sabato, Settembre 18

Internazionalizzare per crescere field_506ffb1d3dbe2

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Internazionalizzazione

La globalizzazione è una realtà concreta con la quale devono fare i conti anche le piccole e medie imprese, che rappresentano il cuore pulsante dell’economia italiana. L’apertura dei confini internazionali, le nuove tecnologie di comunicazione hanno reso il mondo sempre più interconnesso e capace di dialogare anche su distanze enormi.

In questo contesto l’idea della piccola e media impresa, con dimensione ridotta, scarsa managerialità, proprietà familiare e presenza prevalente in settori maturi, che non è in grado di avere una crescita oltreconfine, deve essere rivista. Ci sono molte piccole imprese italiane che hanno capito l’importanza di aprirsi all’estero e che hanno saputo cogliere la sfida. Queste aziende, oggi, nonostante il crollo della domanda interna, riescono a distinguersi con performance economiche sopra la media. Ovviamente, prima di lanciarsi nell’avventura di un nuovo mercato, occorre mettere a punto una serie di caratteristiche e trasformare i punti di debolezza in punti di forza, uscendo dalla dinamica sviluppata finora di approdare saltuariamente sui mercati esteri limitandosi alla partecipazione a fiere con l’unica finalità di generare un profitto aggiuntivo.

In un articolo su Newsmercati.it, la dottoressa Marina Pulicelli, docente di organizzazione aziendale alla Bocconi, spiega quali sono i punti fondamentali da sviluppare per poter approdare ed essere competitivi in un mercato estero.

Il primo punto è quello di sviluppare la relazione tra internazionalizzazione e performance, rafforzandosi in prima istanza sul mercato nazionale. Come spiega Pulicelli «le aziende internazionalizzate mostrano risultati migliori di chi si è limitato al mercato domestico e dunque appaiono più solide, più competitive ma, nella maggioranza dei casi, lo erano già prima di avviare la loro espansione all’estero, processo che è stato possibile proprio grazie alle risorse accumulate in precedenza». Il secondo punto riguarda la necessità di avere un orientamento di massimizzazione del profitto nel medio-lungo termine, con capacità di sopportare ritorni non immediati.

È necessario, poi, sapersi confrontare con esperienze che hanno avuto successo. Come spiega Pulicelli, «Le imprese ‘forti’ appaiono come ‘imprese spugna’, che assorbono e metabolizzano quanto l’ambiente loro circostante propone. Confrontarsi con chi è più bravo amplia le opportunità di crescita perché permette di visualizzare un più alto livello di operatività già realizzato e dunque imitabile e, in alcuni casi, anche migliorabile». Un altro punto importante riguarda la necessità di specializzarsi in base alle proprie esperienze aziendali in un prodotto o servizio piuttosto che inseguire la diversificazione per poi darsi l’obiettivo di operare, eventualmente, anche su scala globale.

Gli ultimi due punti importanti riguardano l’innovazione e la qualità. Per rafforzarsi e penetrare nuovi mercati è, infatti, necessario che un’azienda, anche piccola, sappia fare innovazione anche operando in settori considerati maturi e tradizionali. Come sostiene Pulicelli, «non ci si può fermare, vince chi cambia: gli eccellenti risultati economici conseguiti non rappresentano da soli una certezza di un domani altrettanto effervescente e pertanto non devono costituire una barriera a nuovi investimenti, ma devono essere il trampolino per la ricerca di nuove opportunità. Adagiarsi è un rischio e le aziende leader ne sono pienamente consapevoli». Infine, la spinta verso l’estero è data dalla capacità di «fare qualità nel piccolo e offrire servizi, piuttosto che ricercare efficienza attraverso la crescita dei volumi e l’abbattimento dei costi».

Non si tratta più di pensare a come “salvare le pmi”, quanto piuttosto a come farle crescere ed essere produttive. Fabio Sdogati, professore di Economia Internazionale al Politecnico di Milano e docente dei Master del Mip, racconta il suo punto di vista sull’internazionalizzazione delle pmi.

Dottor Sdogati, la globalizzazione è diventata ormai una realtà con cui devono fare i conti anche le pmi?

Lo era già 25 anni fa, ma il coro cantava le sorti progressive del ‘piccolo è bello’. Questo non era vero allora come non lo è oggi. Le ragioni per cui molte pmi soffrono è perché non hanno saputo organizzarsi in questa direzione. Al Mip stiamo facendo una ricerca per aiutare quelle piccole e medie imprese che possono farcela anche sui mercati internazionali. Non è bello essere piccoli, è bello crescere, fare profitti, pagare salari buoni, pagare le tasse ed essere capaci di competere nel mondo. Abbiamo già delle realtà che hanno capito questa sfida. Come Mip facciamo molti corsi di formazione sia per imprenditori che per quadri e dirigenti di pmi, spesso in collaborazione con Confindustria, associazione delle piccole industrie, Camere di commercio ecc. Abbiamo un buon rapporto con le associazioni, perché così riusciamo a parlare con le pmi. Loro da sole non si muovono, hanno bisogno di essere stimolate e di accompagnamento. È questo è un problema che è sempre stato vero. Le ultime tre generazioni di manager italiani non hanno mai avuto incentivi a competere su mercati internazionali.

Cosa devono fare le pmi per internazionalizzarsi?

Per prima cosa è una questione culturale. Nei nostri corsi dedichiamo tempo all’inizio a spiegare proprio come si tratti principalmente di una questione culturale. Le ultime tre generazioni di management non hanno avuto bisogno di competere con l’estero, ma adesso questa necessità c’è e bisogna rompere un paradigma che è stato costante fino ad oggi. La seconda cosa è imparare a riconoscere e analizzare gli scenari mondiali, identificando i Paesi più adatti a ciascuna impresa. Poi si comincia con le tecniche, facendo molta attenzione alla contrattualistica internazionale, perché fare contratti con fornitori stranieri è più complesso. Poi c’è la parte fiscale, con la conoscenza dei regimi di tassazione negli altri Paesi, ma anche la logistica, in modo da gestirla in maniera efficiente. Alla fine dei corsi si fa un piano di prefattibilità: ogni azienda deve stilare questo piano circa l’operazione di internazionalizzazione che ha in mente. Si fa un’ipotesi concreta per illustrare le tecniche principali di internazionalizzazione che la propria impresa può fare. Si parla molto, poi, di reti di impresa, anche se finora non ne ho vista nessuna. Alcune eccezioni vengono fuori, ad esempio Rete impresa di Confidustria, e il Ceced ha qualcosa in questo senso. Qualcosa si comincia a muovere anche nell’ottica dell’internazionalizzazione. Per troppo tempo si è pensato, erroneamente, che le piccole imprese non fossero in grado di internazionalizzarsi da sole.

Quali sono i mercati più convenienti per le pmi in questo momento?

Sono 182, tanti quanti ne identifica il Fmi. Non esistono mercati convenienti, esiste la pmi con le sue caratteristiche e le sue strategie. Dipende dall’impresa, dai prodotti, dalle strategie e dai rapporti. Fare l’imprenditore vuol dire prima di tutto pensare. L’imprenditore che non riflette con attenzione sulle strategie spesso si affida a pratiche non ragionevoli ed è destinato al fallimento. Si va in un Paese perché si ha un certo prodotto e una certa strategia, non per seguire una moda.

Quali sono i principali limiti che incontrano le pmi che provano ad andare sui mercati internazionali?

A parte la lingua, i principali limiti riguardano la contrattualistica, bisogna conoscere normativa del Paese, la normativa fiscale e le catene di approvvigionamento. Ma non sono difficoltà, bisogna imparare, capire e poi fare.

Quali sono gli elementi su cui deve puntare una pmi per rimanere sul mercato internazionale?

Deve avere un prodotto pensato per quel Paese, adatto al gusto del Paese, un prodotto che incontri una domanda. La seconda cosa è la legislazione che deve essere seguita e rispettata, e poi bisogna conoscere il sistema delle relazioni industriali e il diritto del lavoro. Bisogna fare l’azienda, uscire dal piccolo e fare le imprese. Questo può rappresentare una difficoltà per chi è abituato a lavorare in nero. Nell’economia si salvano solo le imprese.

Che contributo può dare l’Ue per favorire l’internazionalizzazione delle pmi?

Non sono molto informato su questo ambito. Quello che, secondo me, ha fatto l’Unione euripea in questi anni, è stato distruggere l’economia europea, con una strategia dell’austerità che ha distrutto l’economia di molti Paesi europei.

Ci sono già esempi di pmi che sono riuscite nell’internazionalizzazione?

Ce ne sono tantissime, sono migliaia, ma su 4 milioni di aziende italiane ne muoiono ancora molte. Esempi positivi sono nel settore della meccanica, dell’agroalimentare, nel settore dell’elettronica, nel settore delle macchine utensili. È necessario uscire da questa logica del ‘salvare la pmi.

Internazionalizzarsi in questo momento di crisi economica, è necessario per crescere o per sopravvivere?

Sopravvivere è un concetto che riguarda la filosofia e la vita, crescere riguarda l’economia. Le imprese non sono esseri umani, devono fare profitti, pagare salari e pagare tasse. Vogliamo che la piccola e media impresa cresca, vogliamo rendere le pmi profittevoli, competivive e orgogliose di quello che sanno fare.

 

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