sabato, Aprile 10

Internet dono di Dio, ma togliamolo agli sfruttatori delle minorenni field_506ffb1d3dbe2

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Mentre eravamo riuniti nell’aula della Sala stampa vaticana per ricevere il messaggio del Papa in occasione della 48° Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, le edizioni del mattino dei giornali riportano l’ennesima notizia della studentessa minorenne adescata nel giro della prostituzione con tanto di protettore e insospettabili professionisti come clienti attraverso lo stesso sito Internet che era stato usato dalle cosiddette baby prostitute dei Parioli.

Ed è proprio da questo contrasto che traggono potenza e spessore le parole scritte nel messaggio del Papa per la XLVIII Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, che gli uomini di buona volontà sono invitati meditare già da ora in attesa della Giornata delle comunicazioni sociali che si celebrerà domenica 1 giugno 2014. «Quando la comunicazione ha il prevalente scopo di indurre al consumo o alla manipolazione delle persone, ci troviamo di fronte a un’aggressione violenta come quella subita dall’uomo percosso dai briganti e abbandonato lungo la strada, come leggiamo nella parabola del buon samaritano», si legge nel documento.

Quelle ragazze sono percosse da briganti e abbandonate lungo la strada e il tramite di questa violenza è stata ed è la rete che consente l’organizzazione dell’immondo commercio di merce umana. Oggi non ci sono più soltanto le strade materiali. Come osserva il Papa, «Tra queste strade ci sono anche quelle digitali, affollate di umanità, spesso ferita: uomini e donne che cercano una salvezza o una speranza». Perché, aggiunge, a ben vedere, la tecnologia si carica delle intenzioni con cui viene impiegata.

Ed è in questa chiave che si coglie il significato più profondo del messaggio di quest’anno, racchiuso nel titolo: ‘Comunicazione al servizio di un’autentica cultura dell’incontro’. Dobbiamo chiederci: i media, e in particolare Internet, servono per incontrarci, per esercitare uno scambio di reciproca attenzione, o li pieghiamo ad essere canali del nostro egoismo più sfrenato, della violenza da esercitare sui più fragili, sui più indifesi?

È da questa domanda -che è sottesa a tutto il testo- che è derivata l’osservazione di Monsignor Claudio Maria Celli secondo cui «si tratta di un documento profondamente ‘francescano’, ispirato a un grande senso di fraternità. Difatti la chiave secondo cui giudicare i media, dice Papa Francesco, è il criterio diprossimità’. Chi c’è all’altro capo della rete in cui getto i miei messaggi? Un uomo o una donna da sfruttare o un ‘prossimo’, cioè un ‘vicino’, come dice la parola, da rispettare, da valorizzare, da amare? Se questa è la strada che si imbocca attraverso la rete, allora si spiega facilmente il richiamo di Francesco: La cultura dell’incontro richiede che siamo disposti non soltanto a dare, ma anche a ricevere dagli altri. I media possono aiutarci in questo, particolarmente oggi, quando le reti della comunicazione umana hanno raggiunto sviluppi inauditi. In particolare internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, e questa è una cosa buona, è un dono di Dio».

Questa espressionedono di Dio’ è stata ripresa da pressoché tutti i telegiornali di ieri sera, perché sdogana inequivocabilmente quel residuo alone di condanna che la Chiesa in certi tempi aveva adombrato nei confronti degli strumenti della comunicazione.

Ma questo sdoganamento non è e non può essere automatico. I media sono agiti dagli uomini e dalle donne, sono appunto canali dell’incontro. E non possono prescindere dai dolori e dalle ferite del nostro tempo. Debbono concorrere a lenirle, non ad aggravarle.

E papa Francesco questo lo dice proprio all’inizio del Messaggio. Ci ricorda un mondo in cui «vediamo la scandalosa distanza tra il lusso dei più ricchi e la miseria dei più poveri. Spesso basta andare in giro per le strade di una città per vedere il contrasto tra la gente che vive sui marciapiedi e le luci sfavillanti dei negozi. Ci siamo talmente abituati a tutto ciò che non ci colpisce più. Il mondo soffre di molteplici forme di esclusione, emarginazione e povertà; come pure di conflitti in cui si mescolano cause economiche, politiche, ideologiche e, purtroppo, anche religiose».

I media, tutti i media, dai giornali alla radio, dalla televisione a Internet, non possono chiudere gli occhi, i microfoni, gli obiettivi rispetto a questa realtà. Debbono, anzi, rappresentarla, portarla alla nostra conoscenza perché passo dopo passo possiamo tutti concorrere a porvi rimedio, considerando che chi in essa vi compare è nostro ‘prossimo’.

Qualche giorno fa, nel saluto che aveva portato al personale della Rai, nell’udienza concessa nella Sala Nervi, aveva proprio parlato di ‘collaborazione’, e in particolare aveva raccomandato si perseguire la verità, la bontà e la bellezza. E nel messaggio di ieri vi ritorna in modo ancora più incalzante: «Non possiamo vivere da soli, rinchiusi in noi stessi. Abbiamo bisogno di amare ed essere amati… Non sono le strategie comunicative a garantire la bellezza, la bontà e la verità della comunicazione. Anche il mondo dei media non può essere alieno dalla cura per l’umanità, ed è chiamato ad esprimere tenerezza. La rete digitale può essere un luogo ricco di umanità, non una rete di fili ma di persone umane. La neutralità dei media è solo apparente: solo chi comunica mettendo in gioco se stesso può rappresentare un punto di riferimento. Il coinvolgimento personale è la radice stessa dell’affidabilità di un comunicatore».

E di fronte alle tenebre di certi episodi, come quelli di cui abbiamo parlato in apertura, il Papa parla, al contrario, di luce o meglio ancora di luminosità: «La nostra luminosità non provenga da trucchi o effetti speciali, ma dal nostro farci prossimo di chi incontriamo ferito lungo il cammino».

 

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