sabato, Maggio 8

Internet e i social al tempo delle leggi di Al-Sisi, Netanyahu e Modi Una panoramica sulle leggi che frenano la comunicazione in tempo reale in Egitto, Israele, India

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Un sistema democratico si differenzia, rispetto ad un regime dittatoriale, dalla presenza della libertà di comunicazione ed espressione.

Infatti, i mezzi di comunicazione riportano  le differenti voci e opinioni che vanno ad aumentare il dibattito sociale e politico nel Paese. Uno sviluppo maggiore alla libertà di comunicazione è stato apportato dai social media, che possono essere visti anche però, come soggetti destabilizzanti del Paese, anche nelle più solide democrazie.

Affrontiamo, quindi, un viaggio che ci porterà a comprendere come l’agenda politica influisca sui social network e internet nei casi di Egitto, Israele e India.

 

EGITTO:

Sebbene l’Egitto sia stata la prima Nazione della regione mediorientale a dotarsi di strutture democratiche, come la creazione del Parlamento nel 1866, esse vengono viste dal potere in carica (sia passato che presente) come uno strumento utile per consolidare il proprio potere personale, piuttosto che un mezzo, attraverso il quale,  il popolo si affida per il miglioramento del Paese.

In quest’ottica deve essere letta l’approvazione, avvenuta in settimana, della legge che regolamenta l’utilizzo dei social media da parte della giunta militare guidata da Abd al-Fattah Al-Sisi.

La norma prevede che le persone e le pagine che abbiano più di 5.000 followers su Facebook o su Twitter vengono considerati automaticamente come organi di informazione, passibili quindi di reati come la divulgazione di notizie false (fake news) o incitamenti ad infrangere la legge egiziana. Inoltre, la legge vieta la creazione di siti web senza previo ottenimento di una licenza da parte del Consiglio Supremo per l’Amministrazione dei media, a cui capo c’è un funzionario nominato direttamente dal generale Al-Sisi. Questo organo può disporre anche la chiusura definitiva, o l’oscuramento momentaneo, dei siti web non conformi alla legge ed imporre sanzioni severe, come il carcere.

Nonostante questa legge non sia ancora  in vigore, manca infatti la firma di Al-Sisi, centinaia di siti di notizie e blog sono stati bloccati negli ultimi mesi e circa una dozzina di persone, molte dei quali giornalisti, sono state arrestate quest’anno,  accusate di aver pubblicato sia notizie false che contro il regime.

Secondo l’International Telecommunication Union (ITU), la penetrazione di Internet si attesta al 39% in Egitto, mentre lo sviluppo della telefonia mobile egiziana è del 110% , che tradotto in cifre significa che ci sono oltre 98 milioni di abbonamenti mobili e 26 milioni di sottoscrizioni ad internet da cellulare. Questa discrepanza di numeri è dettata anche dall’aumento dell’Iva sul traffico consumato via internet promosso dal governo a fine settembre 2017.

La legge egiziana lascia un’ampia manovra ai giudici in materia di discrezionalità: proprio questo fattore potrebbe essere una stretta decisiva per aumentare il potere del regime e monitorare il pensiero comune ed, eventualmente, bloccare sul nascere attività rivoluzionarie che potrebbero portare alla caduta di Al-Sisi, in carica dopo il colpo di Stato del luglio 2013.

 

ISRAELE:

Se da un lato non stupisce un controllo abbastanza repressivo da parte del regime militare sui social network, non bisogna sottovalutare l’importanza e le azioni che ‘la più grande democrazia del Medio Oriente’ sta intraprendendo.

La bozza di legge, ribattezzata come la ‘legge Facebook’, che dovrà essere approvata dal Parlamento israeliano prima del 22 luglio, prevede l’eliminazione dei post inneggianti al terrorismo dagli account social di Facebook, Twitter, Whatsapp, Telegram, Youtube e Reddit, senza che ci sia un procedimento penale o che la persona venga interrogata con la prova citata. La decisione finale spetta puramente all’amministrazione, che deciderà se il post sia contrario al codice penale israeliano.

Quest’approccio diretto rientra in una strategia di lungo termine sui social: ridurre il più possibile le influenze esterne che possono portare a destabilizzare il piccolo Stato di Israele. Non è un caso che nell’anno delle cosiddette ‘primavere arabe’ venga aperto l’account ufficiale del Primo Ministro Benjamin Netanyahu e che una delle pagine Facebook più seguite dai palestinesi , Adraee, sia gestita dall’intelligence israeliana, che parla in arabo e conosce il Corano.

Infatti, non deve sorprendere che nel 2016 Israele  iniziò la collaborazione con Facebook per puntare ad un obiettivo comune: l’eliminazione, o almeno il ridimensionamento, del terrorismo sui social.

I dati,  mostrati dal ‘Washigton Post, sottolineano che un maggiore controllo sulle attività online delle persone possa ridurre drasticamente il numero di attentati, anche quelli causati dai ‘lupi solitari’.

Il grado di penetrazione di internet in Israele è al 86% mentre quello nei Territori Palestinesi la percentuale è del 72%, cifra identica a quella italiana. Nonostante Israele sia soprannominata la ‘nazione delle startup’, solo il 27% degli israeliani ha superato il livello base di conoscenza del computer e di internet. Questa percentuale cala drasticamente quando si parla della popolazione ultra ortodossi, gli arabi israeliani e nei territori occupati.

Questa ‘legge Facebook’ impatterà certamente sulla vita degli 8 milioni di israeliani, non solo  perché Facebook è il sito più visitato in Israele,  ma anche perché avrà un maggiore risvolto in chiave antipalestinese. Secondo le fonti del Centro Arabo per l’avanzamento dei Social Media in Palestina, l’85% degli account e delle pagine palestinesi, che invocano ed auspicano una lotta contro Israele, sono stati cancellati dal colosso americano su ordine di Gerusalemme. L’atteggiamento di Israele on line è stato ribattezzato come ‘occupazione digitale’ da parte dei palestinesi.

INDIA:

Se Israele rappresenta una grande democrazia, intesa come percorso intrapreso durante i suoi 70 anni di esistenza, l’India lo è anche dal punto di vista demografico nel continente asiatico. Una democrazia contradittoria che viene mappata anche nel suo contesto online, tanto che la Freedom House, think-tank nato nel 1941 negli USA, sostiene che l’India sia un paese non totalmente libero da condizionamenti politici nell’utilizzo di internet.

Innanzitutto, ci sono 22 lingue ufficiali e solo il 12% della popolazione parla inglese, sebbene la metà dei contenuti online con il dominio internet .in siano in lingua anglosassone. Inoltre, più di 100 lingue locali non sono presenti su internet  e questo crea effettivamente un’India a due velocità: quella delle città e quella dei villaggi. Per di più la penetrazione di internet via cavo si attesta introno al 33%, mentre quella mobile del 92%.

A partire dal 2012 a oggi, le autorità indiane hanno bloccato l’accesso a Internet o a servizi di messaggistica (Whatsapp)  per ben 220 volte, andando ad applicare la legge nazionale che impone un fermo immediato del flusso di dati e di notizie in caso di eventi che mettano a rischio l’incolumità dello Stato indiano.

In alcune occasioni, la connessione è stata bloccata durante manifestazioni nei villaggi con l’obiettivo che la polizia potesse agire indiscriminata, senza rischiare di essere citata in giudizio e vedere portare in tribunale registrazioni video andati virali. La regione più colpita da questi ‘shutdown’ è il Kashmir, terra di passaggio per terroristi islamici e non, che vedono togliersi la connessione poche ore prima di interventi militari.

Come nel caso israeliano, anche il Governo indiano ha chiesto a Google e Facebook di rimuovere dei contenuti che, secondo l’amministrazione,  inneggiavano al terrorismo (in alcuni casi erano solo pagine satiriche) o eliminare delle pubblicità che, secondo il governo, avrebbero potuto incentivare femminicidi ed infanticidi .

Bisogna sottolineare che questi blocchi alle comunicazioni e ad Internet, in India, durano in media dalle 24 alle 36 ore,  fino ad un massimo di un mese. Questo provoca disagi non solo alle persone, ma anche all’economia. Infatti, è stato rilevato che nel paese si perdono ogni anno circa 968 milioni di dollari per colpa degli ‘shutdown’ richiesti dalle autorità.

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