lunedì, Aprile 19

Intervento militare in centro Africa? field_506ffb1d3dbe2

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«Sarà inviato un contingente di mille soldati francesi per un breve periodo, circa sei mesi, in supporto della forza africana delle Nazioni Unite per ristabilire l’ordine nella Repubblica Centroafricana. La Francia accompagnerà ed assisterà la forza militare africana già presente nel paese», annuncia il Ministro francese della Difesa Jean-Jves Le Drian.

Per giustificare l’intervento militare la Francia ha riprodotto la “tattica Ruandese” , quando nel 1994 l’Eliseo fece approvare dalle Nazioni Unite l’Operazione Turchese per ripristinare la pace nel paese africano e fermare il genocidio in corso. L’intervento umanitario francese fu in realtà un intervento militare a favore del regime razziale nazista di Habyariamana.

Dopo aver fallito nello sconfiggere il Fronte di Liberazione del Rwanda guidato dall’attuale Presidene Paul Kagame, l’esercito francese riuscì a salvare la maggioranza dell’esercito e delle milizie genocidarie nel vicino Zaire (attuale Repubblica Democratica del Congo), con l’intento di riorganizzare le forze terroristiche, riconquistare il Rwanda e ristabilire la supremazia razziale fedele alleata della Francia. Il piano fallì due anni dopo quando l’esercito del Nuovo Rwanda invase lo Zaire e sterminò le forze genocidarie all’est del paese, dando inizio ad un periodo di conflitti che dura tutt’ora.

Parigi, lunedì scorso ha sottoposto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite un progetto di risoluzione che mira a rafforzare la Missione Internazionale di Sostegno alla Repubblica Centroafricana (MISCA), con la prospettiva di trasformare la forza di pace ONU in un contingente militare offensivo per stabilizzare il paese.

In un primo rapporto il Segretario Generale Ban Ki- Moon ha appoggiato la richiesta della Francia autorizzando un dispiegamento di 9.000 soldati per fermare l’anarchia che regna nel paese dalla destituzione del Presidente Francois Bozizé da parte della coalizione ribelle Séléka nel dicembre 2012.

Secondo le Nazione Unite senza una azione rapida e decisiva in Centroafrica esiste il rischio che la situazione sfugga dal controllo, sfociando in un conflitto etnico e religioso tra cristiani e mussulmani che porterà ad atrocità generalizzate.

Gérald Araud, Ambasciatore francese presso l’ONU, stima che il progetto di risoluzione di Parigi sarà approvato entro una settimana. Dichiarazione estremamente ottimistica. I due paesi anglofoni membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, Gran Bretagna e Stati Uniti sembrano assai reticenti a finanziare una nuova operazione di mantenimento della pace in Africa sopratutto se questa é ideata a favorire la Francia.

Ambienti diplomatici ugandesi e kenioti paventano uno scambio di interessi geo strategici tra Stati Uniti e Francia tesi a permettere l’ennesima avventura militare francese in Africa in cambio di un compromesso nella vicina Repubblica Democratica del Congo che preveda la firma degli accordi di pace tra Governo e il gruppo ribelle M23 e l’annientamento del gruppo terroristico ruandese FDLR composto dalle forze genocidarie che la Francia aiutò a ad evitare completa sconfitta militare nel 1994.

Il rischio di un conflitto etnico religioso è reale. Da qualche mese la comunità cristiana (maggioritaria) e quella mussulmana, che vivevano in armonia, hanno subito una rapido processo di degenerazione attivato da attacchi delle milizie mussulmane (Balaka) che fanno parte della coalizione ribelle al potere. Questi attacchi hanno spinto la comunità cristiana a formare dei gruppi di autodifesa denominata Anti-Balaka che a loro volta hanno commesso atrocità e massacri contro dei villaggi mussulmani.

L’instabilità della Repubblica Centroafricana data dal 2003 quando il regime marionetta del Eliseo del Presidente Petasé fu rovesciato dal Generale Francois Bozizé nonostante l’aiuto dell’aviazione militare francese e di mercenari libici e congolesi (appartenenti al movimento militare MLC guidato dal imprenditore Jean-Pierre Bemba). La Francia ha sempre considerato il regime di Bozizé come un regime nemico e ha sostenuto e finanziato varie ribellioni che per quasi dieci anni hanno fatto sprofondare il paese nel caos e nella guerra civile permanente. L’incapacità di gestione amministrativa e la corruzione del regime di Bozizé hanno contribuito alla discesa agli inferi del Centroafrica.

L’ascesa della Séléka non è altro che il frutto dello sforzo attuato dalla cellula africana dell’Eliseo di assemblare un’accozzaglia di milizie ribelli in una coalizione capace di sconfiggere l’esercito regolare, ormai ridotto a livelli di inefficienza e corruzione superiori a quelli dell’esercito congolese.

Questa coalizione forzata e non omogenea aveva fin dall’inizio tutte le prerogative di non poter gestire il paese nonostante gli sforzi compiuti dal suo leader e attuale Presidente Michel Djotodia. Nonostante ciò durante la rapida conquista del paese iniziata nel novembre 2012 e durata circa un mese, il contingente francese di stanza nella base militare della capitale Bangui, forte di 400 soldati, non ha rispettato gli accordi di cooperazione militare stipulati con il Centroafrica, facilitando l’avanzata dei ribelli.

L’unico contingente straniero che seriamente tentò di difendere il regime di Bozizé fu quello Sud Africano, subendo una pesante sconfitta militare presso la capitale dove i soldati sudafricani furono letteralmente massacrati. Questa sconfitta ha pesantemente marcato l’opinione pubblica del Sud Africa creando una classica “sindrome Vietnamita” che ha impedito un intervento militare efficace nel Congo contro la ribellione del M23. La rappresentanza politica della Séléka aveva sede a Parigi, quasi difronte al Ministero degli Affari Esteri.

Il Presidente Michel Djotodia, fallendo nel controllo delle varie anime che compongono questa coalizione, si è inimicato l’Eliseo che progetta già il dopo Djotodia. L’obiettivo della Francia non è certo assicurare pace e stabilità nel paese ma un governo amico e un Presidente che possa servire fedelmente agli interessi economici e ai piani geo-strategici francesi.

Il nuovo presidente sembra essere stato già individuato nella figura del Primo Ministro Nicolas Tiangaye, recentemente recatosi a Parigi per chiedere il sostegno francese contro l’insicurezza generale, i gravi crimini di guerra e i crimini contro l’umanità commessi dalle orde ribelli del Séléka contro la popolazione centroafricana. “Stimo che la Francia possieda i mezzi militari, finanziari e diplomatici necessari per evitare al mio paese questa catastrofe politica e umanitaria.”, ha dichiarato Tiangaye durante la sua visita a Parigi.

Commenti ufficiosi dell’Eliseo individuano nel Primo Ministro Tiangaye l’unica figura politica del Centroafrica capace di mantenere l’unità nazionale e risollevare il paese dal caos politico, dalle violenze e dal disastro economico.

L’invio delle truppe francesi nella Repubblica Centroafricana, su mandato ONU, dona una immagine più chiara della strategia regionale decisa da Parigi. Il Centroafrica è legato indissolubilmente agli avvenimenti in atto nel Congo e nell’Africa dell’Est in generale. Ristabilire l’ordine nel paese equivale a ristabilire la supremazia neo coloniale francese che, secondo i lineari e troppo semplicistici progetti della France-Afrique, dovrebbe riprendere il controllo in Centroafrica, Congo e Rwanda, limitando l’influenza anglofona regionale assicurata da Rwanda, Uganda e Kenya.

L’intervento militare francese ha tutte le possibilità di stabilire un governo amico ma non di distruggere le milizie che compongono la Séléka. Basta che esse si ritirino nelle impenetrabili foreste tropicali che ricoprono metà del paese per riattivare la guerriglia in attesa che la presenza del contingente francese diventi economicamente insostenibile. Un suo ritirino attiverebbe il conto alla rovescia per la sopravvivenza del governo amico, offrendo al Centroafrica lo stesso destino del Afghanistan una volta che le truppe americane e NATO si ritireranno dal paese asiatico. Come usano dire i Talebani: Voi occidentali avete l’orologio, noi il tempo”.

Incognite sull’operazione provengono anche dalle potenze regionali, in primis l’Uganda che in Centroafrica ha un contingente di 6.000 uomini con la scusa di distruggere la ribellione del Lord Resistence Army e catturare il suo leader Joseph Kony. Ambienti militari ugandesi avvertono a titolo privato che un qualsiasi governo post Djotodia deve tenere in considerazione gli interessi economici e di sicurezza dell’Uganda, potenza militare appoggiata dagli Stati Uniti che sembra decisa ad uno scontro diplomatico o ad uno scontro militare per procura contro la Francia. In questo scenario la prima vittima potrebbe essere la multinazionale petrolifera TOTAL, che ha acquisito importanti diritti di sfruttamento dei giacimenti presenti in Uganda. Economicamente e politicamente é la Francia che necessita dell’amicizia dell’Uganda, non viceversa.

Nella bramosia di ridefinire i rapporti di forza regionali, Parigi sembra dimenticarsi della necessaria prudenza creando a tavolino uno scenario da Risiko che già si sta rivelando virtuale in Mali dove la situazione sembra essere sfuggita di mano all’esercito francese nonostante le vittorie militari riportate.

Nonostante che il Ministero degli Affari Esteri francese si sforza di sottolineare che il probabile intervento militare non sia legato a quello del Mali né alla delicata e fluida situazione del Congo, una dato di fatto sta chiaramente emergendo: la promessa fatta all’inizio del mandato da parte del Presidente Francois Holland di archiviare la distruttiva politica estera della France-Afrique si è tramutata in un’accelerazione delle logiche belliche e geo-strategiche post-coloniali, trasformando il Presidente socialista nel Presidente più guerrafondaio in Africa dopo Charles De Gaulle.

 

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