lunedì, Maggio 10

Interpretazione musicale: dal rigore all’arbitrio Quando l'ignoranza in fatto di cultura musicale permette la manipolazione a scopo commerciale

0

Nel corso degli ultimi anni si è andata allargando la forbice tra chi ritiene che l’esecuzione musicale non possa prescindere dalla conoscenza dello stile e dei codici in uso nel periodo in cui una data composizione è stata creata, e chi, invece, pensa che il proprio gusto personale sia sufficiente a giustificare la qualsiasi‘.

Immaginiamo per un momento che un attore italiano, con scarse conoscenze della lingua francese, si metta in testa di proporre in teatro le tragedie di Pierre Corneille o Jeane Racine e, nel farlo, si affidi alle vecchie registrazioni di attori quali, ad esempio, Gerard Philippe, cercando di imitarne l’intonazione, le pause, le accentuazioni e quant’altro. Senza tuttavia comprendere esattamente il significato del testo se non in termini oltre modo superficiali.
Oppure che un altro attore, dotato magari di grande tecnica, decida di recitare le tragedie di William Shakespeare nel più breve tempo possibile, con il dichiarato obiettivo di sorprendere il pubblico trasformando il celebre monologo di Antonio (… perché Bruto è un uomo d’onore…) in un vertiginoso scioglilingua.
Quale sarebbe l’effetto, come in realtà reagirebbe l’inclito pubblico presente in sala? Sarebbe forse possibile che la maggior parte degli spettatori applaudissero a queste problematiche performance con convinzione e, in buona parte, addirittura con entusiasmo? E solo una sparuta minoranza esprimerebbe il proprio dissenso silenziosamente, magari accennando ad un timido batter di mani per poi guadagnare l’uscita manifestando un minimo di perplessità e dubbio?
Ed ancora, come reagirebbero gli stessi spettatori se, invitati ad assistere ad un nuovo spettacolo presentato come l’eclatante prova della rinascita della grande tradizione drammaturgica italiana, invece si trovassero di fronte a uno spettacolino che semplifichi, riciclandoli in maniera furbesca, alcuni luoghi comuni del varietà televisivo degli anni ’60 o riproponga vecchie trame e situazioni alla Georges Feydeau? Magari a coloro che non conoscono né il primo né il secondo modello potrebbe persino risultare una piacevole sorpresa e sarebbero portati a credere che, in fondo, andare a teatro ed assistere ai nuovi capolavori della drammaturgia del nuovo millennio è cosa persino piacevole. Poiché, sempre costoro, erano vissuti nella ferma convinzione che “I giganti della montagna” o l’“Enrico IV” di Luigi Pirandello fossero una rottura di scatole da evitare come la peste, e dunque si erano ben guardati da leggerne il testo o assistere ad una loro rappresentazione. Tuttavia ci potrebbe essere persino qualche bella testa pronta ad affermare che quegli spettacoli, spacciati per nuovi capolavori della drammaturgia del nuovo millennio, hanno almeno il merito di avvicinare i giovani al teatro.

Il quadro composto da questi tre esempi fin qui raccontati è abbastanza grottesco da risultare assai poco probabile.
Ma, trasponendo le tre situazioni dall’ambito teatrale a quello musicale, ci troveremo a descrivere una realtà tanto inquietante quanto, ahimè, diffusa.

Se consideriamo la musica una forma di comunicazione basata su elementi asemantici (i parametri musicali) ma che consentono un’attribuzione di significato da parte di chi ascolta attraverso codici più o meno consapevolmente condivisi, dobbiamo altresì considerare che il ruolo giocato dall’esecutore nei confronti dell’ascoltatore è particolarmente delicato.
Questi, infatti, si inserisce nel complesso processo di comunicazione che, partendo da ciò che pone sulla carta il compositore, arriva a stimolare intellettualmente ed emotivamente l’ascoltatore per tramite dell’esecutore.
Tuttavia, più ancora di un testo teatrale, la pagina musicale corre il rischio di manipolazioni, errate interpretazioni e, in ultima analisi, equivoci pericolosi.  E ciò può avvenire con maggior frequenza se l’esecutore, o interprete a dir si voglia, si pone in relazione dell’ascoltatore in modo poco corretto.
Ogni processo di comunicazione consiste in aspetti di contenuto, ovvero le informazioni e messaggi che vengono trasmessi, e di relazione, ovvero le modalità con cui gli interlocutori tendono a identificare e riconoscere i reciproci ruoli.
Tanto più l’esecutore si pone l’obiettivo di trasmettere nel modo più coerente e rigoroso possibile il pensiero del compositore verso l’ascoltatore, tanto più la relazione può dirsi assertiva, poiché l’esecutore riconosce il ruolo dell’ascoltatore in quanto capace di decodificare e ricodificare correttamente i contenuti musicali trasmessi, limitando quanto possibile la sovrapposizione del proprio ego nel processo di comunicazione.
Se invece l’esecutore manipola più o meno scientemente i contenuti della comunicazione musicale, trasforma la relazione da assertiva a manipolatoria, poiché utilizza l’ascoltatore non come fine, ma come mezzo per proiettare ed amplificare il proprio ego.

Ecco dunque che accelerare fino all’inverosimile l’esecuzione della Marcia alla Turca di Mozart è il modo più facile per manipolare l’ascoltatore poco consapevole, mirabilmente rappresentato dal popolare presentatore che, pur riconoscendo la celebre melodia, rimane stupito dall’abilità del pianista esclamando, come è realmente successo in occasione del concerto per l’inaugurazione dell’Expo di Milano e davanti a milioni di telespettatori, un grottesco «anvedi che robba». In quel caso il pianista aveva di fatto sostituito se stesso al povero Mozart, manipolando una Marcia in modo tale da trasformarla in una finale olimpionica dei cento metri piani.

Accade anche che dall’arbitrio manipolatorio si possa passare all’arbitrio per scarsa conoscenza, o pura ignoranza, e si possano trasformare mediocri musicisti in interpreti di valore assoluto.
L’operazione può essere facilitata da alcune condizioni: il mediocre musicista può avere avuto una infanzia difficile da esule, magari segnata da lutti e dolori familiari a causa di regimi totalitari; il sistema mediatico deve essere compiacente e enfatizzare come geniali le esecuzioni che in realtà sono frutto di approssimazione e superficialità; il repertorio deve essere limitato ad un solo grande autore in modo da poter identificare più facilmente il mediocre musicista come il più grande interprete di Ludwig van Beethoven alla fisarmonica o di Johann Sebastian Bach al pianoforte.

Naturalmente ci vuole una condizione fondamentale perché il giochetto possa funzionare: un limitatissimo livello di competenza musicale di base nel Paese in cui si intende avviare questa impresa che, più che artistica, è meramente commerciale. E quanto a questo l’Italia non è seconda a nessuno, almeno in Europa.

Infine poche e desolate parole riguardo l’ultimo dei tre esempi da cui siamo partiti: come posso essere definito se cerco di vendere un prodotto di un certo tipo pur sapendo si tratti di altra cosa? E se per farlo mi camuffo da giovane ed eccentrico folletto in preda a straordinarie ed improvvise emozioni, pur avendo da tempo superato i quaranta anni? E se, sempre con la più dolosa che colposa complicità di una gran parte del sistema mediatico, sostengo di essere l’unica, valida e realistica alternativa, in ambito della cosiddetta musica classica, a tutti quei musicisti e compositori reazionari, stantii e autoreferenziali? E se, nonostante sia stato rinnegato e sbugiardato persino dai miei primi mentori, continui a godere di appoggi e fossi invitato a suonare i miei simpatici motivetti in importanti sedi istituzionali? La risposta a questa serie di domande proveremo a darla in un prossimo articolo ma c’è da anticipare almeno un concetto: la stretta corrispondenza tra quanto appena descritto e le modalità di comunicazione e relazione con i cittadini, attivate dalle nostre classi dirigenti soprattutto nell’ultimo quarto di secolo.

 

 

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->