sabato, Maggio 15

Intelligence privata: una prospettiva aziendale

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L’intelligence privata italiana, ad oggi, sembra essere un settore in via di sviluppo. La scarsa cultura di intelligence e un quadro normativo ‘figlio di un’epoca passata’ sono forse i due più grandi ostacoli che rallentano la sua crescita. Ciò non toglie però che l’intelligence privata, intesa come raccolta informativa finalizzata al supporto del processo decisionale del privato, comprenda un lavoro di analisi molto simile a quello svolto dall’intelligence di natura pubblica, nonostante gli obiettivi di quella privata riguardino la tutela della sicurezza e degli interessi esclusivamente dell’azienda, o del privato.

Ma in cosa consiste sostanzialmente il lavoro dell’intelligence privata interna ad un’azienda? E in che modo l’intelligence privata supporterebbe il processo decisionale del decision maker, e aiuterebbe poi un’azienda ad essere più competitiva? Abbiamo intervistato una nostra fonte, che ci richiede di rimanere coperta, che chiameremo C.P., utilizzando le iniziali del suo nome, la cui pregressa esperienza nel settore dell’intelligence sia pubblico che privato, può sicuramente aiutarci ad analizzare nel dettaglio il mondo dell’intelligence privata interno alle grandi aziende italiane.

 

Quali sono le aziende italiane che hanno una loro intelligence privata?

Parlare in senso stretto di intelligence è difficile, in quanto il nostro concetto di intelligence di Stato è diverso dall’intelligence privata. Quest’ultima è, infatti, finalizzata esclusivamente alla protezione dell’azienda e del suo prodotto. Si può, però, affermare che tutte le grandi aziende italiane hanno al loro interno degli apparati finalizzati alla raccolta informativa e alla protezione dell’azienda stessa.

Quindi, quando si parla di intelligence privata, ci si riferisce solo alle grandi aziende?

Ci si riferisce principalmente alle grandi aziende italiane, mentre, per quanto riguarda invece quelle di piccolo-medio taglio, dipende da caso a caso. Per esempio, le aziende che si occupano di una produzione strategica – mi riferisco principalmente a materiali di sicurezza, militare, e così via- è chiaro che hanno una sensibilità e delle esigenze diverse rispetto alle altre.

Ci può spiegare come funziona l’intelligence privata interna a una grande azienda italiana?

Lo scopo principale è innanzitutto quello di proteggere gli aspetti relativi alla sicurezza dell’azienda. Mira, inoltre, a tutelare l’interesse aziendale, inteso come sviluppo del suo prodotto in determinati campi commerciali. Il lavoro di intelligence privata varia a seconda del tipo di azienda in questione, e l’intelligence privata si attrezza di conseguenza, specialmente se opera all’estero. Se l’azienda opera in Italia, la sua intelligence avrà principalmente una funzione difensiva, e sarà così più orientata su un piano commerciale, vale a dire cercare di capire quali sono i campi di intervento, qual è la concorrenza più agguerrita e pericolosa, e così via. Per quanto riguarda, invece, la sicurezza, le aziende italiane hanno motivo di temere attacchi esterni nei confronti della loro produzione, mi riferisco per esempio alle aziende che operano nel campo dell’energia. Ad oggi, la questione è un po’ sfumata, ma in passato – mi riferisco a 15, 20 anni fa – determinati gruppi eversivi rappresentavano un chiaro rischio per le aziende. Lo stesso caso storico delle così dette ‘schedature Fiat’ può esserne un esempio. L’azienda, infatti, adottava un determinato modus operandi per prevenire l’infiltrazione all’interno delle sue fabbriche da parti di movimenti eversivi. Per quanto riguarda l’attività delle aziende italiane in teatri esteri particolari, il suo interesse è principalmente di carattere difensivo, mi riferisco, ad esempio, a Paesi come la Libia, l’Iraq, o lo stesso Venezuela, i quali presentano dei problemi notevoli di sicurezza, e di conseguenza di protezione sia sul piano commerciale che della stessa azienda.

Quali sono secondo lei le eccellenze?

Sicuramente aziende come Eni, Leonardo, Finmeccanica, o Enel, le quali hanno anche un peso notevole all’estero in termini numerici. L’Alitalia era molto più diffusa all’estero, ma non aveva particolari problemi in termini di sicurezza, o di protezione del proprio prodotto, mentre , aziende come Enel o Eni, lavorano nel campo dell’energia, e vanno ovviamente ad intaccare interessi alquanto rilevanti sul piano internazionale.

Qual è la differenza fra l’intelligence all’interno di una grande azienda italiana e quella interna alle multinazionali estere?

Si può sostanzialmente affermare che il loro impianto filosofico sia lo stesso, nel senso che gli obiettivi da perseguire e i metodi adottati sono forse quasi identici. Le differenze risiedono principalmente fra l’intelligence di Stato e l’intelligence di natura privata. La prima, infatti, ha delle finalità particolari che rispondono al Governo, e deve di conseguenza tener conto degli equilibri politici. Il suo intervento è finalizzato a proteggere il Governo, la Nazione e a supportare il Governo a prendere delle decisioni. L’intelligence istituzionale ha quindi un determinato risvolto politico e i suoi confini sono ben specifici in quanto stabiliti dalla legge. Mentre l’intelligence privata ha invece una maggior libertà di manovra, in quanto risponde ad interessi privati commerciali che non hanno vincoli .

Le intelligence interne alle aziende sono di buon livello?

Secondo la mia personale esperienza, direi di sì. Aggiungerei, inoltre, che sono dotate anche di un ottimo livello qualitativo. Parlando, per esempio, dell’Eni – l’azienda italiana al momento forse più in prima linea, in quanto si trova ad operare in zone del mondo particolari, dove ci sono eventi bellici – direi senz’altro che l’azienda riesce a produrre dei lavori di studio e di analisi del posto di altissimo livello, e riesce a stabilire contatti di natura veramente prolifica.

Quali sono le critiche che si possono apportare?

Alcune critiche di carattere generale possono risiedere nel fatto che l’intelligence privata si limita a tutelare esclusivamente gli interessi dell’azienda. Lo stabilire a stento dei contatti con gli apparati istituzionali può essere oggetto di un’ulteriore critica nei confronti dell’intelligence privata. In realtà, mi sembra che questa difficoltà nasca dagli stessi apparati istituzionali, i quali a volte mostrano resistenza a interfacciarsi con le intelligence legate alle aziende private.

Quali sono invece i margini di miglioramento del settore privato?

Arrivare ad un maggior riconoscimento reciproco sarebbe un notevole passo avanti. Questo dipende, però, dalle capacità dei singoli operatori sul campo, i quali, oltre a ricercare e produrre informazioni, dovrebbero suscitare fiducia nei loro interlocutori. Un chiaro esempio, ormai di dominio pubblico, può essere quanto è successo negli anni sessanta-settanta nell’Unione sovietica, quando la Fiat forniva copertura ai funzionari del SIS. C’era, quindi, una strettissima interazione tra intelligence di Stato e , chiamiamola così, intelligence privata. E’ chiaro che la Fiat fosse molto prudente nello sviluppare queste interazioni,in quanto non doveva in nessun modo farsi scoprire. Ciò non toglie, però, che l’azienda italiana fornisse allo Stato un aiuto che, poi, ovviamente lo Stato restituiva sotto altre forme di aiuto, com’è logico che sia. Questo è un chiaro esempio storico di interazione tra intelligence pubblica e intelligence privata, che dimostra come un rapporto tra le istituzioni e le aziende possa produrre benefici per entrambe le parti.

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