mercoledì, Aprile 14

Intelligence privata: un quadro normativo ‘figlio di un’epoca passata’

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La scorsa settimana abbiamo cercato di spiegare che cos’è l’intelligence privata, e di analizzare il settore nel contesto italiano insieme al Direttore di LookOut News, nonché ex-membro del Sisde, Alfredo Mantici. L’analisi svolta ci ha permesso di chiarire gli aspetti più complessi ogni tipo di in merito alle terminologie utilizzate per riferirsi a questo settore. E ci ha condotto alla conclusione che l’intelligence privata italiana è un’area la cui conoscenza e definizione non è del tutto chiara, né coerente con il lavoro che in realtà essa svolge.

L’ intelligence privata, infatti, – quale ricerca e analisi di informazioni utili al processo decisionale principalmente di aziende con interessi all’estero o nella stessa Italia – viene spesso associata a delle mansioni che in realtà non gli appartengono, o che la riguardano solo in maniera parziale. Secondo molti esperti, tra cui lo stesso Mantici, questa disinformazione è dovuta principalmente ad una scarsa cultura di intelligence nel Paese, la quale compromette lo sviluppo dello stesso settore privato. Ma un ulteriore aspetto che comprometterebbe l’affermarsi dell’intelligence privata in Italia è il quadro normativo a cui essa fa riferimento.

Secondo alcuni esperti di diritto, infatti, non esiste un quadro normativo preciso, esaustivo e ben strutturato al quale l’intelligence privata italiana possa far riferimento. Per esempio nel TULPS, Testo Unico di legge per la Sicurezza Pubblica, non c’è una sezione dedicata esclusivamente all’attività di ricerca e analisi informativa di carattere privato. Il Testo si riferisce alle investigazioni di carattere privato solamente in concomitanza con le attività di vigilanza privata, che, come abbiamo visto la scorsa settimana, riguardano un tipo di attività ben distinte.

Questa mancata organizzazione normativa, oltre a rischiare di alimentare le già esistenti confusioni in materia di sicurezza, rischia inoltre di compromettere, o comunque di limitare, l’operato e la potenziale evoluzione dell’intelligence privata italiana. E’ un settore che, ad oggi, non sembra reggere il confronto se paragonata alle intelligence private straniere. Paesi come gli Stati Uniti e l’Inghilterra, infatti, vantano un settore di intelligence privata avviato e maturo, mentre in Italia ancora non ci siamo.

Abbiamo intervistato Romolo Pacifico, Amministratore delegato di Ifi Advosory, per analizzare nel dettaglio il quadro normativo a cui l’intelligence privata fa riferimento, e quali siano, invece, dei potenziali spunti, in termini legislativi, affinché il settore possa maturare all’interno del contesto italiano.

Qual è il quadro normativo italiano che regola l’intelligence privata, Il TULPS è l’unico testo?

In primo luogo, va preliminarmente considerato che l’espressione intelligence privata risulta tecnicamente impropria, dal momento che il processo di raccolta, elaborazione ed analisi delle informazioni a supporto del processo decisionale in ambito militare, o di tutela dell’ordine pubblico, è rimesso esclusivamente alla mano pubblica. Con il termine intelligence, parimenti, si è successivamente passati ad indicare una lunga serie di attività svolte nel settore privato che, tuttavia, sfuggono ad quadro normativo cogente; pensiamo alla così detta business intelligence, con la quale comunemente si intende l’analisi di dati utili alla gestione dell’impresa, o ancora alla competitive intelligence, locuzione che si riferisce al processo di analisi di dati, informazioni e strategie commerciali dei propri concorrenti sempre in ambito industriale e commerciale. Viceversa, oggetto di regolamentazione risulta essere il settore dell’investigazione privata, della ricerca di informazioni commerciali, della vigilanza privata (svolta dalle così dette guardie particolari giurate), dei servizi di guardia e reception, del trasposto valori, a tutela del quale troviamo quel riferimento cardine, quale il Testo Unico di Pubblica Sicurezza. Tuttavia, la complessità dell’odierno quadro normativo e le mutate esigenze operative impongono ad operatori ed interpreti una non facile opera di esegesi e di adattamento continuo delle disposizioni normative ormai datate, e a una pari attenta opera di coordinamento con altre disposizioni tempo per tempo intervenute, prima fra tutte la disciplina normativa e regolamentare a tutela della privacy.

La privacy viene spesso individuata come il diritto più in contrasto con l’attività di investigazione e ricerca di informazioni privata. In che modo il quadro normativo tutela il diritto alla privacy?

Il diritto alla tutela della riservatezza dei propri dati è correttamente tutelato dall’attuale quadro normativo nella misura in cui, nell’ambito delle attività di investigazione rimessa ai privati, non è possibile accedere, ottenere ed utilizzare a fini impropri dati ed informazioni lato sensu sensibili, quali ad esempio dati inerenti trattamenti sanitari (cartelle cliniche), dati inerenti la situazione patrimoniale e finanziaria (dati bancari, investimenti finanziari). Tuttavia, se si pone mente al fatto che l’esercizio delle investigazioni a cura dei privati non ha e non può avere finalità diverse dalla tutela di diritti tutelati in sede civile e/o penale, penso ad esempio alle indagini difensive regolamentate dal nostro codice di procedura penale, ritengo che i limiti imposti dalla normativa privacy possano costituire non già un limite, ma al contrario una garanzia a tutela dei diritti fondamentali del cittadino eventualmente lese da un esercizio non rigidamente regolamentato delle attività investigative.

Art. 134 (art. 135 T.U. 1926) sostiene invece che senza licenza del Prefetto è vietato ad enti o privati di prestare opere di vigilanza o custodia di proprietà mobiliari od immobiliari e di eseguire investigazioni o ricerche o di raccogliere informazioni per conto di privati. In che modo si ottiene a licenza del Prefetto? E’ un processo semplice?

Il processo si basa su titoli fondati sull’esigenza di dimostrare la propria competenza in ambito giuridico (per ciò che attiene le investigazioni e la ricerca di informazioni commerciali), e ovviamente i requisiti di onorabilità e professionalità per quanto riguarda le altre attività oggetto di autorizzazione (guardiania, reception, vigilanza etc etc).

L’intelligence privata (rectius le investigazioni private) , a differenza di quella di natura istituzionale, non gode delle ‘garanzie funzionali’, in che modo questa differenza tra i due settore influisce sul lavoro dell’intelligence privata? La limita? O riesce comunque a produrre un’analisi adeguata?

Per gli stessi motivi sopra esposti, e in ragione della diversa finalità cui sono preordinate, le attività di investigazione privata non godono di garanzie funzionali e, a parer mio, non hanno bisogno di tali guarentigie a tutela del loro operato, se per tali si intende quel complesso di tutele introdotte dalla Legge 124/2007, e che giustamente esonerano da responsabilità penale gli agenti dell’AISE e dell’AISI (o personale che operi in concorso con agenti operativi), che debbano compiere azioni configurabili come reato nello svolgimento di operazioni per scopi istituzionali. Gli investigatori privati non hanno, tra la loro mission, operazioni a supporto del decisore militare e/o politico e, pertanto, semplicemente non necessitano di garanzie funzionali ma anzi, a tutela dell’onorabilità e professionalità dell’intera categoria, sono chiamati ad un rigido rispetto delle regole e della normativa vigente, oltreché del codice deontologico di cui la categoria si è spontaneamente dotata. A riprova dell’importanza ricondotta al giusto equilibro tra scopi istituzionali ed attività di intelligence, valga la necessaria autorizzazione della Presidente del Consiglio o Autorità delegata, e la necessità del ricorrere di specifiche condizioni previste dalla legge, affinché operino le suddette garanzie per gli agenti dei Servizi.

Ci può quindi spiegare perché l’intelligence privata non violerebbe il diritto alla privacy?

L’armonia tra le attività di investigazione privata e la normativa a tutela della privacy è garantita, tra tanti, dal Codice di deontologia e di buona condotta per i trattamenti di dati personali effettuati per svolgere investigazioni difensive, o per far valere o difendere un diritto in sede giudiziaria, i cui riferimenti normativi si rinvengono nell’art. 27 della direttiva n. 95/46/Ce del Parlamento europeo e del Consiglio del 24 ottobre 1995, negli articoli 12 e 154, comma 1, lettera e) del Codice in materia di protezione dei dati personali (D. Lgs. 30 giugno 2003, n. 196), nell’art. 135 del Codice con il quale venne demandato al Garante il compito di promuovere la sottoscrizione di un codice di deontologia e di buona condotta per il trattamento dei dati personali effettuati per svolgere le investigazioni difensive di cui alla legge 7 dicembre 2000, n. 397 o per far valere o difendere un diritto in sede giudiziaria, in particolare da liberi professionisti o da soggetti che esercitano un’attività di investigazione privata autorizzata in conformità alla legge.

All’interno del Codice numerose sono le disposizioni che regolamentano l’acquisizione e l’utilizzo delle informazioni per le sole finalità istituzionali per le quali sono acquisite: l’art. 8 precisa che l’investigatore privato organizza il trattamento anche non automatizzato dei dati personali secondo le modalità di cui all’articolo 2, comma 1 (l’organizzazione del trattamento anche non automatizzato dei dati personali secondo le modalità che risultino più adeguate, caso per caso, a favorire in concreto l’effettivo rispetto dei diritti, delle libertà e della dignità degli interessati, applicando i principi di finalità, necessità, proporzionalità e non eccedenza sulla base di un’attenta valutazione sostanziale e non formalistica delle garanzie previste, nonché di un’analisi della quantità e qualità delle informazioni che utilizza e dei possibili rischi); non può intraprendere di propria iniziativa investigazioni, ricerche o altre forme di raccolta dei dati. Tali attività possono essere eseguite esclusivamente sulla base di apposito incarico conferito per iscritto e solo per le finalità di cui al codice; l’atto d’incarico deve menzionare in maniera specifica il diritto che si intende esercitare in sede giudiziaria, ovvero il procedimento penale al quale l’investigazione è collegata, nonché i principali elementi di fatto che giustificano l’investigazione e il termine ragionevole entro cui questa deve essere conclusa.

L’art. 9 disciplina espressamente il divieto di porre in essere prassi elusive di obblighi e di limiti di legge e, in particolare, conforma ai principi di liceità e correttezza del trattamento sanciti dal Codice.

L’elenco è lungo, a conferma della ferma volontà del Legislatore di arginare possibili fenomeni patologici riconducibili all’utilizzo indiscriminato di tecniche di ricerca e raccolta di informazioni da parte dei privati.

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