domenica, Aprile 11

Internet e i social al tempo delle leggi di Erdoğan, Xi Jinping e Mirziyoyev Una panoramica sulle leggi che frenano la comunicazione in tempo reale in Turchia, Uzbekistan, Cina.

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Nel precedente articolo abbiamo visto come nazioni democratiche e regimi militari svolgano un lavoro di monitoraggio dei social network, nell’ottica di mantenimento dello status di player regionale.

In questa analisi, invece, approfondiamo il percorso storico e legislativo che sta portando Nazioni, come la Turchia, l’Uzbekistan e la Cina, ad aumentare il controllo statale via internet dei propri cittadini, andando a limitare le libertà di espressione e di pensiero, che vengono garantite nelle costituzioni di questi Paesi.

Un viaggio ‘social’ che mostrerà le contraddizioni di un Presidente come Recep Tayyip Erdoğan, che utilizza FaceTime per comunicare ai telegiornali ma poi blocca l’accesso ai social network, l’impossibilità di accedere a Skype in Uzbekistan fino al piano del governo cinese, che valuterà i propri cittadini in base al loro comportamento online con servizi dedicati (es. abbassamento tasse) nel caso in cui il punteggio sia superiore alla soglia impostata.

 

TURCHIA:

Circa 40.000 siti internet sono stati oscurati nel 2013, mentre la cifra sale drasticamente a 114.000 nel 2016. A rivelarlo è il sito turco Engelliweb,  che si dedica all’analisi dei blocchi da parte del governo alla rete internet, che è stato anch’esso oscurato e i suoi canali social chiusi da parte dei funzionari del governo di Erdoğan. Quindi, cosa sta accadendo alla libertà di espressione e sui social in Turchia?

Per comprendere meglio la situazione bisogna partire dalla manifestazione apolitica, come quella di Piazza Taksim a Istanbul, che aveva radunato migliaia di persone per protestare contro l’apertura di un centro commerciale e la costruzione di una caserma in pieno centro. La repressione eccessiva delle forze dell’ordine turche è stata ripresa e condivisa sui social network dai manifestanti.

Le immagini trasmesse hanno avuto un duplice effetto: l’edificazione in pieno centro era il pretesto per manifestare contro la repressione di Erdoğan e la presa di coscienza, da parte dell’establishment, della potenza dei social network, i quali devono essere al servizio del Paese e del suo Presidente. Nonostante l’ambiente legale restrittivo del Paese e la crescente autocensura, gli utenti turchi fanno sempre più affidamento sulle pubblicazioni basate su Internet come fonte primaria di notizie. Un aumento vertiginoso dei procedimenti giudiziari con l’accusa di diffamare il Presidente ha avuto l’effetto di frenare i commenti negativi degli utenti sui social media.

Inoltre, il ‘Wall Street Journal’ ha rivelato la presenza di  un ‘esercito di troll’, ovvero circa 6.000 individui arruolati dall’AKP (Adalet ve Kalkınma Partisi – Partito per la Giustizia e lo Sviluppo), il partito di Erdoğan,  per potere manipolare le discussioni e combattere i critici del governo sui social media. Infatti, prima delle elezioni del 2015, la prima iniziativa civile di monitoraggio turco, chiamata Oy ve Ötesi (Il voto e oltre), è stata bombardata da messaggi e notizie che l’accusavano di frodi fiscali e riciclaggio. Questi attacchi sono partiti dall’account Il voto e la frode’, che possedeva 42.000 followers, creato da una ragazza turca, il cui profilo personale era una raccolta di  frasi romantiche, la quale ha affermato, a pochi giorni dal voto, che tutte le notizie scritte fossero false e che il suo intento fosse quello di schernire gli elettori turchi che si informano su Twitter.

Negli ultimi 3 anni la Turchia ha subito numerosi attacchi terroristici, un tentativo di ‘colpo di stato’ orchestrato da militari, capeggiati, secondo Erdoğan, dal suo ex delfino Fethullah Gülen, e la crisi economica che non lascia ai turchi ottime prospettive di ripresa. Tutto questo fa crescere nel paese il malcontento, che può essere diffuso e condiviso sui social. Per questo motivo, l’establishment ha aumentato il controllo nei confronti dei social media , nonostante la presenza dell’articolo 26 della Costituzione turca reciti «ognuno ha il diritto di esprimere e diffondere il suo pensiero e opinione con parole, per iscritto o con immagini o attraverso altri media, individualmente o collettivamente».

Mentre le pene detentive per il discorso online sono capi di accusa rari, diversi individui sono stati condannati a lunghe pene detentive per propaganda terroristica e/o insulti alle cariche rappresentative dello Stato. Giornalisti, personaggi pubblici e studenti sono stati presi di mira per aver dimostrato online la loro avversione a determinate scelte politiche (il referendum costituzionale del 2017 che offre al Presidente poteri straordinari anche senza la presenza dello stato di emergenza) o l’appoggio a temi controversi, come l’identità curda.

Il governo ha ripetutamente sospeso l’accesso a Facebook, Twitter, YouTube e WhatsApp per motivi di sicurezza nazionale, mentre sono state  bloccate alcune pagine di Wikipedia contenenti informazioni riguardo l’impegno turco nella guerra civile siriana. I servizi popolari che offrono reti private virtuali (VPN) e la rete di anonimato, come  Tor, sono stati bloccati per impedire agli utenti di accedere ai contenuti censurati. In seguito all’uccisione dell’ambasciatore russo in Turchia nel 2016, tutti i canali social vennero bloccati così come, in seguito ad un ordinanza di un giudice, più di 100 siti internet che divulgavano la notizia.

Come in questo caso, Internet è realmente messo a disposizione del proprio Presidente. Durante il ‘colpo di stato’ del 2016, Erdoğan aveva imposto il bando a tutti i social, salvo poi chiedere a Türk Telekom di aprire i canali FaceTime per parlare con i telegiornali turchi, prima, e di abolire il bando per far raccontare ai cittadini quello che la Turchia stava subendo, poi.

Inoltre il Decreto n.671, pubblicato il 15 agosto 2016, autorizza il governo a prendere qualsiasi decisione necessaria al fine di tutelare la sicurezza nazionale, l’ordine pubblico, la morale del popolo turco. Le disposizioni emanate dal governo dovranno essere attuate da tutte le compagnie telefoniche e di comunicazione, come radio e televisione, entro due ore massimo dalla loro ricezione.

Nonostante l’aumento della penetrazione di internet in Turchia, il governo restringe l’accesso al web, anche da mobile, soprattutto nelle Regioni del sudest, anche per giorni, come nel caso del 11 settembre 2016, quando 12 milioni di turchi non poterono documentarsi per giorni. Servizi pubblici, ospedali, banche funzionarono a singhiozzo, causando problemi organizzativi. Questi tagli decisi da Ankara vengono concordati prima di un intervento militare che deve ristabilire l’ordine nei villaggi. Infatti, i reporter devono recarsi nella prima città, con la connessione attiva, per battere la notizia e divulgarla.  

UZBEKISTAN:

Quando si parla di repressione della libertà di espressione in Asia, si collocano geograficamente queste  notizie in Cina. Spesso, però, ci si dimentica della forza politica che gli Stati, chiamati STAN,  posseggono nei confronti dei loro cittadini in materia di controllo social e il caso più emblematico, a questo riguardo, è l’Uzbekistan.

I siti web delle emittenti internazionali, quali Deutsche Welle, Fergana News Agency, Radio Free Europe / Radio Liberty e i servizi uzbeki della BBC oltre che a Voice of America,  sono inaccessibili in Uzbekistan dal 2005, in seguito a una violenta repressione del governo contro una protesta pacifica, ma antigovernativa, nella città di Andijan.

Alcuni servizi, che offrono chiamate VoIP gratuite attraverso Internet, tra cui Skype, WhatsApp e Viber, non sono disponibili per gli utenti in Uzbekistan da luglio 2015. Il blocco è stato revocato solo parzialmente nell’ottobre 2015. A partire da maggio 2017, il sito Web di Skype è rimasto inaccessibile all’interno del paese, tranne in caso di utilizzo di una rete privata virtuale (VPN). Gli esperti hanno collegato le restrizioni alla minaccia che questi servizi gratuiti pongono alle entrate nelle casse di Uztelecom, la compagnia statale delle telecomunicazioni.

Il governo dell’Uzbekistan monitora e controlla le comunicazioni online e si impegna nel blocco pervasivo e sistematico di notizie indipendenti e di qualsiasi contenuto critico nei confronti del regime, soprattutto  in relazione alle violazioni dei diritti umani.

A seguito della morte del presidente autoritario Islam Karimov nel settembre 2016, Shavkat Mirziyoyev ha assunto la presidenza nel dicembre. Mirziyoyev ha promesso di onorare l’eredità di Karimov e le libertà civili restano severamente limitate. Tuttavia, ci sono alcune indicazioni che il governo potrebbe essere disposto a promuovere l’impegno dei cittadini utilizzando strumenti online, come l’istituzione dell’iniziativa “ufficio virtuale” del governo, una piattaforma online che consente ai cittadini di esprimere critiche direttamente agli enti governativi, ha lanciato centinaia di migliaia di reclami e molti sono stati risolti con successo.

In base agli emendamenti del 2007 sulla legge del 1997 “Sui mezzi di comunicazione di massa”, qualsiasi sito web impegnato nella diffusione di informazioni di massa periodicamente (almeno una volta ogni sei mesi) viene considerato mass media e deve essere soggetto alla registrazione ufficiale al Ministero delle telecomunicazioni.

Questa procedura è generalmente nota per essere basato su contenuti arbitrari, che impediscono agli editori e ai lettori di esercitare la loro libertà di espressione e il diritto di accedere alle informazioni. Nonostante la presenza di 395 siti web registrati, come mass media in Uzbekistan, Facebook, YouTube, Twitter e i social network russi , Odnoklassniki e VKontakte, sono disponibili e ampiamente utilizzati.

Infatti, dal 2014, Facebook è il quarto sito web più visitato nel paese, seguito da Odnoklassniki, VKontakte e YouTube. Poiché i siti di social networking e le piattaforme di blogging sono cresciuti in popolarità, il governo cerca di influenzare le informazioni che circolano su di loro creando e promuovendo alternative uzbeke a marchi globali o regionali popolari. L’esempio più recente è Davra, lanciato nel giugno 2016 da Uzinfocom, una società controllata dal Ministero uzbeko delle telecomunicazioni.

Davra è simile a Facebook e consente agli utenti di pubblicare foto, video e commenti, ma richiede agli utenti di registrare le loro informazioni personali e carte d’identità nazionali, facilitando il monitoraggio da parte delle autorità. La piattaforma ha guadagnato poca popolarità, con meno di 20.000 utenti registrati nel primo anno.

CINA:

Secondo il China Internet Network Information Center (CNNIC), nel gennaio 2017 il Paese asiatico possedeva 731 milioni di utenti internet attivi.

Sebbene il divario digitale tra aree urbane e rurali si sia ridotto marginalmente rispetto agli anni precedenti, il 72,6% degli utenti ha sede in città. Mentre i tassi di penetrazione di internet variano significativamente da provincia a provincia, passando  dal 78% di Pechino al 39% nello Yunnan.

Solamente nove operatori statali mantengono le porte cinesi aperte verso Internet, dando alle autorità la possibilità di tagliare le richieste di informazioni transfrontaliere. Infatti, tutti i fornitori di servizi devono sottoscrivere degli accordi con l’establishment, tramite gli operatori gateway supervisionati dal Ministero dell’Industria e dell’Informazione Tecnologica (MIIT).

Il governo ha interrotto l’accesso a interi sistemi di comunicazione in risposta a eventi specifici, imponendo in particolare un blackout internet di 10 mesi nella regione autonoma uigura dello Xinjiang, sede di 22 milioni di persone, dopo la violenza etnica nella capitale regionale, Urumqi, nel 2009.

In seguito, le autorità hanno continuato la pratica delle interruzioni nell’area del Tibet a seguito di un’autoimmolazione dichiarata per protesta contro il regime del Partito Comunista cinese. Le popolari applicazioni di social media sono state disabilitate in alcune località al fine di mantenere la stabilità sociale.

Il Dipartimento centrale di propaganda del PCC, le agenzie governative e le società private impiegano centinaia di migliaia di persone per monitorare, censurare e manipolare i contenuti online. Il materiale viene sistematicamente censurato se l’argomento concerne la situazione dei diritti umani in Cina, le critiche alla politica governativa, le discussioni su argomenti politicamente e socialmente sensibili, come il trattamento delle minoranze etniche e religiose da parte delle autorità.  La censura diventa più intensa durante eventi politicamente sensibili.

Diverse applicazioni di social media e di messaggistica sono totalmente bloccate, isolando il pubblico cinese dalle reti globali. Secondo il monitor di censura GreatFire.org, sono i primi 171 i siti web mondali (per ordine di visite e di importanza raccolti dal sito Alexa) che sono stati bloccati dal governo cinese nel 2017, con una crescita rispetto ai 138 dell’anno precedente.  Questi includono YouTube, Google, Facebook, Flickr, SoundCloud e WordPress. I servizi di Google, tra cui Maps, Translate, Calendar, Scholar e Analytics, sono anch’essi stati bloccati nel 2017.

I siti web e gli account dei social media sono soggetti a cancellazione o chiusura immediata su richiesta delle autorità cinesi di censura. La legge sulla sicurezza informatica approvata nel 2016 richiede agli operatori di rete di interrompere immediatamente la trasmissione di contenuti vietati. Come ci si accorge che il contenuto cercato non è più disponibile? Ci possono essere due soluzioni: il messaggio diretto che il contenuto sia di natura illegale oppure la strada che ultimamente viene intrapresa, ovvero il rallentamento intenzionale estremo della connessione al servizio desiderato.

Come avviene in Turchia, anche in Cina i contenuti online sono soggetti a una vasta manipolazione. Dal 2005 esiste un’unità di propaganda che ha assoldato e formato migliaia di commentatori web, di tutte le estrazioni sociali, conosciuti colloquialmente come ‘i 50 centesimi del Partito’. Il loro compito è quello di postare osservazioni pro-governative, influenzare le discussioni online, segnalare utenti che hanno inviato dichiarazioni offensive contro la classe politica o  hanno rilasciato deliberatamente i fatti di un particolare incidente che non doveva essere svelato. Le campagne di diffamazione coordinate sono state usate per screditare i critici governativi di alto profilo.

Nel gennaio 2017, una nuova analisi dei commenti stimava che circa 1 ogni 178 messaggi sui social media è sponsorizzato dal governo, per un totale di circa 448 milioni di messaggi all’anno; la maggior parte dei post nel campione dello studio ha elogiato il governo per distogliere l’attenzione dalle storie potenzialmente negative.

Se il termine “Great Firewall” è spesso usato per riferirsi al sistema di censura di Internet in Cina nel suo complesso,  esso allude più specificamente al blocco tecnico e automatizzato di siti Web e servizi basati al di fuori della Cina.

Risulta interessante invece quello che la legge cinese chiama il Credito Sociale, in ottica di controllo delle attività dei propri cittadini online. Attualmente in vigore, ma sarà obbligatorio per tutta la popolazione cinese a partire dal 2020, è un sistema basato su un punteggio variabile in merito alle attività online ed  offline che il cittadino compie. Ogni cittadino può avere un punteggio che va da un minimo di 350 a un massimo di 950 punti e l’ottenimento, o la decrescita, di punti influirà sulle mansioni che potrà svolgere in futuro: accesso a determinate scuole, abbassamento (o innalzamento) delle imposte, pagamento delle bollette e possibilità di viaggiare con l’aereo. Se questo possa far sorridere, il Ministero cinese dei trasporti, grazie a questo sistema, possiede una lista nera, che conta circa 6 milioni di persone che non possono prendere i mezzi pubblici e gli aerei in base al loro punteggio sociale.

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