mercoledì, Maggio 12

Invettiva contro i partiti field_506ffb1d3dbe2

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«La vacca italiana è tanto ingorda da essere ormai moribonda, strafatta di vizi, di lussuria, di falsità, di guadagni, vuole solo arricchirsi, strafare, ingrassare, non le importa niente del suo popolo e al suo popolo niente importa di lei, si ignorano a vicenda, si rovinano a vicenda, i potenti rovinano il popolo che li imita, il popolo rovina i potenti accettandoli, giorno dopo giorno, senza cacciarli nell’infamia, senza rivoltarsi al peggio. Povera terra l’Italia, terra senza orizzonte, destinata ad affondare nel suo stesso letame, a schiattare facendo baldoria perché l’Italia ama solo la festa, l’orgia, il baccanale, dove tutto è lecito e nulla proibito, dove la legge non esiste, dove Gesù Cristo è solo una scultura in croce, dove ai bambini si insegna la furbizia, ai vecchi a prolungare il coito, alle donna la carriera delle meretrici».

Così Frà Girolamo Savonarola, il dominicano ferrarese vissuto nella seconda metà del millequattrocento, messo al rogo a Firenze il 23 maggio 1498. Ne aveva dette alcune, non simpaticissime, a quei cittadini, e dedotto da questo testo il tenore generale delle sue parole ben si può intuire come non l’avessero presa benissimo. E, oltretutto, non è che gli altri religiosi, confratelli o meno, fossero esattamente spiritosissimi: quindi invece di farci su una risata, gli fecero in quel barbaro modo la pelle.

Le frasi di Savonarola, che abbiamo ripreso da ‘Il fiore pungente’, raccolta di scritti edita da Chiarelettere con prefazione di Don Andrea Gallo, già ci sono servite da spunto per altre riflessioni: sono oggi ancor più preziose di fronte all’emergere di nuovi, vecchissimi scandali. Di malversazioni e simonie che colpiscono per il ripetersi nelle forme, e soprattutto nei protagonisti che sembrano godere di un’indefinita, forse infinita, tolleranza. Perché è proprio il riproporsi degli stessi soggetti che colpisce e scandalizza, come se inchieste, riprovazione popolare e politica (assai effimera), e sentenze passate in giudicato, fossero servite a nulla.

Così come sembrano servite proprio a nulla indagini, inchieste, riflessioni su funzionamento e malversazioni nei e dei partiti. Visto che l’Ufficio di Presidenza della Camera dei Deputati ha appena dato il via libera, all’unanimità dei presenti, all’ennesimo pagamento dei rimborsi elettori e del cofinanziamento per i partiti. Solo quelli del Movimento Cinque Stelle hanno lasciato la riunione per protesta, ritenendo «assurdo e umiliante», come dice il loro Vicepresidente di Montecitorio, Luigi Di Maio, che insieme a Riccardo Fraccaro ha abbandonato i lavori, «ratificare una legge che elude i controlli» sui bilanci. «Piacerebbe anche a tante aziende quando si vedono recapitare cartelle esattoriali. A brevissimo l’Ufficio di Presidenza emetterà il bonifico. Noi li diffideremo dal farlo».

La somma totale, integralmente a carico dello Stato, è di circa 10 milioni di Euro. Dieci milioni (anche in lettere, giusto si dovesse pensare ad un errore). I partiti ne usufruiranno a due condizioni: che i Rendiconti sui Bilanci 2013 siano stati giudicati regolari dalla Commissione di garanzia e che abbiano inviato i Rendiconti del 2014. In attesa di ulteriori verifiche rimangono solo il defunto Mpa e la semidefunta Udc. Per tutti gli altri via libera ai finanziamenti già da ora. E poi dici Savonarola. Di fronte allo scempio continuo e collettivo le sue parole, se si mettesse a pronunciarle oggi riferendole ai quotidiani comportamenti di chi amministra la cosa pubblica a tutti i livelli, potrebbero apparire come quelle di un moderato. Quasi un mollaccione.

 

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