domenica, Ottobre 17

Rom sul campo da calcio

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Nicolae va dritto verso la porta, indossa pantaloncini bianchi e maglia verde. Ai piedi non porta gli scarpini ma scarpe da ginnastica. La caduta è dietro l’angolo perché l’erba del campetto è viscida, da qualche minuto ha iniziato a piovere. Eppure nulla sembra poter fermare la sua corsa. Sguardo alla porta, tiro: gol! È il quinto in questa partita per Nicolae, capitano della ASD Birilli, l’ottavo per la squadra. Gli altri tre sono stati segnati dal suo compagno Alin. La partita contro la Romanina finisce 8 a 2, i festeggiamenti per la prima vittoria in campionato possono avere inizio.

Questa potrebbe essere una partita come tante giocata a Roma un sabato pomeriggio d’inverno. A renderla speciale sono i ragazzi della ASD Birilli, tutti di etnia rom. La loro avventura è iniziata quattro anni fa quando uno di questi piccoli calciatori propose di formare una vera e propria squadra di calcio.

I volontari della onlus Popìca erano al Metropoliz di via Prenestina, l’ex salumificio Fiorucci nel quartiere Tor Sapienza di Roma dove vivono centinaia di persone provenienti da mezzo mondo. Nella fabbrica dismessa svolgevano le attività che fanno di solito: monitoraggio, vaccinazioni e progetti di scolarizzazione. I bambini e i ragazzi si preoccupavano poco di ciò che succedeva intorno a loro; passavano il loro tempo all’aperto, giocando a calcio. I volontari di Popìca, attirati dalla loro bravura, si avvicinarono. Poco dopo ad uno di quei ragazzini, Ionut, venne un’idea: perché non formare una vera e propria squadra di calcio? Un’idea che i volontari non vollero farsi sfuggire: “Tempo due settimane e già giocavamo in tornei e triangolari cittadini” dice Christian Picucci, 38 anni, presidente dell’ASD Birilli. “Da allora, nonostante mille difficoltà, non ci siamo mai fermati”.

L’ASD Birilli, nata all’interno della onlus Popìca, è diventata un’associazione sportiva nel 2013. Christian, Mauro, Lorenzo e Silvia – gli allenatori – sono anche volontari di Popìca, con la quale continuano a lavorare ad altri progetti. Il legame della squadra con la onlus è mantenuto anche nel nome: “popìca” in lingua rumena significa, infatti, “birillo”. Un termine a volte utilizzato come dispregiativo per i ragazzi cresciuti in orfanotrofio.

Quella che i volontari raccontano è una storia che va oltre la solidarietà e che sembra quasi stridere con ciò che siamo abituati a sentire tutti i giorni sul degrado delle periferie e il senso di insicurezza di chi si trova ad abitare vicino a case occupate da extracomunitari, centri di accoglienza e campi rom. Perché proprio da luoghi come questi provengono i “birilli”. Gli obiettivi di Popìca sono essenzialmente due: farli vivere, almeno per qualche ora a settimana, in un contesto diverso da quello familiare e abbattere la diffidenza spesso provata nei loro confronti. Proprio per questo motivo “abbiamo deciso” – dice Christian – “di non limitarci a giocare in campionati appositamente dedicati a extracomunitari. Volevamo che i nostri ragazzi giocassero insieme ai loro coetanei italiani e abbiamo ottenuto risultati sorprendenti”. Sul campo da calcio le differenze non vengono più considerate e i piccoli calciatori hanno modo di riconoscersi per quello che sono: ragazzi che condividono la passione per lo sport. Pure i loro idoli sono gli stessi: Messi e Cristiano Ronaldo.

“Nell’estate del 2010″ – racconta Lorenzo – “siamo partiti alla volta di Palermo per prendere parte al torneo ‘Mediterraneo antirazzista’. Poco prima di iniziare a giocare ho visto i nostri ragazzi sotto agli spalti che parlavano con alcuni bambini siciliani che nemmeno io riuscivo a capire bene, parlavano per lo più in dialetto. Dal momento che all’epoca anche i nostri l’italiano lo masticavano davvero poco, mi chiedevo che cosa si stessero dicendo. Anzi, sinceramente mi ero anche un po’ preoccupato. Invece, non so in quale lingua, si stavano accordando per fare una partita di pallone fuori, una volta terminato il torneo. È un ricordo bellissimo che mi dà la forza di andare avanti in questo progetto”.

I problemi, in effetti, non mancano. A partire dal campo che i Birilli non hanno perché non ci sono i soldi per affittarne uno. Perciò si appoggiano di volta in volta su campetti concessi da altri, come quello della parrocchia San Raimondo e del centro sociale Corto Circuito. “Questo è uno dei motivi” – dice Mauro – “per il quale di rado possiamo fare degli allenamenti durante la settimana, quindi la maggior parte delle volte ci vediamo solo per andare a giocare la partita. Però, se qualcuno di loro ha bisogno del nostro aiuto, noi corriamo, anche a costo di fare chilometri”. Altro problema, appunto, gli spostamenti. I volontari non hanno un pulmino, né un rimborso benzina. Portano i bambini a giocare con le proprie auto, a volte qualche genitore mette a disposizione la loro. E poi ci sono (anzi: non ci sono) gli scarpini. “Li avevamo ricevuti in regalo da un’associazione ma si sa, alla loro età (12-14 anni, n.d.r.) i piedi crescono!” dice, ridendo, Christian.

 In alcuni casi a lasciare l’amaro in bocca non sono problemi di natura economica. Spesso i legami familiari e sociali, molto forti nelle comunità rom, resistono agli sforzi profusi dalle associazioni. I Birilli hanno perso, negli ultimi tempi, due dei loro giocatori. Uno di loro è stato costretto a tornare in Romania per seguire i genitori; “Eravamo riusciti a farlo un po’ emancipare dal degradato ambiente familiare. Il padre era un alcolizzato, molto violento” dice, con voce seria, Lorenzo. “Era uno dei più forti, in un torneo fu addirittura nominato il migliore in campo. Ma questo è quello che ci interessa di meno”. A lui si è aggiunta la separazione da un altro ragazzo, il portiere della squadra. “Il campo rom nel quale abitava è stato smantellato. Non avendo più un tetto sulla testa, i suoi genitori hanno deciso di lasciare Roma. Per quello che sappiamo, adesso dovrebbe trovarsi a Napoli”, continua Christian.

 Ma i successi dei volontari sono andati oltre l’aspetto puramente sportivo. “All’inizio” – dice Lorenzo – “la maggior parte di questi ragazzini non sapeva nemmeno cosa fosse la scuola. Oggi praticamente tutti sono iscritti. Uno di loro ha addirittura vinto una borsa di studio per aver fatto il 100% di presenze durante l’anno scolastico. Qui, nella squadra, hanno trovato gli stimoli giusti”. Andando a scuola, infatti, i compagni di squadra si ritrovano sui banchi di scuola e possono continuare a ridere e a scherzare anche fuori dal campo.

Adesso, però, è il momento di pensare alla prossima partita; la quinta giornata di campionato vedrà l’ASD Birilli fronteggiarsi con i ragazzi del Dribbling. E non fa niente se il portiere non c’è; a porta si va tutti e a turno. Perché attraverso lo sport le diversità, anche di ruolo, si annullano.

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