venerdì, Settembre 24

Investire all’estero conviene Cervellati: “Positivo per l’investitore ma non per il sistema Italia e per le nostre aziende”

0

investimenti all'estero

L’investimento oggi parla lingue diverse e viaggia su canali velocissimi che consentono di diversificare il rischio puntando su vari angoli del pianeta. Secondo uno studio condotto da Legg Mason Global Asset Management, uno dei principali gestori globali di investimenti, sono sempre di più gli investitori italiani che decidono di investire i loro capitali fuori dai confini nazionali. L’86% degli intervistati ha infatti dichiarato di puntare, per i propri investimenti, sui mercati esteri.

Si tratta della percentuale più alta rispetto a quelli degli altri principali Paesi europei. A investire all’estero sono, infatti, il 71% dei britannici, il 68% dei francesi, il 64% degli spagnoli e il 61% dei tedeschi. La percentuale italiana è più alta anche di molti altri Paesi del mondo: il 78% degli investitori Usa, il 71% in Corea del Sud, il 60% in Australia, il 59% in Giappone e il 33% in Brasile. Solo in Cina si riscontra una percentuale leggermente maggiore con l’87% degli investitori che dichiara di investire all’estero. Anche per quanto riguarda gli asset investiti all’estero, Legg Mason ha riscontrato la percentuale media maggiore in Italia: ben il 31% del portafoglio degli investitori italiani è allocato oltre i confini nazionali, contro il 18% dei britannici, il 16% in Germania, il 15% in Spagna e il 13% in Francia. Più del doppio, inoltre, di quanto registrato tra gli investitori di Usa (14%), Australia (13%) e Brasile (11%) e molto più della Cina (18% del portafoglio).

I dati sono stati elaborati da uno studio realizzato da Legg Mason Global Asset Management e, come spiega Marco Negri, country head Italia della compagnia, «l’indagine è stata realizzata in 20 Paesi e ha raccolto i dati di oltre 4.000 intervistati, investitori di età compresa tra i 40 e i 75 anni, con un patrimonio medio investito, per quanto riguarda gli investitori italiani, di circa 1 milione e 700 mila dollari statunitensi».

Una propensione per gli investimenti all’estero in crescita. L’indagine ha infatti registrato che il 59% di coloro che investono fuori dall’Italia si dichiara molto più contento delle opportunità da cogliere sui mercati esteri rispetto a quanto facesse cinque anni fa. Investire all’estero è considerato da molti un modo per avere una maggiore rendita rispetto a quanto è capace di offrire il mercato nazionale (56%), ma anche un modo per diversificare meglio il rischio puntando su vari mercati (55%). Secondo Marco Negri, «l’investitore italiano è sempre più propenso a guardare oltre il confine nazionale per trovare le migliori opportunità di investimento. Se il reddito fisso resta l’asset class di riferimento, si registra anche una maggiore apertura verso l’azionario internazionale, in particolare quello Usa, che sta registrando performance elevate. Crediamo che, soprattutto in un contesto di elevate volatilità come quello che stiamo vivendo, un approccio sempre più globale all’investimento sia la soluzione migliore per ridurre i rischi puntando comunque ad ottenere una rendita».

Per quanto riguarda l’asset allocation degli investitori italiani, infatti, si registra una predilezione per l’obbligazionario. Il 31% del portafoglio viene investito nel reddito fisso, seguito dagli investimenti in liquidità e nel campo immobiliare (21%) e l’azionario (17%), mentre gli investimenti non tradizionali si attestano al 5%. Nonostante si mantenga costante la predilezione per il reddito fisso, si registra anche un maggiore interesse per l’azionario, «a testimonianza del trend di “great rotation” in atto anche tra gli investitori italiani». Il 30% ha infatti intenzione di aumentare la percentuale investita nel reddito fisso, seguita da un 26% che punta ad aumentare la quota di azionario nel portafoglio. Più di uno su cinque, il 22%, punta invece ad aumentare gli investimenti non tradizionali. La preferenza per gli investimenti internazionali si conferma quando viene chiesto al campione italiano quali siano le tre principali opportunità di investimento nei prossimi 12 mesi: le obbligazioni internazionali sono indicate dal 56% del campione seguita dal ramo immobiliare (50%) e dal mercato azionario internazionale (48%).

Infine, per quanto riguarda la panoramica geografica degli investimenti internazionali, lo studio realizzato da Legg Mason indica come aree di maggiore interesse per gli investitori italiani, quella dei Paesi emergenti, considerata dal 53% degli intervistati come l’area che offre opportunità di investimento interessanti nei prossimi mesi. Enrico Maria Cervellati, esperto di finanza comportamentale, commenta alcuni punti di questo studio.

 

Dottor Cervellati, perché si riscontra questa crescita dell’investimento degli italiani nei mercati esteri?

Sinceramente è un dato che mi stupisce molto, perché normalmente si verifica il contrario, ovvero si tende a investire nei titoli domestici, quello che in ambito di finanza comportamentale viene definito ‘home buyers’. Tuttavia, se il dato è veritiero significa che c’è una forte sfiducia nel mercato interno che  porta a investire di più all’estero. A meno che la decisione di investire in titoli internazionali non sia una strategia proposta da un consulente finanziario per la diversificazione del portafoglio.

Cosa comporta questa tendenza ai mercati finanziari italiani?

Purtroppo la tendenza dell’investire maggiormente nei mercati esteri comporterebbe che molte risorse, che potrebbero essere destinate tramite i mercati finanziari alle imprese italiane, sarebbero destinate a imprese straniere. Si verificherebbe, quindi, una ricaduta nell’economia reale del Paese. Investire nei mercati internazionali è una buona idea per le persone, i risparmiatori, ma è un elemento negativo per il sistema Italia, soprattutto in una fase di ripresa e dopo una crisi economica che ha visto conseguenze pesanti per le nostre aziende.

Dallo studio emerge la predilezione per l’obbligazionario e il reddito fisso, ma anche un maggiore interesse per le azioni internazionali. Possiamo dire che c’è una maggiore propensione al rischio?

Non parlerei solo di propensione al rischio. Quello che si sta verificando è che, siccome lo spread italiano si sta riducendo molto, i titoli di Stato italiani hanno un basso rendimento. Spesso, quindi, si può andare alla ricerca di azioni straniere non tanto per una maggiore propensione al rischio, quanto piuttosto per i maggiori rendimenti che questi titoli possono garantire.

Sono molti gli investitori che decidono di puntare sui mercati emergenti. Questo può rappresentare un rischio?

Dipende da che tipo di mercati emergenti vengono scelti. Negli anni passati alcuni di questi mercati hanno dato grandi soddisfazioni, ma in altri ci sono stati notevoli problemi. Occorre fare attenzione e non farsi attrarre dalla veloce crescita del Pil di questi Paesi senza conoscerne bene il mercato. Bisogna evitare di investire solo per sentito dire che quel Paese ha un’ottima prospettiva di crescita, meglio affidarsi a un consulente.

Rendita e diversificazione del rischio si possono trovare anche nel mercato italiano?

Si, assolutamente. Per diversificare il proprio capitale basta investire in settori diversi. Tuttavia, la diversificazione a livello internazionale è migliore, per un semplice fattore tecnico: i mercati sono meno correlati tra di loro e offrono un maggiore rendimento.

In un mondo globalizzato e interconnesso, possiamo dire che la tendenza all’investimento internazionale sia normale? Come si svilupperà secondo lei in futuro?

Sicuramente si tratta di una tendenza normalissima e anche positiva per l’investitore. Il nostro auspicio per il futuro è che anche il mercato italiano possa essere in grado di attirare sempre più investitori stranieri. Fortunatamente abbiamo anche noi eccellenze che riescono ad attirare finanziamenti dall’estero. È importante che queste eccellenze diventino sempre di più, in modo tale che anche il nostro mercato possa entrare in quel circuito di investimenti internazionali senza rimetterci.  

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->