martedì, Aprile 13

Io cinguetto. Il politichese oggi field_506ffb1d3dbe2

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Anche se Twitter costringe alla sintesi il politichese impera ancora alimentando il vento dell’antipolitica. Tra anglicismi e orrori linguistici, uno fra tutti “esodati”, si allarga la distanza tra cittadini e palazzo della politica. Tutto mentre la semplificazione è rimasta al palo. Dalle cronache politiche arrivano comunque nuove parole, per definire concetti nuovi. Nei vocabolari passati certo non sarebbe mai comparsa la parola “dossieraggio” che invece oggi segna l’inasprirsi della contesa politica, anche tra ex alleati. Aspetti della politica che impattano sulla lingua italiana sui quali abbiamo chiesto un commento a Michele Cortelazzo, professore di linguistica italiana al Dipartimento di Studi linguistici e letterari dell’Università di Padova.

Professor Michele Cortelazzo tra i recenti neologismi compare “pentastellato”, una parola che entrando nella lingua italiana segna l’ascesa del Movimento  di Grillo. Cosa è che differenzia a suo giudizio questo termine dalle  “vecchie” categorie che si rifacevano a ideologie come “comunista”, “socialista”, “fascista”?

Si inserisce in un processo che dura dagli anni Novanta in cui tutti i movimenti che si sono creati hanno cessato di mettere il nome partito. Prima al nome si affiancava l’aggettivo, comunista, socialista, etc.. Questo è il frutto della II Repubblica. Chi si è buttato in politica ha cercato parole nuove, Forza Italia, Popolo delle Libertà. Il Movimento Cinque Stelle è su questa linea. “Pentastellato” è stato un tentativo di trovare un nome solo, una ricostruzione dotta che fa riferimento a pentagono, nel momento in cui il movimento stesso ha rinunciato definisirsi qualificando i suoi aderenti “cittadini”.

Altra recente parola è quella di “esodati”un termine che individua una condizione precaria per eccellenza e che non a caso, oltre che nella lingua italiana è entrata anche nelle canzoni, rap soprattutto?

Si lega alle parole individuate come perle negative degli ultimi tempi,come “attenzionato”, usato dalla polizia. Faccio un infinito, “esodare”, che non viene mai usato e poi ne uso il passato. Si ricorre ad eufemismi che è un oscuramento del concetto. Se non ci fosse stato il pasticcio creato dal governo Monti sul problema degli esodati appunto, di questa situazione non avremmo avuto coscienza. Poi ci è stata la rilevanza sociale. E’ una parola che nessuno di noi si sarebbe mai sognata di usare se non avesse avuto una rilevanza sociale, intercettata proprio per questo dal rap. 

Eurolandia, altra parola, mutuata probabilmente dai fumetti. Non è un po’ un modo per screditare le istituzioni europee e la sua moneta?

Se ricordo bene sembra recuperata dai fumetti ma è un modo con cui il giornalismo economico ha per individuare diverse realtà. Non è un neologismo recentissimo. E’ una parola che proviene dalla fine degli anni Novanta. E’ una forma sintetica del linguaggio del giornalismo economico. Non so se sia un nome solamente italiano. E’ divenuto talmente comune che non l’avevo più abbinato ai fumetti. “Euroland” in inglese è molto usato. Credo che non sia una invenzione italiana.

Altra parola entrata di recente nella lingua italiana come neologismo è quella di “dossieraggio”, una pratica che, favorita anche dalla disponibilità di banche dati, mira a screditare l’avversario politico. A quali parole del passato si può paragonare?

E’ una parola che si è diffusa a partire da dossier alla metà degli anni Novanta in relazione a Mani Pulite. Le prime tentazioni riguardavano i rapporti non sempre lineari tra magistratura e mondo giornalistico, o comunque si parlava di raccolta di informazioni per danneggiare un personaggio pubblico. Le prime attestazioni che ho sono del ’95, In alcune casi le informazioni venivano fatte avere dalla magistratura o venivano da indiscrezioni degli inqurenti. Il suffisso aggio collega la parola con spionaggio.

Un secolo fa che parola avremmo usato al posto di dossieraggio?

E’ molto difficile chiedersi una cosa di queste genere perché i termini nascono con le cose. Quello che è notevole che si sia sentita l’esigenza di creare la parola per questo fenomeno e non semplicemente una raccolta di informazione screditanti. E’ legata a spionaggio, perché infatti si dice “dossieraggio” e non “dossieramento”.

Emendazionisti? Un termine tutto riferito alla pratica legislativa, come lo vede?

E’ una parola creata sbagliata perché avrebbe dovuto essere “emendamentisti”. Questa parola che penso abbia ancora una circolazione particolarmente ristretta. E’ chiaro che se si è sentita la necessità di creare un nome ad hoc vuol dire che il fenomeno ha raggiunto una consistenza tale che ha bisogno di essere denominato. Chi ha creato questa parola ha sbagliato perché è un derivato da “emendazione” e non da “emendamento”. Fa riferimento ad una parola fuori uso. I vocabolari portano l’esempio l’emendazione dei costumi, togliere le abitudini negative dai costumi di un Paese. Ma non fa riferimento al processo di emendamento.

Renziano, dalemiano, ma anche deberlusconizzare, etc. Termini che prendono la radice dal nome del politico. Come si possono interpretare questi termini?

Questa è una constante del linguaggio politico. La sento da quando c’è la democrazia rappresentativa che ha dei capicorrente. Perché però dico renziano e non, invento, “rinnovista”, perché vuol dire che io individuo in quel gruppo di persone non persone primariamente caratterizzabili da una idea politica ma da una adesione ai comportamenti politici di un leader. E’ un esempio di personalizzazione della politica che esiste da sempre, la novità è il fatto della diffusione di questo tipo di denominazione.

Il “politichese” di quali parole si nutre?

Più che nutrirsi di parole si nutre di una filosofia espressiva che è quella di non dire le cose in modo diretto. Il politichese è fatto soprattutto di  eufemismi. Non dico ad esempio “prepensionamento” ma “esodo”, “scivolo” per “accompagnamento alla pensione”. Sono parole che servono a mitigare l’espressione di un concetto. Nella stessa direzione vanno le frasi inutilmente complesse e contorte che fanno sì che chi ascolta non percepisca nei particolari le connessioni logiche tra una parte e l’altra del ragionamento che pure ci sono. Il concetto viene in qualche modo occultato. Poi ci sono le espressioni come “è un problema non indifferente” per non dire “è un problema notevole”. Anche qui si nasconde la rilevanza del problema. In un momento in cui la società si trova nel momento dell’iperbole, con slogan come “mandiamoli tutti a casa”, in un momento in cui anche per l’urgenza della crisi siamo in una società che tende ad essere iperesplicita, ricorrere invece a un linguaggio fatto di distinzioni e di simulazioni, suona veramente come un linguaggio alieno. E’ una delle forme che portano alla contrapposizione tra società e classe politica. Tenendo presente che il politichese di oggi è molto più attenuato rispetto a quello di 20 anni.  Se ritengo le tendenze a distinguere e a ragionare siano quasi un dovere per il politico, quando invece cerca di nascondere, di mascherare, di dilazionare, allora è chiaro che si mette in atto una politica comunicativa del tutto sbagliata perché c’è urgenza della società di lavorare un po’ con l’accetta piuttosto che con il cesello.

Si parla tanto di semplificazione del linguaggio burocratico. E’ un processo reale o resta solo sulla carta?

La cosa è a sua volta complessa. L’impressione che si ha è esattamente questa. Devo dire che la forza propulsiva di un processo culturale di un linguaggio a me pare decaduta. Tra il 1993 e il 2003 c’è stato una grande impegno verso la semplificazione del linguaggio. Tutto questo è decaduto per un errore concettuale. Lo sforzo oggi della pubblica amministrazione per andare incontro al cittadino è quello della digitalizzazione, posta certificata, autocertificazione. Un processo positivo ma credo che l’idea che ci sia nei vertici ministeriali è che questo risolva i problemi di comunicazione tra amministrazione e cittadino. Mentre io posso innovare tecnologicamente ed anzi devo, ma se poi lo spiego alla maniera solita sono al punto di partenza. Ho cambiato le tecniche ma non l’approccio dell’amministrazione. Credo si sia proceduto su questo aspetto tecnico procedurale credendo o che quello linguistico fosse risolto e il che non è, o credendo che con le nuove tecnologie diventi irrilevante, il che non è. Inoltre il cambiamento della pubblica amministrazione ha bisogno di un diffuso processo di formazione del personale. I tagli che ci sono stati recentemente hanno fatto sì che tutto il lavoro fatto, anche con entusiasmo, che qualcosa ha comunque portato, si è bloccato. Nel 1993 Cassese aveva fatto un codice di stile per le pubbliche amministrazioni nel quale aveva portato dei testi di uso comune scritti male come le istruzioni del censimento, i bollettini di conto corrente postale, e bisogna dire i testi corrispondenti di oggi sono nettamente migliori di 20 anni fa. Qualcosa si è fatto. Ma il processo si è bloccato prima di arrivare ad una piena realizzazione.

Gli anglicismi inquinano la lingua italiana ed  alimentano il politichese. Perché parlare di job act anziché di legge sul lavoro? Non si allontanano anche in questo modo i cittadini dalla politica?

No questo non credo, perché è un processo più generalizzato, non è solo della politica. Quello che stupisce è il provincialismo di certe culture italiane. In alcuni casi è indubbio che per ragioni strutturali della lingua alcuni anglicismi siano molto più efficaci delle possibili sostituzioni italiane, penso a “mobbing”, penso a “stalking”, che faccio fatica a vedere sostituite da parole italiane di analoga efficacia. Poi quello di chiamare “job act” “la politica del lavoro” di Renzi mi pare una stupidata, perché non ne vedo la ragione, fatto poi da un fiorentino… Credo che Dante si rivolti nella tomba. Dopo di che devo dire che tutte le lingue si alimentano con l’apporto di altre lingue, il problema è la misura e la consapevolezza. In alcuni settori, come l’economia, l’informatica, non si fa la fatica di pensare se ci possa essere in italiano un altro concetto.

Voce del verbo twittare. Lo fanno oggi praticamente tutti. Dal papa al presidente del Consiglio. Per il linguaggio anche dei politici si tratta di una rivoluzione perché costringe alla sintesi. Lei come vede questo fenomeno?

Se aumenta davvero la sintesi lo vedo come un fenomeno positivo in un Paese che ha fatto dell’amplificazione la prospettiva retorica apprezzata. Se ci abituassimo ad essere più sintetici sarebbe un bene. Il problema è se se twitter, e all’inizio gli sms, ci aiutano a questo processo buono che è la sintesi, o ci buttano sul semplicismo, ci portano a semplificare eccessivamente i concetti, a non approfondirli, a comunicarli per slogan senza dare lo spessore del ragionamento. Il rischio che la diffusione del twitt in ambito politico ed economico porti ad esaltare il comunicare per slogan anche che per elaborazioni più meditate.

Spesso sono i giornalisti a creare i neologismi. In ambito politico quali sono gli altri possibili modi per  creare nuove parole?

I neologismi nascono da due basi diverse, una è costituita dai settori tecnici, a seguito della creazioni di oggetti o concetti nuovi. “Esodato” è un concetto tecnico. L’altra base è costituita dalla divulgazione. Questo è il caso di “pentastellato”. Attualmente vedo che questi sono i due grandi serbatoi di creazione di neologismi, da una parte gli addetti ai lavori che hanno bisogno di denominare le cose nuove e dall’altra il divulgatore, il giornalista o il similgiornalisti legati ai blog, a trasmissioni di intrattenimento. Gran parte dei neologismi tecnici entrano in circolazione più diffusa soltanto quando o se i giornalisti o i similgiornalisti recepiscano queste parole e le diffondano. E’ rarissimo che il grande pubblico impari un neologismo tecnico se non è diffuso dai giornalisti.
 

 

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