martedì, Ottobre 19

Intercettazioni buone, intercettazioni cattive Tutti chiedono le dimissioni di Crocetta per il caso Borsellino. Nessuno di Renzi per il ‘golpe’ contro Letta

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Curioso il destino del governatore della Sicilia Rosario Crocetta: non indagato, intercettato indirettamente, colpevole di non aver proferito una parola, ma invitato a dimettersi praticamente da tutto l’arco costituzionale a causa di una vergognosa quanto fantomatica frase (le versioni di ‘Espresso’ e giudici palermitani non coincidono) contro Lucia Borsellino, figlia di Paolo, pronunciata dal suo medico Matteo Tutino. Per il governo Renzi, invece, garantista o giustizialista a giorni alterni, valgono due pesi e due misure, visto che altre scottanti intercettazioni, quelle del caso Renzi-Letta-Adinolfi-Napolitano, sono state prontamente insabbiate dalla stampa complice. Nel dibattito si inseriscono gli pseudo garantisti di destra come Carlo Giovanardi, per provare a mettere il bavaglio alla libera stampa con la nuova legge sulle intercettazioni. Oggi Crocetta prova a tenersi stretta la poltrona, parla di «dossieraggio» nei suoi confronti, di longa manus della mafia e confessa che Piero Messina, il giornalista autore dell’articolo, venne da lui stesso licenziato dall’ufficio stampa della Regione. Ma Luigi Vicinanza, direttore de ‘L’Espresso’, conferma di aver ascoltato la conversazione incriminata, che però non risulta «trascritta in atti pubblici», come attestato ieri e ribadito oggi a gran voce dal Procuratore Capo di Palermo Francesco Lo Voi. È giallo.

L’ingovernata emergenza immigrazione comincia a produrre scontro sociale. Incidenti tra residenti, manifestanti di destra (Casapound, Forza Nuova, Lega) e forze dell’ordine oggi a Roma e Treviso, mentre i politici riescono solo a litigare. I No Tav non sono terroristi: la Cassazione respinge il ricorso della procura di Torino contro la sentenza sull’assalto ‘anarchico’ al cantiere di Chiomonte nel maggio 2013. Il Sindaco del capoluogo sabaudo, Piero Fassino, partecipa alla festa musulmana di chiusura del Ramadan. La Camera approva con 253 si, 93 no e 5 astenuti la riforma della Pubblica Amministrazione. Ora la palla ripassa al Senato.

La vicenda delle intercettazioni telefoniche che sta travolgendo il governatore della Sicilia, Rosario Crocetta, presenta dei risvolti talmente misteriosi ed inquietanti da spingere Giovanni Di Giacinto (capogruppo all’Ars della lista crocettiana Megafono) a parlare di «nuova stagione di veleni a Palermo», come ai tempi di Giovanni Falcone. Il mistero, come si diceva, è duplice. Da una parte ci sono le incommentabili parole sulla figlia di Paolo Borsellino, Lucia, pronunciate (?) dal medico (ora agli arresti per truffa) Matteo Tutino mentre era al telefono (intercettato) col suo paziente, e amico, Crocetta, che il settimanale ‘L’Espresso’ pubblica oggi («La Borsellino va fermata, fatta fuori.Come suo padre»). Questa versione giornalistica dei fatti viene però smentita ieri (e anche oggi) dalla procura palermitana con un comunicato ufficiale firmato dal procuratore capo Francesco Lo Voi: «Agli atti dell’ufficio non risulta trascritta alcuna telefonata del tenore di quella pubblicata dalla stampa tra il governatore Crocetta e il dottor Matteo Tutino».

L’altra metà di questo giallo siciliano è rappresentata dalla reazione a caldo del governo. Il sottosegretario renziano in terra di Trinacria, anche lui indagato per presunti rimborsi allegri in Regione, Davide Faraone, ha giustiziato praticamente in tempo reale su twitter il povero Crocetta, scoppiato nel frattempo a frignare di «metodo Boffo» e «frase che non ho sentito». Vero che Renzi e i suoi hanno dovuto innestare una mezza marcia indietro dopo aver ascoltato il comunicato dei giudici di Palermo. Ma l’offensiva giustizialista del Giglio Magico, basata su una dubbia intercettazione (dubbia perché non ancora trascritta e messa agli atti), fa a pugni col negazionismo presuntamente garantista utilizzato dalla ministra Maria Elena Boschi per coprire, ultimo di una lunga serie, lo scandalo delle intercettazioni Renzi-Letta-Adinolfi-Napolitano reso pubblico da un altro giornale, il ‘Fatto Quotidiano’, meno amico di Renzi rispetto al duo Espresso-Repubblica di Carlo De Benedetti.

Con queste premesse, il governatore siculo si è difeso stamattina proprio su ‘Repubblica’ parlando di «un’azione di dossieraggio contro di me. Mi hanno distrutto, ucciso, perché è questo che volevano: farmi fuori, eliminarmi. Ci stavano riuscendo, ma tutto sta diventato chiaro e lo diventerà ancora di più». In pratica, Crocetta nega di aver mai sentito quelle parole su Borsellino, esclude le proprie dimissioni e fa balenare l’idea che a mettere lo zampino contro di lui sia stata la mafia. Per rafforzare la sua tesi complottista il politico gelese confessa ai ‘cattivi’ del ‘Fatto Quotidiano’ che fu lui stesso a licenziare dall’ufficio stampa della Regione siciliana Piero Messina, autore del pezzo che lo sta mettendo letteralmente in croce. A gelare questa gaia e accorata arringa difensiva ci pensa, però, come accennato, il direttore del foglio debenedettiano Luigi Vicinanza secondo il quale «il dialogo esiste ma non fa parte degli atti pubblici, quelli a disposizione delle parti coinvolte. Pertanto ribadiamo quanto pubblicato nel giornale in edicola». Fatto sta che sembra sia il Sistema di potere schierato a protezione di Renzi a decidere quali sono le intercettazioni buone da sfruttare politicamente (vedi anche il caso Lupi) e quelle cattive da nascondere nel profondo armadio dei misteri italiani. Lo dimostra il fatto che i renziani di stretta osservanza (fino a ieri garantisti fino al terzo, ma anche quarto grado di giudizio) sono diventati tutto ad un tratto ‘manettari’, mentre l’altra metà del Pd si comporta diversamente. Come nel caso dei plenipotenziari in terra sicula Fausto Raciti e Giuseppe Lumia, con quest’ultimo che parla addirittura di «golpe», di «democrazia a rischio» e racconta di essere riuscito a convincere «Rosario a non dimettersi».

Mentre i politici continuano a congiurare per rubarsi le poltrone a vicenda, l’Italia brucia, ma non solo dal caldo. La notizia di cronaca sono i tafferugli scoppiati tra manifestanti di destra e polizia a Roma e Treviso per impedire l’accoglienza di alcune decine di migranti. Un foco di intolleranza xenofoba per la verità atteso da tempo, vista la disastrosa gestione dell’emergenza immigrazione da parte, last but not least, del governo Renzi. Di fronte a questa tragedia umana e sociale la reazione della casta è sconcertante. Si va dall’accusa ai prefetti che «coccolano i clandestini» pronunciata da Matteo Salvini, alla richiesta di dimissioni «per manifesta incompetenza» del ministro dell’Interno Angelino Alfano da parte della berlusconiana Daniela Santanchè. Calato nella solita parte anche Arturo Scotto di Sel che denuncia la necessità di «fermare al più presto la campagna d’odio contro i migranti. Una campagna agitata dalla Lega di Salvini, con l’aiuto di CasaPound, per raggranellare voti e impedire al nostro Paese di essere solidale». Tutto giusto, tutto vero, ma niente di più di uno slogan.

La riforma della Pubblica Istruzione targata Marianna Madia è passata con facilità alla Camera. Ora il terzo passaggio, forse definitivo, al Senato. Ma il forzista tascabile Renato Brunetta sembra avere le idee molto chiare su questo provvedimento che, a suo dire, rappresenta «una accozzaglia degna del peggior governo Renzi, fatta per mettere le mani sui dirigenti, sulla pubblica amministrazione, affidando tutto a palazzo Chigi, a qualche vigile di passaggio».

 

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