domenica, Settembre 26

Io compro cinese

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Ad accogliere il cliente è una massa indistinta di oggetti cui fa da contro altare l’efficienza del personale, cordiale, ma sempre freddo e distaccato. Benvenuti nell’ultima frontiera del commercio globale, dove con una manciata di euro è possibile acquistare un drone piuttosto che la batteria del cellulare ma anche profumi per la casa o prodotti di abbigliamento. Tutto rigorosamente marcato made in China.

Ad oggi, secondo un’analisi condotta dalla Cgia di Mestre sono 24.050 le attività commerciali degli imprenditori con gli occhi a mandorla nel nostro Paese; che si aggiungono alle 18.200 riconducibili al manufatturiero e alle 13.700 che fanno capo alla ristorazione-alberghi e bar. Il 60% è concentrato tra Lombardia, Toscana ed Emilia Romagna.

Ancora contenuta, ma con un trend in salita, è la presenza cinese nel settore dei servizi alla persona, ovvero tra i parrucchieri, le estetiste e i centri massaggi: il numero totale è di poco superiore alle 3.400 unità, ma tra il 2012 ed il 2013 l’aumento è stato notevole: +34%.

Xiao, occhi a mandorla, sorriso tirato e mani perennemente in movimento, è uno dei tanti imprenditori che hanno deciso di investire negli ultimi anni in Italia. La struttura dove svolge la propria attività è una delle tante presenti nell’interland napoletano.

“Sono qui dal 2006, pago le tasse e non ho nulla da temere, tutto legale” dice in un italiano stentato.

Vincere la diffidenza di questi imprenditori, che hanno fatto del sospetto, la loro arma vincente non è un’impresa semplice. Per farlo è necessario l’ausilio di un cliente abituale, italiano.

“Vede” dice Antonio, 30 anni, commercialista “negli ultimi tempi si è sviluppata un certo ostracismo nei loro confronti che li ha portati a reagire così, ma in fondo” sottolinea “loro non fanno nulla di male, danno solo un ulteriore, fondamentale, apporto alla concorrenza”.

Il punto di forza di questi negozi è senz’altro il prezzo. Come sia possibile scendere notevolmente al di sotto di quelli di mercato è presto detto.

“Noi” dice Xiao “compriamo qualsiasi tipo di merce a peso e poi la rivendiamo” Le importazioni fa capire avvengono attraverso navi provenienti direttamente dai paesi di origine. All’interno di questi esercizi i dipendenti spesso appartengono al medesimo nucleo familiare. Una rapida occhiata in giro ed è facile scorgere alla cassa la moglie e agli scaffali i due figli entrambi poco più che maggiorenni.

“Qui” sottolinea “non vogliamo italiani a lavorare perché hanno poca voglia. Noi apriamo alle 8 del mattino e chiudiamo alle 21”.

Inutile chiedere quanto riesca a guadagnare con i suoi oltre 200 mq di negozi stracolmi di merce. “Io non guadagnare molto” dice “solo quanto basta per vivere”.

Ma chi sono i clienti abituali di questi negozi?

Antonio, il nostro tramite è senz’altro uno di questi. Professionista, posizione economica agiata non disdegna di comprare prodotti fabbricati in Cina. L’ultimo suo acquisto è un caricabatterie per l’i-phone. “Lo prendo qui semplicemente perché non mi va di spendere i 15 euro chiesti dalla Apple, da Xiao lo pago solo tre euro. Certo” specifica “Se dovessi acquistare prodotti per l’igiene personale non verrei di certo qui”.

Un diverso modo di fare commercio quello cinese che dovrebbe spingere a migliorare anche gli italiani.

“Il loro mantra è la produttività, il nostro è invece la garanzia dei diritti dei lavoratori che spesso si trasformano in veri e propri abusi. Se continuiamo di questo passo però non andremo molto lontano”.

Ugualmente entusiasta dei prodotti made in China è Elisa, capelli neri, occhi scuri e due bimbi al seguito. “Io qui acquisto di tutto e mi trovo benissimo. Andare nei negozi italiani è ormai diventato impossibile. Si spendono cifre proibitive e la qualità in fondo è sempre la stessa”.

Le chiediamo se non tema per la salute dei suoi pargoli, la risposta è netta “Queste sono solo trovate pubblicitarie per non fare acquistare prodotti stranieri”.

Quale sia però il segreto di tanto successo delle attività di business degli imprenditori con gli occhi a mandorla è il segretario della Cgia Giuseppe Bortolussi a dirlo.

“Sebbene in alcune aree del Paese esistano delle sacche di illegalità che alimentano il lavoro nero e il mercato della contraffazione non dobbiamo dimenticare che i migranti cinesi si sono sempre contraddistinti per una forte vocazione alle attività di business. I cinesi – sottolinea – nel momento in cui lasciano il Paese d’origine, sono tra i migranti più abili nell’impiegare le reti etniche per realizzare il loro progetto migratorio che si realizza con l’apertura di un’attività economica”.

Sarà senz’altro così, ma la sensazione che si prova nell’allontanarsi dagli ultimi avamposti di un mercato apparentemente privo di regole se non quelle della spregiudicatezza, è di una profonda tristezza.

Dell’essenza di una cultura millenaria non rimangono che le tipiche lampade cinesi. Ultimi vessilli di un Paese che sembra aver fatto ormai del business la propria unica ragione di vita.

 

 

 

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