giovedì, Maggio 13

Intelligence Privata Italiana: Cos’è e Quali sono i Limiti?

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Secondo quanto riportato nel Glossario del Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, rientrano nella sicurezza nazionale «…l’indipendenza, l’integrità e la sovranità della Repubblica, la comunità di cui essa è espressione, le istituzioni democratiche poste dalla Costituzione a suo fondamento, la personalità internazionale dello Stato, ma anche le libertà fondamentali ed i diritti dei cittadini costituzionalmente garantiti nonché gli interessi politici, militari, economici, scientifici ed industriali dell’Italia».

Questa definizione comprende tutti gli aspetti della vita di un cittadino italiano e dunque anche quella forma di libertà imprenditoriale che permette a tutti di poter perseguire gli interessi nazionali anche attraverso l’avviamento di attività industriali o commerciali all’estero. Coloro che intendono perseguire con il loro operato il benessere e la salvaguardia dei valori della Repubblica italiana hanno dalla loro parte una figura professionale che è quella dell’analista d’intelligence. Nota alle masse come l’incarnazione del divo televisivo James Bond, l’intelligence svolge un ruolo cardine nella salvaguardia anche del privato cittadino e dunque degli interessi nazionali che rappresenta.

Esistono due tipologie d’intelligence: Quella di natura istituzionale e quella privata.
La prima ricerca e analizza informazioni utili al processo decisionale dei leader politici e di Governo, mentre l’intelligence privata favorisce il processo decisionale assennato del privato imprenditore o manager, al quale viene affidato un fascicolo con le informazioni da esso richiesteIl destinatario del rapporto d’intelligence determina, appunto, la distinzione tra intelligence di carattere istituzionale e l’intelligence privata.

Se la prima si occupa di raccogliere e analizzare informazioni utili al processo decisionale politico, si può ritenere lo stesso “a livello delle aziende private” per quanto riguarda l’Intelligence privata, ci spiega Alfredo Mantici, direttore di Lookout News ed ex membro del Sisde, aggiungendo che “…L’intelligence privata è propositiva, e cioè propone soluzioni basate sull’analisi del rischio, non il rischio economico, né quello finanziario… quando un’azienda decide di investire all’estero non basta solo valutare i rischi e gli aspetti economici, ma bisogna considerare il quadro generale del Paese in cui si decide di investire, valutando anche i rischi legati alla situazione politica o alla situazione terroristica“, ed è proprio di questo che si occupa l’intelligence privata.

Spiegata in questi termini l’intelligence privata può esser facilmente fraintesa e scambiata per attività di spionaggio privato ma non è così: l’intelligence privata funziona nei limiti delle disposizioni di legge vigenti in Italia e deve seguire regolamenti e regole precisi e ferrei che, se trasgrediti, fanno sfociare in provvedimenti penali e civili dalle ricadute importanti.

Mantici, sostiene che “l’Intelligence privata non può violare la legge, ma questo non evita che possa essere molto efficace nello studiare il profilo dei rischi nello studiare il profilo delle controparti economiche e nel suggerire comportamenti che attenuino i rischi. L’unica vera differenza è quindi che nel mondo dell’Intelligence privata è assolutamente impossibile violare legalmente la legge, sembra un ossimoro ma non è così“.

Non si tratta dunque di spionaggio industriale: la legge italiana riconosce lo spionaggio come un’attività illecita, infatti, nell’ambito dell’attività di investigazione e raccolta di informazioni, il TULPS -Il Testo unico delle leggi di Pubblica Sicurezza del 1931- prevede una specializzazione delle informazioni commerciali. L’art. 258 del Regolamento prevede che gli istituti dediti all’analisi e all’investigazione non possano eseguire investigazioni o ricerche per conto di privati, senza la licenza prevista dalla legge stessa. Ma se l’intelligence privata non è spionaggio industriale, allora che cos’è? Secondo il Dottor Mantici “prima di parlare dell’Intelligence privata dobbiamo aprire bene che cos’è l’Intelligence…perché non c’è una definizione univoca di questo termine“.

L’Intelligence non si occupa solo di spionaggio, o controspionaggio, come inducono a pensare i media, le serie tv o i film americani, non si tratta solo di James Bond o di uomini ben vestiti con gli occhiali a specchio e cimice nell’orecchio, anzi. Il lavoro dell’analista d’intelligence è spesso molto noioso, legato più alla ricerca su internet che all’azione. Perché le informazioni siano correttamente presentate al cliente e processate da esso fino a diventare decisione tangibile devono essere analizzate nel contesto in cui servono.

Le operazioni di intelligence spesso vengono associate erroneamente a operazioni di sicurezza e all’azione, quando invece si ignora il fatto che ci si sta riferendo al lavoro che precede il campo operativo. Uno degli errori più comuni è quello di confondere la sicurezza con l’intelligence, associando quest’ultima a servizi di sicurezza, o agenzie di vigilanza private. E’ doveroso infatti chiarire a cosa ci si riferisce quando si parla di sicurezza privata, e quando invece ci si sta riferendo all’intelligence privata.

Per sicurezza si intendono tutte quelle attività connesse alla protezione con dotazione di un’arma, a prescindere dal su calibro. Per intendere, la guardia giurata armata che vigila all’entrata di una banca, per esempio, sta svolgendo un servizio di sicurezza privata, mentre, quando si parla di intelligence privata, ci si riferisce a tutte quelle attività connesse alla ricerca di informazioni, alla loro analisi e alla conseguente valutazione dei rischi.

Ma chi è allora che fa l’intelligence privata in Italia? Non esiste un albo ufficiale o una banca dati, dove sono registrate queste agenzie, né un elenco ufficiale, o meno, che cataloghi le aziende che svolgono un’attività di intelligence al loro interno. Non è nemmeno possibile stilare un bilancio economico mondiale dell’attività di intelligence privata, in quanto si riferisce a attività di grande-media- e piccola entità difficili da rintracciare e valutare.

Alcuni centri studio italiani svolgono attività di ricerca, raccolgono informazioni di libero accesso e le analizzano per costruire un quadro generale di una determinata area di interesse. Le attività che portano avanti centri come Alpha Institute of geopolitics and Intelligence, o riviste specializzate come la stessa Lookout News, sono molto simili al lavoro di Intelligence, perché si basano sul lavoro di OSINT su fonti aperte. Ciò nonostante, non possono essere considerate strutture che svolgono intelligence privata, ma, secondo l’opinione di Mantici, sono delle “fonti su cui basare le analisi dell’Intelligence privata…Questi Centri Studi lavorano per come sono costruiti sulle fonti aperte. L’Intelligence, oltre ciò, costruisce una serie di esigenze informative e per ricercare le persone che possono dare delle risposte adatte, questa è la parte della Human Intelligence, che è fondamentale, e che arricchisce l’analisi con contributi che non sono sempre quelli che si possono rintracciare sui giornali o su internet. Se io vado in Pakistan a fare un investimento, devo trovare qualcuno che sia in grado di fare domande intelligenti a un ex-ministro, a un segretario, devo cercare una rete di fonti umane da retribuire che mi diano notizie attendibili sulle quali poi basare l’analisi, ovvero ricavare delle notizie sensibili“.

L’intelligence privata appartiene invece al settore aziendale. Le aziende dalle grandi disponibilità finanziarie sviluppano un settore interno di sicurezza, dove oltre agli addetti alla security aziendale, ovvero allo “studio di misure che evitano l’intrusione di ladri, che controllano il personale infedele e l’attività di difesa esclusiva delle attività aziendali“, come precisa Mantici, si trovano inoltre anche degli analisti che svolgono un’attività di intelligence privata. Ci spiega, infatti, che “qualunque manager per poter decidere deve si avere un prospetto commerciale dei suoi investimenti, deve avere chiaro il panorama economico in cui investe il suo denaro, deve però conoscere anche i rischi non economici che corre la sua azienda, che sono rischi per il personale impiegato ad esempio in territori nei quali può scoppiare o è in atto una rivolta, pure rischi derivanti dal fato che le controparti non giocano un gioco leale. Sono tutta una serie di informazioni che è bene conoscere prima di affrontare grandi impegni economici“.

La stessa attività di ricerca e analisi di informazioni per privati viene svolta da agenzie che offrono servizi di sicurezza. Le attività da loro svolte possono essere suddivise in due grandi filoni. Il primo strettamente connesso alla sicurezza– protezione e armi-, mentre il secondo è un servizio di intelligence-attività di ricerca atta alla raccolta e all’analisi di informazioni per assistere il futuro processo decisionale del privato.
Per esempio, le aziende di piccolo-medio taglio che non dispongono di mezzi finanziari adeguati per lo sviluppo di un settore interno per l’attività di intelligence privata, si rivolgono a queste agenzie private per valutare gli eventuali rischi che correrebbe l’azienda qualora investisse in un Paese straniero, o anche in un’altra città italiana.

Mantici ci spiega che spesso alcune di queste aziende ‘minori’ “ricorrono soltanto alla Security, prendono il responsabile della sicurezza, che magari è un ex-carabiniere o un ex-poliziotto, e gli affidano delle mansioni che sono però esclusivamente di sicurezza, e non di intelligence, e cioè non di contributo al processo decisionale del management, ma di sicurezza degli impianti, sicurezza e controllo degli accessi, o controllo del personale“. “E’ una questione di costi“, aggiunge Mantici, “L’azienda ricorre al modello che gli costa meno. Per fare un’azione di intelligence e non solo di Security occorrono degli specialisti e gli specialisti costano molto… averli può essere troppo costoso per alcune aziende, ed è per questo che spesso ricorrono alle agenzie private per la protezione del personale all’estero“.

G-Risk, SIS-Security Intelligence Services, IBM security Services, Kaspersky Security Intelligence Services-nel campo cibernetico-,  Septu Group o Ifi  Advisory sono alcune delle agenzie che forniscono servizi di sicurezza e di intelligence ad aziende private in Italia. La loro attività non solo protegge e garantisce sicurezza ai clienti, ma svolge un lavoro di all’analisi e valutazione di rischi sia economici, che di altra natura. La G-Risk, agenzia per la quale il direttore Mantici lavora, per garantire la sicurezza del cliente all’estero ha instaurato ‘Joint Venture’, ovvero delle filiali in loco che non soltanto hanno il merito e la capacità di conoscere il territorio, ma sanno relazionarsi con le Autorità locali’. Ci spiega, infatti, il direttore che in Pakistan la G-Risk ha “preso degli ex-militari e degli ex-poliziotti pakistani che sanno esattamente come parlare con le polizie e con le forze armate locali. Uno degli errori che fanno ad esempio gli anglosassoni è quello appunto di fare riferimento per la protezione soltanto ad ex-militari delle forze speciali, o quattro ragazzoni ex-Navy Seal in Afghanistan non assicurano una protezione adeguata come quella che possono assicurare degli appartenenti alle tribù locali“.

Queste filiali esterne svolgono anche loro un’attività di intelligence, e cioè “raccolgono informazioni utili in questo caso alla protezione, e riescono anche a dare un quadro degli interlocutori istituzionali. E’ chiaro che un pakistano al quale un’azienda italiana chiede di dargli una mano per fare un investimento, sarà anche in grado di definire i pericoli che nascono dalla corruzione, i legami tra clan e tra tribù, e sarà in grado quindi di suggerire agli analisti dell’Intelligence privata gli strumenti migliori per consigliare il management e per non fargli fare errori, molto frequenti specie nel campo della corruzione” precisa Mantici.

La protezione armata e le attività para-militari, sono vietate dalla legge italiana, ed è per questo le agenzie private di sicurezza offrono questo servizio esclusivamente all’estero. Secondo il quadro normativo italiano, infatti, la difesa delle persone e dei beni è uno dei compiti essenziali dello Stato e viene assolto per mezzo delle Forze di Polizia (legge n. 121 del 1981), fatta eccezione però della ‘vigilanza privata’, alla quale il TULPS permette di controllare esclusivamente gli asset- ovvero i beni, mobili o immobili. La tutela dell’integrità fisica delle persone rimane pertanto di competenza esclusiva delle forze di Polizia e in nessun caso può essere affidata a privati, se non solo in presenza di particolari presupposti gli istituti di vigilanza privata ricevono l’autorizzazione da parte del Prefetto per espletare servizi di vigilanza. Secondo l’art. 134 del TULPS, senza licenza del Prefetto, le agenzie di vigilanza private non possono sorvegliare o custodire beni, né possono eseguire investigazioni, ricerche o raccolta di informazioni per conto di privati.

Per quanto riguarda i servizi per la sicurezza della persona, la legge 210 del 1995 ratifica la convenzione internazionale dell’ONU, firmata nell’89. Sono vietate espressamente le attività in capo ai mercenari, poiché in violazione del diritto internazionale. Il reclutamento, l’utilizzazione, il finanziamento e l’istruzione di mercenari sono anch’essi considerati dei reati alla legge italiana. Ma chi sono i mercenari? Rappresentano la forma più antica di privatizzazione della violenza e sono individui preparati professionalmente che svolgono attività di sicurezza armata para-militare in cambio di denaro. I contractors, spesso confusi con i mercenari, sono invece “un fenomeno americano che nasce quando le forze armate e le agenzie di intelligence americane si trovarono nella necessità di disporre rapidamente di uomini in grado di fare il lavoro che i propri funzionari non possono fare” ci spiega Mantici. I contractors, a differenza dei mercenari, hanno un contratto e si sono diffusi in Iraq nel xx secolo. Secondo Mantici, svolgono come dei “lavori paralleli a quelli per esempio in Iraq delle forze armate o delle forze di polizia“.

In Italia manca, inoltre, una regolamentazione legislativa delle attività delle ‘Private Military Security Companies’ – compagnie private che forniscono servizi di sicurezza militari-, le quali, secondo il Testo Unico di Pubblica Sicurezza, non dovrebbero affatto operare. L’Italia è l’ottavo Paese al mondo che investe all’estero, ciò nonostante le imprese italiane in terra straniere ricorrono ai servizi di sicurezza e di intelligence di compagnie private estere. Sono così costrette a ricorrere a servizi di sicurezza forniti da società come la AEGIS ‘Aegis Defence Services’-britannica-, o il PRT (Provincial Reconstruction Team) del CIMIC (Civil-Military Cooperation) statunitense. Questa necessità delle aziende italiane all’estero comporta un grande rischio in termini di sicurezza aziendale, in quanto le imprese usufruiscono di servizi forniti da agenzie di Paesi di fatto rivali per l’Italia sul piano economico e industriale.
Introdurre Compagnie di Sicurezza Militari Private in Italia non solo limiterebbe i rischi, tutelando le aziende italiane all’estero, ma, secondo quanto sostenuto dal Generale Stefano Panato al convegno organizzato dalla Fondazione ICSA– Intelligence Culture and Strategic Analysis- sui ‘Rischi e le Responsabilità d’Impresa’ tenutosi a Roma il 18 Giugno, la loro introduzione gioverebbe agli stessi interessi nazionali. Una loro ‘legalizzazione’, infatti, promuoverebbe un’ulteriore tutela dell’interesse nazionale, garantirebbe una maggior riservatezza alle imprese italiane all’estero, allevierebbe i contingenti militari presenti all’estero-con evidenti e positivi impatti economici-, fornirebbe delle opportunità di impiego per militari in congedo e ridurrebbe le implicazioni politiche di una presenze militare all’estero.

I limiti legislativi italiani per la sicurezza privata sono notevoli e lasciano trasparire un mancato quadro normativo concreto ed adeguato. Le ultime modifiche risalgono al 2010-2011, e il campo della sicurezza privata è trattato da troppe leggi in disarmonia tra loro e poco incisive o chiare. La totale dissonanza tra le diverse norme, le modifiche e le proposte, rende la sicurezza privata in Italia un settore completamente a un punto morto, e i limiti posti dal quadro normativo precludono qualsiasi possibilità di sviluppo.
Gli articoli del T.U.L.P.S. disciplinano l’attività di vigilanza o custodia privata, ma anche le investigazioni, le ricerche e la raccolta di informazioni. L’autorizzazione per esercitare l’attività di vigilanza privata non abilita le investigazioni, e viceversa. La specifica disciplina degli Istituti di vigilanza non può essere automaticamente applicata a quelli che, invece, effettuano la raccolta di informazioni, e quindi all’intelligence di natura privata.

Di conseguenza non esiste un quadro normativo che regola esclusivamente l’attività di intelligence privata, la quale viene chiamata in causa solo quando si parla di sicurezza privata, nonostante attività di sicurezza e lavoro di intelligence siano due cose ben distinte.

In Italia non c’è un quadro normativo unito, compatto o concreto, ma una normativa frammentaria e stringata che non regolamenta in maniera adeguata né l’attività di intelligence privata, né la sicurezza privata.
I limiti normativi e la scarsa cultura di intelligence lo rendono un settore decisamente poco sviluppato, nonostante i suoi potenziali margini di crescita siano interessanti. Per garantire uno sviluppo del settore è innanzitutto necessario aggiornare, coordinare e soprattutto concretizzare il quadro normativo italiano, in modo da riservare un’apposita sezione che si dedichi esclusivamente, e in maniera chiara, alla regolamentazione dell’intelligence privata, fornendogli dei margini di sviluppo accessibili.

Per garantire uno sviluppo del settore privato dell’intelligence in Italia sarebbe inoltre opportuno colmare il gap culturale riguardo il mondo dell’intelligence, ovvero informare l’opinione pubblica, la classe politica, e i titolare di aziende su cosa realmente è l’intelligence, quali sono le sue funzioni e perché è utile e necessaria nella tutela degli interessi nazionali. A tal proposito il direttore Mantici ha affermato che “l’Intelligence funziona se il cliente sa che cosa può chiedergli. Purtroppo in Italia non si pensa all’Intelligence come un lavoro professionale svolto da un personale che deve avere una preparazione culturale, oltre che professionale ed adeguata“. Per un adeguato sviluppo dell’Intelligence privata è necessario che le aziende comprendano quali siano gli svantaggi e quali invece i vantaggi di svolgere, o richiedere, un servizio di Intelligence capace di valutare eventuali rischi di un investimento in un determinato Paese. Secondo Mantici è infatti necessario “convincere le aziende di quanto gli analisti possono essere utili non soltanto a sapere a quante telecamere servono sul perimetro esterno dell’aziende, ma anche quali rischi corrono se vanno, per esempio, in Serbia e costruisco una fabbrica“. A tal proposito Mantici ci ha anticipato la possibilità di avviare un corso universitario per la formazione di professionisti di Intelligence privata, per convincere le aziende che avere oltre al Security officer, anche un Intelligence officer rientra nel loro interesse.

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