lunedì, Settembre 27

Intellettuali e green pass. La debolezza del pensiero crepuscolare Abbiamo già una politica, soprattutto a destra, cinica e irresponsabile, speriamo che almeno i padri nobili della cultura non creino confusione e usino la loro autorevolezza per incoraggiare soluzioni di buon senso

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Ammettiamo di dovere attraversare una strada molto trafficata con un gruppo di bambini piccoli. Possiamo adottare due soluzioni possibili.
La prima, quella più ragionevole, è chiedere ai bambini di tenersi per mano e di muoversi tutti assieme quando gli diremo di farlo. La seconda, più filosofica, consiste nell’aprire un dibattito ad ampio spettro coi bambini medesimi, cercando di arrivare ad una soluzione condivisa, magari a maggioranza semplice. Fosse anche quella di chiudere gli occhi e buttarsi come capita, dopo avere valutato le implicazioni, anche di natura etica, dell’azione che stiamo per compiere.
Nel primo caso siamo quasi sicuri che arriveremo dall’altra parte della strada sani e salvi, nel secondo dipenderà dalla buona sorte. Scegliendo la seconda soluzione, potremmo non arrivare tutti dall’altra parte, ma quando faremo memoria degli eventuali caduti, potremo esibire la correttezza del metodo. Filosofico e persino democratico, ma il fatto è che i bambini non sono in grado di affrontare un collaudo così pericoloso.
Nel primo caso la scelta si fonderà su un rapporto di fiducia, da parte dei bambini verso la figura adulta, nel secondo, su argomenti che potrebbero rivelarsi formalmente perfetti ma letali per i destini dei soggetti.

I filosofi conoscono meglio di chiunque l’affermazione “Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere”, che Ludwig Wittgenstein aveva lasciato nelle pagine del suo famoso Trattato, del quale non sono un conoscitore eccelso, dunque, giusto per essere coerente, non parlo di teoria e tecnica dei vaccini. Certo, sono consapevole che Dio e Pfizer sono due cose diverse, ma per alcuni versi ci vuole più competenza per esprimersi sul secondo, considerato che del Trascendente ognuno può dire ciò che gli pare.

Come i bambini davanti all’infinita colonna di automobili, mi ‘affido’ in questo caso alla scienza, perché per stare insieme occorre fidarsi, che non significa tapparsi gli occhi ma semplicemente prendere coscienza che altri ne sanno più di noi su determinati argomenti, e mi fido ancora di più della scienza perché deve giustificare tutto ciò che asserisce, anzi, prima di chiedere la mia fiducia deve mettere alla prova i suoi ‘prodotti’, che a loro volta possono essere messi sotto verifica da soggetti terzi. Il pensiero critico è una grande conquista, quando non si inceppa per ragioni autobiografiche e crepuscolari. Può concorrere a perfezionare il principio della divisione dei compiti, il grimaldello che permette di superare i corposi limiti individuali.
Gli scienziati facciano gli scienziati, gli altri quello che sanno fare.

Detto ciò, credo che le vocicontroin una democrazia facciano bene, a patto che i loro contenuti siano fondati su conoscenze precise, che l’interesse veicolato sia quello generale e comunque si inseriscono nella filiera delle asserzioni che possono onestamente mettere in guardia i cittadini. Diverso è il panorama quando una presa di posizione è motivata da ragioni di probabile derivazione emotiva, private, che però si pretende di fare diventare generali, solo perché la fonte ritiene di essere una divinità laica, arrivato a pensarsi tale anche a causa delle complicità di un sistema mediatico che cerca con insistenza figure che possono creare un caso, portare la trasmissione nelle prime pagine e aumentare il numero di click.

Non è un servizio all’interesse comune, perché quando qualcuno comincia a dire che i bambini possono attraversare la strada come cavolo gli pare, in base ad un astratto principio di libertà, soprattutto se la fonte è autorevole, si materializzano delle conseguenze pratiche. Io mi trovo l’albergatore, persona gentile e disponibile, che improvvisamente si trasfigura, quando esibisco il Green Pass, per poi commentare che tra non molto “ci impianteranno un micro chip”.
Già, infatti, se quattro personaggi folcloristici, in guerra con se stessi e col mondo, la sparano grossa perché la fidanzata li aveva mollati oppure perché al loro posto è stato promosso il collega leccapiedi, o ancora perché la mamma preferiva il fratello minore e loro vorrebbero deviare un meteorite sulla Terra per fargliela pagare, lo possiamo anche sopportare, ma se a insinuare dubbi è una figura prestigiosa e stimata, che di chimica e biologia non capisce niente, il problema diventa serio e abbiamo diritto di chiedere conto.

Qualche anno fa avevo letto una bellissima opera divulgativa di Nicola Abbagnano, tra gli eventi che avevano rivoluzionato il pensiero poneva, giustamente, anche la Teoria della Relatività, giacché certe svolte scientifiche comportano anche una pari svolta filosofica, ebbene ero stato colpito dalla capacità del grande filosofo salernitano, scomparso esattamente 30 anni fa, di rimanere nel proprio brodo, evitando di entrare nel merito delle affermazioni di Albert Einstein.
Un esempio da seguire, anche quando la caducità delle cose legate allo scorrere del tempo, bussa alla nostra porta e ci ricorda che, come dice in un memorabile passaggio l’autore, anonimo, de ‘L’imitazione di Cristo‘, presto la morte sarà qui presso di noi, e quando saremo spariti dallo sguardo, presto spariremo anche dal cuore degli uomini.
Triste, ma è così. Tuttavia, uscire di scena con serenità, lasciando una scia di pensieri positivi sulle nostre posizioni civiche, può allungare, anche considerevolmente, l’estensione di quel ‘presto’, che dipende dall’amore per causa dell’uomo e che certo non significa fornire appigli a soggetti non sempre bene intenzionati, individui che non sopportano l’idea che anche per stavolta il mondo non finirà.

Amministrare con saggezza l’ultima primavera è un’impresa magistrale, che ciascuno di noi è chiamato a compiere, mostrando, al di là di ogni ragionevole dubbio, di avere portato a termine l’impegnativo itinerario che conduce alla maturità, anzi alla completezza, perché c’è un momento in cui il conto alla rovescia diventa più sfacciato e bisogna farsi carico. È il vero esame della nostra vita, possiamo comporre Otello e Falstaff, come fece Giuseppe Verdi, proprio all’ultimo miglio, allietando lo spirito degli uomini ed evocando un perenne senso di gratitudine, oppure possiamo infliggerci ai nostri simili, incattivendoci e incattivendoli.
In questa differenza passa il senso di tutta l’esistenza.

Quell’albergatore, non vaccinato e che pure, per ragioni di business, indossava la mascherina, si faceva forza non solo delle folli affermazioni degli esagitati, ma soprattutto delle prese di posizione di stimabili uomini di pensiero, che scrivono lettere aperte su importanti testate nazionali.
Noi, che abbiamo messo al mondo dei figli, li amiamo e siamo concreti, guardiamo il fiume di macchine che corre rapido. Siamo impalati e intimiditi, da quasi due anni, eppure dobbiamo attraversare quella maledetta strada, che solo in Italia si è portata via 130 mila persone.
Non possiamo rimanere paralizzati sul ciglio.

Abbiamo già una politica, soprattutto a destra, cinica e irresponsabile, quindi speriamo che almeno i padri nobili della cultura non creino confusione e usino la loro autorevolezza per incoraggiare soluzioni di buon senso. Se sarà così, arriveremo in tanti dall’altra parte.
Se non proprio tutti, perlomeno una quota considerevole.

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