domenica, Novembre 28

Intelligence e diplomazia Due mondi molto più vicino di quanto si possa pensare

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intelligence

Quando Giacomo Casanova affermava che “le sole spie confesse sono gli ambasciatori”, aveva probabilmente ragione e torto allo stesso tempo. Ragione, perché i messaggi degli ambasciatori veneziani erano veri modelli di “Relazione diplomatica”, dove accanto a considerazioni politiche, economiche e finanziarie, emergevano anche elementi informativi di sicurezza e di intelligence. Torto, perché la funzione degli ambasciatori, come nel corso dei secoli si era andata precisando, non era certo quella di spiare, ma piuttosto di promuovere la collaborazione in tutti i settori con il Paese di accreditamento, pur tutelando gli interessi nazionali.

E ancora. Ragione, perché l’intelligence riguarda il concetto di sicurezza dello Stato ed è quindi normale che il suo massimo rappresentante all’estero se ne occupi. Torto, perché intelligence e spionaggio non sono esattamente la stessa cosa. Si fa ricorso, in effetti, allo spionaggio soprattutto per preparare o vincere una guerra. L’intelligence serve invece a prevenire la guerra, a mantenere per quanto possibile lo stato di pace. Lo spionaggio acquisisce informazioni con metodi illegali, l’Intelligence esamina e valuta le notizie che riceve da diverse fonti, anche ”aperte”, a fini di prevenzione. Lo spionaggio è aggressivo, l’intelligence è difensivo. Lo spionaggio tende ad arrecare il massimo danno possibile al nemico, l’intelligence costituisce un Sistema di difesa del paese dall’esterno e dall’interno.

E’ certo tuttavia che il motto di Casanova dà tutto il senso dell’ambiguità che pure persiste nel delineare i concetti di Spionaggio e Intelligence, in teoria certo distinti, ma in pratica non di rado tendenti a intersecarsi nelle modalità e nelle finalità. Di conseguenza i rapporti tra il mondo dell’ombra, nelle sue diverse configurazioni, e quello della diplomazia sono risultati piuttosto contradditori, a volte sfociati in commistioni, spesso in reciproca diffidenza, qualche volta in lavoro parallelo. Rapporti determinati  dall’oscillare della bilancia informativa, che in determinate circostanza ha spinto verso attività di spionaggio vero e proprio (che i diplomatici non amano), in altre verso iniziative di intelligence (cui i diplomatici non si sottraggono quando necessario, trattandosi di  sicurezza dello Stato).

Il tutto complicato dal fatto che le ambasciate sono state – e sono! – il teatro inevitabile di vivaci intrighi spionistici.  Se da una parte infatti gli agenti segreti “legali” si appoggiano presso le ambasciate dei propri Paesi sotto varie coperture diplomatiche, dall’altra la stessa sede diplomatica – che riceve e custodisce, tratta e trasmette informazioni segrete e carteggio classificato – è oggetto del desiderio dell’intelligence avversario

Situazioni quindi complesse, delicate, suscettibili di pericolose derive e sempre per così dire in movimento.  Non di rado i diplomatici ne sono  le vittime designate.

Basterebbe citare, a titolo esemplificativo, il famosissimo caso del turco Cicero, il cameriere personale dell’ambasciatore britannico in Turchia durante la Seconda guerra mondiale,Knatchbull-Hughessen. Cicero fotografava, per venderli ai tedeschi, documenti segreti che il capo missione lasciava imprudentemente la sera a casa,nella sua borsa, invece di conservarli nella cassaforte della cancelleria. Storia immortalata da Hollywood nel celebre film “Operazione Cicero “(Five Fingers), con James Mason nel ruolo del protagonista…..

Come poi non citare la più grande spia del XX secolo, Richard Sorge ?

Sorge realizzò a Tokyo una stupefacente penetrazione presso l’ambasciata tedesca nel momento dell’apogeo della politica nazista. Spia sovietica, esperto di questioni nipponiche, Richard riuscì molto abilmente a diventare l’addetto stampa dell’ambasciata di Berlino. Così ogni mattina l’ambasciatore Ott commentava con il suo addetto i messaggi segreti arrivati la sera prima e con lui concordava le iniziative da intraprendere in giornata! Richard Sorge fu così in grado di anticipare a Stalin i due segreti più custoditi della Seconda guerra mondiale: l’invasione tedesca dell’Unione Sovietica (ma incredibilmente non fu creduto!) e la decisione di Tokyo di non attaccare l’URSS (questa volta, invece, fu creduto e Stalin poté spostare le sue truppe del fronte orientale, non più in pericolo, per fronteggiare a occidente i tedeschi che avanzavano).

Altre volte, invece, sono stati i diplomatici a sventare i pericoli dello spionaggio.  Cicero, in realtà, fu scoperto grazie alla collaborazione di un diplomatico tedesco, Fritz Kolbe, che in odio ai nazisti passava i telegrammi segreti della Whilelmstrasse agli americani, documenti nei quali si faceva riferimento con soddisfazione alla spia prezzolata di Berlino ad Ankara.

Va anche detto che in determinati periodi storici e sotto i regimi autoritari le ambasciate sono chiamate a svolgere un ruolo attivo di irradiazione dello spionaggio e della propaganda politica.

Come avvenne per l’ambasciata tedesca – o meglio nazista – a Washington, fortemente politicizzata e diretta dall’ambasciatore Thomsen , dove gli stessi diplomatici di carriera svolgevano determinate attività spionistiche in una complicata commistione di politica, professionalità, e spionaggio.

Anche in Italia, durante il ventennio fascista, i servizi segreti avevano i loro uomini un funzione presso i nostri uffici all’estero. Soprattutto in Francia, i consolati italiani erano zeppi di commissari di polizia, spacciati per vice-consoli, mentre i consoli di carriera non disdegnavano di riferire regolarmente sulle attività dei fuoriusciti politici.

E’ d’altra parte risaputo che tutte le ambasciate degli Stati comunisti, a cominciare dall’Unione Sovietica, erano riempiti di agenti segreti e mai si sapeva se si aveva a che fare con diplomatici-spie o spie-diplomatici! Sistemi ereditati  dai tutti i paesi retti da regimi marxisti-leninisti, da Cuba alla Corea del Nord, nel cui ambasciate magari un semplice subalterno amministrativo – però alto ufficiale dei servizi – può politicamente contare più dello stesso ambasciatore!

Quanto al rapporto intelligence-diplomazia, si può pensare che le prospettive appaiano diverse e per certi aspetti più incoraggianti, in vista di quell’interazione ritenuta orami indispensabile in molti paesi per far fronte alle nuove minacce transnazionali, che si fanno gioco dei confini statali (terrorismo internazionale, traffico internazionale di droga e di esseri umani, vendita di armi proibite, crimine internazionale organizzato, cyber terrorismo ecc..)

Con l’evoluzione dello spionaggio verso l’intelligence, il lavoro degli agenti segreti si è gradualmente adeguato alle nuove esigenze, diventando per molti aspetti “parallelo” a quello dei diplomatici. Oggi l’agente di intelligence ha una visione molto più ampia che in passato della propria attività, non più quindi solo “militare/operativa”, ma anche “politica/valutativa”.

E’ chiaro insomma che il buon agente non deve essere più tutto audacia e tutto fascino, ma – con buona pace di James Bond –  deve essere anche qualcuno che si intenda di economia, capisca di finanza, sappia di relazioni internazionali,  conosca la storia dei Paesi, sia esperto di informatica, parli le lingue (meglio se quelle rare). Una persona inoltre moralmente equilibrata e non politicizzata.

Ma…non sembra di aver anche delineato le caratteristiche del buon diplomatico?

Le analogie tra le due attività sembrano evidenti. Non per niente l’MI6 (Secret Intelligence Service, il servizio segreto inglese) è posto alle dipendenze dello stesso Foreign Office (il Ministero degli Esteri), tanta è l’importanza che si attribuisce a Londra all’interazione tra diplomazia e intelligence.

L’analisi dei rapporti di forza presso l’avversario, la valutazione degli equilibri politici e delle potenzialità economiche del Paese, lo studio delle alleanze in corso possono portare a risultati eccezionalmente importanti nel prevedere l’atteggiamento del nemico potenziale. Insomma non basta più la sola informazione e la disponibilità di dati fattuali (procurati dalle “spie” intese in senso classico), è invece necessario integrarli con elementi di analisi e valutazioni (prodotti dagli “agenti di intelligence”).

Con la  scomparsa del blocco comunista e la fine del mondo bipolare, l’attività dell’intelligence tende per forza di cose a farsi globale con la finalità ultima di scoprire… la verità nascosta. Ma anche il lavoro del diplomatico tende in definitiva a scoprire la verità. In effetti in che cosa consiste il suo lavoro? Conoscere, analizzare, valutare e riferire.

E in che cosa consiste  il lavoro di un moderno agente di intelligence se non “conoscere, analizzare, valutare e riferire”, lasciando ai decisori politici la responsabilità della decisione finale?

In conclusione, le crescenti analogie nelle funzioni di analisi e di valutazione, la minaccia globale che richiede inedite capacità sinergiche e rinnovate prospettive di coordinamento, le difficoltà di difendersi in un mondo radicalmente cambiato in cui i conflitti non sono più necessariamente generati da Stati o tra Stati, in cui il nemico non è più individuabile con certezza, sono questi tutti fattori che spingono l’intelligence e la diplomazia  verso una più intensa collaborazione  non solo sul piano interno ma anche – e soprattutto direi –  al livello internazionale, nell’ambito di una coalizione o di un’alleanza.

Il mondo dell’intelligence e quello diplomatico hanno tutto l’interesse a lavorare sempre più spesso di concerto per la sicurezza della nazione, condividendo nei Paesi democratici le stesse finalità tese a garantire la sicurezza interna, la pace internazionale e la difesa della libertà.

 

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