lunedì, Aprile 19

Intelligence: quali sono i limiti?

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Quando parliamo di Intelligence o Servizi Segreti tutto si fa più oscuro e nebuloso. Con i recenti attentati nella Capitale francese proprio il sistema di sicurezza sembra avere avuto una falla, ed ecco qui che si mette in discussione tutto, ossia il modus operandi di coloro che dovrebbero vegliare sulla sicurezza nazionale. Molti parlano di mancato coordinamento europeo tra i servizi di Intelligence, il solito problema che viene attribuito alla nostra Europa: gli Stati membri non comunicano o ancora peggio attuano politiche individualiste, che poco hanno a che vedere con il concetto di Europa Unita. Noi abbiamo chiesto a Massimo Blanco, criminologo e neurosociologo, professore alla School of Management & Decision Sciences dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, cosa vuol dire intelligence, come unzione in Italia e quali sono i limiti dei famigerati ‘servizi segreti’.

L’Intelligence come comunica con la politica? Nei recenti attentati di Parigi si è parlato di ‘errore’ da parte dei servizi segreti, una conclusione errata?

L’Europa ha aperto al mondo le proprie frontiere, e quindi con il Trattato di Shengen, è stato il primo passo per una circolazione libera, però non ha messo in campo tutte quelle che sono le varie strategie e le politiche di difesa che fanno parte di ogni Stato che si rispetti. La prima cosa, che si continua a ribadire, è che non esiste un coordinamento tra tutte le varie forze di polizia e tantomeno tra i servizi segreti europei. Non dialogano. Anche le polizie che sono alle frontiere (anche se sono state abolite) continuano ad esistere, ma non c’è nessun tipo di coordinamento. L’Europa, così come la vediamo oggi, è un’Europa meramente economica. C’è una geografia disegnata a livello economico ma a livello politico assolutamente no.

Ma in Italia come funziona l’Intelligence?

Quello che noi chiamiamo Intelligence, nell’immaginario collettivo i cosiddetti servizi segreti, fanno capo al Presidente del Consiglio dei Ministri. Esistono diversi organi di vigilanza e controllo coordinamento come il Copasir, è l’organo che controlla l’operato dei servizi segreti. Poi, sempre nel comparto comprato servizi segreti, abbiamo due agenzie principali che si occupano di Intelligence: l’Agenzia di Informazione e Sicurezza Interna, e l’Agenzia di Informazione e Sicurezza Esterna. La prima si chiama AISI, e la seconda AISE. Il problema in Italia è che noi abbiamo tra le menti più brillanti, a livello di intelligence, che man mano che vanno in pensione non vengono sostituite. Questo è un problema che riguarda tutti i servizi di polizia. Carabinieri e Polizia, per esempio, hanno dei nuclei investigativi formidabili, noi possiamo fare scuola ad altre Nazioni, ma non abbiamo le risorse umane e quelle finanziarie. Anche la stessa Polizia Postale è messa in condizioni lavorative molto pesanti, i mezzi e gli strumenti di cui siamo dotati, per quel tipo di operatori estremamente qualificati, non sono all’altezza della situazione.

Risorse e coordinamento sono il problema dell’Intelligence?

Siamo all’interno di un’Europa che è assolutamente scordinata dal punto di vista sia delle polizie che dei servizi segreti (civili e militari). In Italia abbiamo il problema che i servizi segreti non sono assolutamente coordinati con le forze di polizia. Le forze di polizia, che sono la prima linea dei servizi segreti, non possono comunicare tra di loro. Abbiamo due mondi paralleli che non possono parlare o non collaborano e quindi non sempre c’è questo coordinamento. Abbiamo ancora il problema di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza che non si coordinano tra di loro perché molto spesso sono in competizione. Adesso, ad esempio in Lombardia, si è unificata la centrale operativa con un numero unico (112). Fondamentalmente ancora non si parlano a sufficienza. Manca un coordinamento tra le forze dell’ordine e manca un coordinamento di chi si occupa di Intelligence e quindi chiaramente questo influisce e poi un’Europa che non si coordina tra gli Stati membri.

E’ girata una notizia in cui si diceva che l’intelligence francese era stata avvertita di possibili attacchi…

Come erano stati avvertiti gli Stati Uniti prima dell’11 settembre. La Francia aveva ricevuto delle notizie dal Mossad di possibili attentati. Quello che non capisco, come mia riflessione personale, è che non si sia dimesso nessuno degli alti vertici dei Servizi Segreti francesi. Ha fallito il sistema. Ritorniamo sempre allo stesso punto, se non si fa un’attività di coordinamento. Hanno dimostrato che possono entrare e partire quando vogliono, ma soprattutto dove vogliono perché ci sono dei servizi di intelligence che non funzionano. Coloro che hanno progettato e fatto gli attentati non sono disperati, ma sono persone integrate nel tessuto sociale europeo. Viene messo in discussione anche il concetto di integrazione. Esiste? Visto che stiamo parlando di terze generazioni. Stiamo pagando secoli di colonialismo, e anche noi Italiani che fondamentalmente non abbiamo mai avuto dei territori coloniali. Questi gesti sono una sorta di rivendicazione e di affermazione e di riscatto sociale.

I Rapporti tra l’intelligence italiana e quella araba sono buoni. Questo ci potrebbe aiutare rispetto alle altre nazioni europee?

Noi dobbiamo ringraziare la politica fatta di Andreotti negli anni in cui era al Governo, il periodo del Pentapartito che ha resistito fino a Tangentopoli, che ha sempre mantenuto degli ottimi rapporti con i Paesi Arabi. L’Italia, infatti, non ha mai subito attentati, nonostante sia la sede del Papa. Attualmente non mi sento di dire che sia ancora questo il motivo per cui ancora non abbiamo subito atti terroristici. L’idea che mi sono fatto è che fare un attentato in Italia significherebbe chiudere un ponte importante tra il Medio Oriente e Europa.

Ma controllare il deep web?

Parliamo di soggetti istruiti, che si sono formati in Europa, negli Stati Uniti che sanno fare il lavoro che fa la nostra Intelligence e che sono perfettamente integrate (terze e quarte generazioni).  Il problema è di controllo, perché ripeto, parliamo di cittadini europei, in più mettiamoci che manca un coordinamento tra i vari Stati. Il deep web costituisce l’80% di internet, è un mondo parallelo che non vediamo, ma esiste. Queste persone utilizzano questa parte di internet per comunicare. Purtroppo abbiamo un’intelligence debole su questo fronte. L’attività di sicurezza non è soltanto mettere soldati per strada, ma deve essere innanzitutto preventiva e poi si deve fare con i mezzi di comunicazione informatica. Si svolge tutto lì. Facciamo un esempio di comunicazione di questo tipo: se devo mandare una mail ad un mio complice, cosa faccio? Non spedisco la mail all’indirizzo di posta elettronica del mio complice. Scrivo una mail, la salvo nelle ‘bozze’, l’altra persona apre il mio account e legge la mail che è stata salvata, ma non inviata. E’ una stupidaggine, però ecco cosa si può fare, figuriamoci conoscendo tecniche più avanzate.

Il fatto che Stati Uniti non considerino la privacy e monitorino tutto non è così sbagliato in questo clima?

Non è sbagliato. Oltre il fatto che in Italia ci sono dei problemi di risorse, un ulteriore problema riguarda il fatto che il legislatore ha adottato dei criteri normativi riguardo alla privacy (estremamente restrittivi), praticamente siamo tutti incontrollabili o quasi. Fondamentalmente rispetto ai servizi segreti statunitensi, inglesi noi siamo molto più tutelati da un certo punto di vista, ma dall’altra parte l’Intelligence non può fare il suo lavoro perché esistono dei limiti. Ad esempio, in Italia, se un qualsiasi negoziante volesse installare delle telecamere al di fuori della propria attività, c’è una burocrazia lunghissima e farraginosa, negli altri Paesi non funziona così, anzi la polizia è contenta. Non si tiene conto a sufficienza della sicurezza nazionale, il Governo dovrebbe fare un Decreto provvisorio dove i dati personali possono essere acquisiti per un certo periodo. In Italia c’è tutto un sistema burocratico che ci mette in svantaggio rispetto ad altri Servizi Segreti.

 

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