venerdì, ottobre 19

Intervista al Premio Nobel per la pace Denis Mukwege Ripubblichiamo in forma integrale l' intervista che ci aveva rilasciato qualche anno fa in occasione di un evento al Parlamento europeo

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Premio Nobel per la pace: le battaglie di Denis Mukwege oggi insignito del prestigioso riconoscimento insieme a Nadia Murad, entrambi gia’ premiati dal Parlamento europeo con il Premio Sakharov l’uno nel 2014 e l’altra nel 2016 insieme a Lamyia Aji Bashar.

Per Mukwege e Murad e’ la seconda volta a salire sul podio per ricevere un riconoscimento prestigioso, questa volta riconosciuto a livello mondiale. In precedenza erano stati entrambi insigniti del premio Sakharov concesso dal Parlamento Europeo per il ruolo avuto nella difesa e cura delle donne violentate in Congo (l’uno) e per il coraggio dimostrato nella difesa delle donne Yazidi rapite e violentate dai guerriglieri dell’ISIS.

Ma per Mukwege la battaglia non e’ stata solamente quella dela difesa e cura delle donne stuprate in Congo: si e’ anche battuto contro l’uso e le violenze che circondano la raccolta dei “minerali insanguinati” specialmente nei paesi africani.

Ecco cosa avevamo scritto ne L’Indro quando il dott. Mukwege venne al Parlamento Europeo per perorare questa nuova causa.

“Cellulari, i-pad, televisori digitali uccidono. Non per le immagini che diffondono, non per le onde elettromagnetiche che emettono, ma per alcuni dei materiali usati per costruirli. Oro, tungsteno, stagno e coltan sono minerali rari molto ricercati e all’origine di sanguinosi conflitti nel mondo soprattutto in Africa. Ecco perchè  vengono chiamati “minerali di conflitto”.

E dall’Africa è partita una voce  di peso, quella del  dott. Denis Mukwegevincitore nel novembre 2014 del premio Sakharovche il Parlamento Europeo assegna ogni anno a una personalità che si è particolarmente distinta nel mondo per la difesa dei diritti umani.  Mukwege non è nuovo a premi. Ne ha collezionati numerosi, dalla Legion d’Onore francese al premio dell’Onu per i diritti umani, dal premio della Fondazione Re Baldovino del Belgio alla candidatura al Nobel per la Pace. Ora quella candidatura si e’ trasformata in realta’.

FIl dotto Mukwege ha fondato l’Ospedale Panzia Bukavu sul lago Kivu nella Repubblica Democratica del Congo specializzato nella delle donne violentate, una pratica purtroppo diffusa tra i ribelli congolesi attivi nella lotta all’accaparramento delle materie prime preziose‘, diamanti e smeraldi in prima fila ma anche questi materiali utili per le loro applicazioni nell’industria telematica. Per questa sua attività umanitaria il ginecologo Mukwege è stato anche al centro nel 2012 di un tentato assassinio. Il suo assistente e guardia del corpo è stato ucciso,  lui è rimasto ferito. Ed è partito all’estero per sfuggire alle minacce. Ma sei mesi dopo è tornato, a grande richiesta dei suoi pazienti che sono accorsi numerosi al suo arrivo all’aeroporto congolese dopo aver fatto una colletta per pagargli il viaggio di ritorno.  Mukwege è rimasto a Panzi per curare i suoi pazienti ma ha continuato la sua battaglia contro le violenze nel suo paese e anche per sollecitare dal mondo una legislazione migliore per l’approvigionamento dei minerali da conflitto’.

Dopo la sua campagna contro le torture e le violenze alle donne, è ritornato di nuovo a combattere nelle sedi mondiali dove vengono prese le decisioni sulla gestione dei minerali rari: l’Onu, il Congresso Usa, il Parlamento europeo.  Ed è stato nel corso di una sua visita al Parlamento Europeo, dove è stato ascoltato dalla Commissione Sviluppo, che lo abbiamo incontrato.

E’ dal 2010 che il Parlamento europeo si è proposto di seguire l’esempio del Congresso statunitense dove la legge Dodd-Frank approvata il 21 luglio 2010  impone alle compagnie statunitensi di dichiarare la provenienza dei minerali da essi usati nella loro produzione industriale. Se la provenienza è la Repubblica Democratica del Congo o uno dei paesi della regione dei Grandi Laghi, la legge esige un rapporto dettagliato con indicazioni precise sul sistema di produzione dei minerali.  Ciò ha indotto alcune imprese importatrici a sviluppare un sistema di controllo dello sfruttamento delle miniere soprattutto per garantire la sicurezza dei lavoratori.

In una risoluzione del febbraio 2014 il Parlamento europeo ha pubblicato un rapporto invitando a por fine alla maledizione delle materie prime e incoraggiando una politica generalizzata di responsabilità sociale delle imprese applicabile anche alle industrie estrattive delle zone di conflitto.  La proposta del Parlamento europeo si basa soprattutto sulla responsabilità dei singoli e prevede l’imposizione di sanzioni in caso di non rispetto di tale ‘responsabilità’.  Il Parlamento ha inoltre chiesto che una legislazione in tal senso venga  accompagnata da programmi di aiuti allo sviluppo specie nel settore della sicurezza e della governance locale.

Anche la Commissione europea ha proposto un regolamento il 3 marzo 2014 al termine di una consultazione pubblica che punta a creare un sistema di autocertificazione  da parte degli importatori di stagno, coltan, tungsteno e oro provenienti da zone di conflitto.  Ma il regolamento non prevede sanzioni nei confronti degli operatori economici, e ciò ha suscitato forti perplessitànelle organizzazioni della società civile che hanno denunciato la debolezza della proposta criticando l’aspetto volontario delle misure previste dalla Commissione a differenza della legge Dodd-Frank che ha invece una forza cogente.  Esse criticano anche il fatto che la proposta riguardi soltanto una piccola parte degli operatori, cioè solo gli importatori dei minerali e gli operatori delle fonderie, che rappresentano in Europa solo lo 0,05% degli importatori mondiali.

Secondo il Parlamento europeo l’Ue dovrebbe poter sviluppare un piano d’azione concertato per migliorare l’azione sul terreno. Il nuovo regolamento dovrebbe quindi avere una visione molto più ampia del problema integrandola ad altre politiche per lo sviluppo e strategie di politica estera.  Ma i grandi utilizzatori di questi materiali, in particolare le industrie elettroniche, non condividono questo rigore e ritengono che una certificazione troppo rigorosa diventi un peso amministrativo e finanziario eccessivo.

In questa situazione, il dott. Mukwege si era quindi recato al Parlamento europeo a Bruxelles per spezzare la sua lancia a favore di un controllo più rigoroso della filiera dei minerali,  impedendo così il ripetersi delle violenze  causate dal desiderio dei terroristi di finanziarsi con i proventi dello sfruttamento dei lavoratori, molti dei quali ancora bambini.

La Repubblica Democratica del Congo – ha scritto Mukewege in una lettera inviata al Parlamento europeo – è piena di potenziale che un commercio più responsabile e trasparente delle sue ricchezze naturali potrebbe aiutare a raggiungere un livello di benessere per tutti, eradicare lo sfruttamento del lavoro minorile e ridare dignità e autonomia finanziaria alle donne che lavorano in questo settore specie alle vittime di stupri, spezzando il legame tra minerali e conflitti.

Dott. Mukwege, può spiegare il motivo di questa sua nuova battaglia che l’ha portata dalla difesa delle donne violentate al blocco del commercio illegale dei “minerali di conflitto”?

Le donne sono state violentate in un contesto di conflitto e questo conflitto armato è alimentato dalla presenza di minerali molto richiesti. Se la gente combatte è per appropriarsi di questi minerali. Se si continua su questa strada e si continua a  intervenire sulle conseguenze e non sulle le cause profonde di questa situazione, bisogna affrontare il problema della violenze in generale.

Perchè è venuto a chiedere al Parlamento europeo di por fine a questa spirale di violenza?

L’Europa è una grande consumatrice mondiale di questi minerali “insanguinati” e se non fa nulla per controllare la loro catena di rifornimento c’è il rischio che le violenze continuino. Noi chiediamo che il controllo di questi minerali si faccia dall’estrazione fino ai consumatori finali. Se tutta la catena è controllata sarà possibile evitare di commercializzare minerali insanguinati, minerali che si ottengono con la distruzione delle donne e dei bambini nella Repubblica Democratica del Congo.

E cosa fanno altri paesi al di fuori dell’Europa?

Gli Stati Uniti che sono grandi consumatori di questi minerali hanno già fatto una legge che obbliga al controllo della filiera. Quindi se l’Europa  vuole alzare il livello dei suoi controlli verso l’alto si può dire che se gli Stati Uniti hanno fatto una legge rigorosa in tal senso si può anche chiedere alla Cina di fare la stessa cosa e a questo punto tutto il mondo avrà delle leggi che bloccano il commercio illegale di questi minerali, e tutti potranno dire: il mio commercio è pulito. Ma oggi la situazione non èancora questa.

Pensa di difendere la sua causa anche all’Onu? Come è stato fatto nel caso dei diamanti insanguinati con il “Kimberley process?”

Il lavoro che facciamo lo facciamo al livello nazionale. Sono appena rientrato dagli Stati Uniti dove è uscito il primo rapporto sulla legge Dodds-Frank. Da esso si vede che c’è un 5% delle imprese che hanno fatto lo sforzo di controllare il loro consumo. Secondo la legge Dodds-Frank se non si fanno verifiche si può essere perseguiti penalmente e per fatto che la legge obblighi a farlo ci auguriamo che questa percentuale di imprese possa aumentare  e che siano poche quelle che “rimangono in panchina”. Allora bisogna assolutamente che i responsabili del commercio – e in Europa il commercio internazionale è regolato a livello UE –  si attivino per approvare una legge che decida in merito alla responsabilità delle imprese. Bisogna farlo assolutamente.

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