donna, Rocío Monasterio. E tutto sembra indicare che il vuoto lasciato da Pablo Iglesias in Podemos sarà colmato da una donna. Si parla di Yolanda Díaz, Ministro del Lavoro e vicepresidente del governo, e anche di Ione Belarra, Ministro degli affari sociali e dell’Agenda 2030. In questo contesto, anche i socialisti potrebbero essere inclini a eleggere una donna come nuova alternativa della sinistra nella capitale.

Pablo Iglesias era un iper-leader? Lei mi pare di capire che sostenga di no, perchè?

All’inizio, se assumiamo il concetto nei parametri attuali, potremmo dire che lo era. Quando Podemos si è candidato per la prima volta alle elezioni, nel 2014, la Spagna era ancora impantanata negli anni più duri della crisi economica, iniziata nel 2010. I casi di corruzione che hanno afflitto la sfera politica spagnola avevano portato a una crisi di fiducia nei confronti delle istituzioni e dei loro rappresentanti che era senza precedenti in Spagna. In questo contesto di crisi, Pablo Iglesias si è rivolto all’opinione pubblica con un messaggio molto semplice e chiaro che poneva il cittadino al centro, ed era diretto contro l’establishment, contro le banche e contro tutte le politiche che avevano generato, disuguaglianza e povertà nei suoi connazionali. Così, ha ottenuto un notevole successo per un partito di recente creazione e lo ha fatto balzare sulle prime pagfine dei media e della politica in Spagna. Negli anni quell’iper-leadership è andata perduta. Iglesias ha progressivamente ammorbidito i suoi messaggi ed è passato dal voler ‘prendere d’assalto il Congresso’ e ‘cambiare la costituzione’ al rispettarlo e affermare il suo peso nella democrazia.

E poi si è ritirato. Il ritiro di Iglesias non segna forse l’entrata in crisi dell’iper-leadership? Cioè delle parole, dell’ammaliamento, che poi alla prova dei fatti …. sono appunto i fatti a mancare, e visto che l’aspettativa creata era stata molto grande, altrettanto grande è la punizione dell’elettore deluso?

Credo che non segni una crisi dell’iper-leadership, come l’abbiamo intesa, come fenomeno che si manifesta in certe crisi o situazioni eccezionali. Nel caso di Pablo Iglesias, penso che ciò che più ha disincantato i suoi seguaci, e ha impedito a più elettori di sinistra di propendere per il suo programma, siano state le sue stesse azioni. Il fatto di non aver seguito i suoi ‘approcci’ iniziali: vivere sempre nel suo quartiere in una piccola casa, non incassare più soldi di tre salari interprofessionali minimi … ha finito per condannarlo alle critiche dei suoi detrattori e anche dei suoi stessi compagni.

Cosa si aspetta da Iglesias ora che si è ritirato dalla politica attiva?

Tutto indica che Iglesias tornerà alla sua posizione di professore di scienze politiche all’Università Complutense di Madrid. Penso che lo farà, tornerà alle origini e, secondo alcune voci, parteciperà a un progetto televisivo su temi politici. Penso che a Iglesias piaccia molto comunicare, gli piace molto la televisione, e non lascerà questo mondo così facilmente. D’altra parte, credo che, negli anni, in Spagna valorizzeremo maggiormente l’importanza della sua figura politica, come uno dei soggetti che è stato capace di rompere il tradizionale bipartitismo che esisteva ai nostri confini. Attualmente è stata imposta una logica, tra i suoi detrattori, per qualificarlo come ‘comunista’ e come ‘bugiardo’ per aver ‘venduto’ una serie di argomenti che non ha seguito in seguito. Penso che, con il passare del tempo, questo verrà dimenticato e gli verrà dato più valore di quanto non si faccia ora.

Come in Spagna Podemos, in Italia è in crisi un movimento molto simile per alcuni versi a Podemos, ovvero il Movimento 5 Stelle. Lei al Movimento 5 Stelle e ai suoi leader appiccicherebbe l’etichetta di iper-leadership, almeno ad alcuni suoi vertici? Beppe Grillo è un iper-leader?

Senza dubbio, il Movimento 5 Stelle è stato un riferimento per comprendere la nuova politica di sinistra nell’Europa meridionale. Per tutti quelli di noi che si sono dedicati a studiare un po ‘questo argomento, il Movimento 5 Stelle in Italia, Podemos in Spagna e Syriza in Grecia sono diventati i riferimenti. In Italia con Grillo e Di Battista, in Grecia con Tsipras e in Spagna con Iglesias. Normalmente, questi tre partiti hanno presentato argomenti comuni e sono stati considerati più vicini al populismo di sinistra che dall’iper-leadership. La nascita di questi tre fenomeni politici ha origine nella crisi economica del 2010, nella messa in discussione delle istituzioni e nella mancanza di credibilità della classe politica. Sono diventati figure rilevanti nella sinistra europea e nella logica che abbiamo spiegato sopra, da un punto di vista più populista che da iper-leadership. Le loro capacità di comunicazione si sono concentrate sulla messa in discussione del sistema democratico, piuttosto che sul presentarsi come una soluzione dall’interno delle istituzioni stesse. Inoltre, sono stati caratterizzati molte volte dall’influenza dei populismi latinoamericani.

Nel resto dell’Europa il fenomeno è presente? Se sì, dove? E in America Latina?

In Europa vorrei citare Emmanuel Macron come figura rilevante a questo proposito. Lo abbiamo visto negli ultimi mesi nella gestione della crisi del Covid-19. La sua comunicazione è stata costante, incessante, presentandosi come la soluzione a tutti i problemi, con un linguaggio che invocava il patriottismo e la lotta al virus come se fosse una guerra. Lo ha fatto prima nella crisi dei ‘gilet gialli’ e, successivamente, mettendo in discussione l’uscita degli Stati Uniti dagli accordi di Parigi e additando se stesso come la soluzione al problema climatico globale. In America Latina mi orienterei verso Andrés Manuel López Obrador, in Messico. Il Presidente si è concentrato sulla creazione delle basi delle sue politiche nel suo discorso. Messaggi chiari, diretti e semplici per promuovere l’austerità come stile di vita in Messico. In questo modo, è stato in grado di mostrarsi il più vicino ai suoi cittadini e capace di mostrare empatia dimostrando di sapere quali sono i loro problemi e mostrarsi informato sulle soluzioni ad essi.

Cosa dobbiamo aspettarci in termini di tenuta nel tempo e capacità effettiva alla prova dei fatti dell’iper-leadership?

Credo che il fenomeno dell’iper-leadership sarà presente nell’ambiente politico odierno per molto tempo. Da un lato, il contesto di crisi che andremo a vivere nei prossimi anni invoglierà questo come modo per rispondere alle preoccupazioni dei cittadini. D’altra parte, resterà il nuovo modo di intendere la politica dal punto di vista comunicativo. La cosiddetta politica delle emozioni si posizionerà al di sopra della ragione e i rappresentanti politici dovranno essere formati per dominare questo nuovo tipo di scena comunicativa. I social network saranno il centro del nuovo habitat. Il linguaggio sarà diverso e seguirà le strutture usuali di questo tipo di piattaforma. Il messaggio sarà breve, farà appello all’emozione, e cercherà di esprimere idee semplici che cercheranno di convincerci usando il cuore più che la testa stessa.

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