sabato, Aprile 17

Integrazione europea ai tempi della crisi

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C’è chi l’Europa la vede tra le stelle, viaggiando con gli occhi tra quei confini apparentemente invisibili quanto terribilmente reali. Parliamo dell’astronauta ESA Luca Parmitano, “ambasciatore” del semestre italiano di presidenza Ue, lo stesso che sogna un’Europa “innovativa, tecnologica, senza confini né barriere”. C’è poi chi un’Europa del genere l’aveva già sognata negli anni ottanta, figlio di una generazione cresciuta tra le macerie di un muro che oggi rimane lì, tra documenti e libri di scuola, ad evocare immagini sbiadite dal tempo ma mai dimenticate.

Creare un’Europa dei popoli che possa consolidare più profondamente i connotati culturali di questa entità geografico-politica, significa lavorare per un’Europa che sia condivisione, fratellanza, solidarietà, rispetto delle diversità. L’abbattimento delle frontiere, che oggi funge da nodo centrale di una campagna europea volta alla sensibilizzazione dei cittadini verso il tema della libertà di circolazione, dovrà tradursi in primo luogo nell’istaurazione di un più sentito senso di appartenenza tra i cittadini piuttosto che nell’abolizione di ostacoli burocratici tra i mercati. Nell’era della globalizzazione infatti, il pensiero kantiano per la realizzazione di una “pace perpetua” attraverso la formazione di un Governo Globale, sembrerebbe essere stata fraintesa e trasformata in un contesto in cui è lo Stato ad essere un sotto-sistema di organizzazioni mondiali come il Fondo Monetario Internazionale, perdendo di fatto la sua originale sovranità.

Parafrasando Susan Strange, la globalizzazione costituisce dunque un arretramento dello Stato a un sistema sempre più governato dall’egemonia dei mercati: ecco perché Strange analizza il fenomeno “globalizzazione” da un punto di vista principalmente giuridico che economico. Analisi che oggi andrebbe fatta nei confronti di una Unione Europea nata da logiche di mercato che però non hanno camminato al passo di quelle politiche. Una unione che vorrebbe raggiungere l’apice dell’integrazione ma che, a mala pena, riesce a dettare regole e patti al fine di salvaguardare quella monetaria. Si arriverà davvero agli Stati Uniti d’Europa?

L’attuale crisi finanziaria, le politiche di austerità, i dibattiti intorno alla necessità di avere “più Europa”, ma soprattutto le tragiche difficoltà economiche che gravano pesantemente sulle condizioni di vita dei cittadini, sembrerebbero lasciare poco spazio alla nostra quotidianità per ricordarci di cosa sia però realmente diventata l’attuale Europa. Nei giorni scorsi la Rai si è fatta promotrice della cosiddetta “Maratona per l’Europa”, una iniziativa che ha previsto la proiezione e la discussione di filmati, temi e programmi inerenti la costruzione dell’Europa, attraverso l’intervento di numerosi intellettuali, storici, giornalisti. Da un lato la chiara necessità di recuperare nell’opinione pubblica quel senso di appartenenza europea quasi persa, sintomo di una crisi dai caratteri non soltanto economici, dall’altro l’imperativo pubblicitario secondo cui “Di Europa si deve parlare”.  Eppure, verrebbe da chiedersi, con quali prospettive potremmo oggi parlarne?

Lo abbiamo chiesto al Prof. Guido Montani, Professore Ordinario di Politica Economica Internazionale dell’Università degli studi di Pavia, autore di diverse pubblicazioni sul tema dell’integrazione europea.

 

L’integrazione europea è stato il sogno di molte generazioni. Un sogno che ha percorso gradualmente molte tappe: dal manifesto di Ventotene alla caduta del Muro di Berlino che diede un forte impulso al disegno europeo. Ma perché prima di consolidare una unione politica più forte, quindi un’Europa dei popoli, si preferì instaurare innanzitutto quella monetaria?

Questa domanda va al cuore del problema dell’integrazione europea che è stato un processo inizialmente politico. L’unificazione europea non è stata una visione utopica, ma un progetto politico nato nel corso della resistenza al nazifascismo come alternativa alle tragedie dalla prima e dalla seconda guerra mondiale, le due grandi catastrofi causate dalle lotte intestine europee, in particolare tra Francia e Germania, per l’egemonia sull’Europa e sul mondo. Se si dimentica questo quadro, cioè che l’Europa ha trascinato il mondo verso la guerra, non si comprende neanche l’enorme potenziale di speranze e ideali che sono esistiti nell’immediato dopoguerra per porre fine definitivamente alle guerre. Negli anni quaranta, era forte la convinzione che si dovesse ricostruire un’Europa pacifica, superando le divisioni nazionali del passato. Questo è stato l’inizio del processo d’integrazione europea. Si è trattata di una nuova lotta politica, per il superamento della sovranità nazionale. Vorrei ricordare che (e in questa fase l’Italia ha giocato un ruolo importante) la Comunità Europea di Difesa (CED), proposta dal Governo francese nel 1950, venne affidata per la sua formulazione giuridica ad una assemblea parlamentare, dunque una sorta di costituente democratica. La Comunità politica della CED prevedeva un’unione con una propria difesa, un parlamento europeo e un governo europeo. Erano gli anni della guerra fredda. Questa iniziativa, di fatto una Costituzione europea federale, è poi fallita perché la stessa Francia che l’aveva proposta, una volta mutate le maggioranze interne, l’ha respinta. Il fallimento della CED e l’avvento al potere di de Gaulle hanno consentito la continuazione del processo d’integrazione europea soltanto sul terreno economico. Questo non vuol dire che il progetto di unificazione politica europeo fosse abbandonato del tutto. Secondo l’ideologia europeistica di quegli anni, veniva tuttavia rinviato nel futuro, perché, così si diceva, i tempi non erano maturi. Tuttavia, l’integrazione economica ha consentito molti progressi e vantaggi per i cittadini europei. Basti pensare allo sviluppo economico, il cosiddetto miracolo economico, di paesi come l’Italia e la Germania negli anni cinquanta e sessanta. Senza il mercato comune e l’integrazione europea sarebbero tornate le rivalità economiche, il protezionismo e le politiche aggressive degli anni venti.

Posso ora rispondere alla sua precisa domanda. Quando è caduto il Muro di Berlino si è presentata la seconda grande occasione di unire politicamente l’Europa, perché quell’evento fu visto dai popoli europei come un’occasione unica di ri-appacificazione tra l’Europa dell’Est e dell’Ovest. Si respirava un’aria di grande entusiasmo e una sincera volontà di costruire un futuro comune. Ma quello che è stato fatto, ovvero il Trattato di Maastricht (dicembre 1991), si è rivelato un'”anatra zoppa.” Si è fatta un’unione monetaria senza un’unione fiscale ed un governo europeo. È stato un compromesso al ribasso ed è legittimo pensare che, quando gli storici ricostruiranno con precisione le trattative tra Francia e Germania, la responsabilità maggiore della parte politica mancante del Trattato si debba attribuire alla Francia. Mitterrand non ha consentito un passo decisivo verso l’unione politica. D’altro canto, anche il rifiuto della Costituzione europea da parte della Francia nel 2005 mostra che l’opinione pubblica francese, in particolare una parte importante del partito socialista francese insieme al partito di Le Pen, non era disposta ad accettare un passo importante verso la sovranazionalità. Così, quando è scoppiata la recente crisi finanziaria, ci siamo trovati con un’Europa zoppicante, che non aveva i mezzi né politici né finanziari per fronteggiare la situazione. La mancanza di un governo democratico europeo – uno spazio vuoto occupato dalla leadership tedesca – è stata una delle cause maggiori della vampata euroscettica: un’Europa che impone soltanto regole e vincoli di bilancio per far sopravvivere l’unione monetaria, ma non è in grado di fornire alcuni essenziali beni pubblici europei – come gli investimenti per uno sviluppo sostenibile e la piena occupazione – non può pretendere di ottenere il consenso dei cittadini. Per questo l’Unione europea rischia di implodere.

Entrando dunque nel discorso della crisi finanziaria, oggi quella che ha colpito i Paesi dell’Eurozona può essere un ostacolo al processo di integrazione europea?

Le crisi sono senza dubbio un ostacolo, perché generano anticorpi, come l’euroscetticismo, una forma di nazionalismo travestito con abiti alla moda, ma pur sempre nazionalismo, perché tutti gli euroscettici, in Francia, in Gran Bretagna, nei Paesi dell’Est europeo e in Italia, vogliono disfare l’Euro e l’Unione per ripristinare le sovranità nazionali. Si tornerebbe così all’Europa pre-bellica e alle divisioni del passato. Se si afferma questa prospettiva, nessuno può prevedere cosa potrebbe succedere nel mondo del XXI secolo; è tuttavia certo che si radicherebbe un processo di divisione crescente tra i popoli europei, che potrebbe degenerare in una crisi drammatica, com’è avvenuto nella ex Jugoslavia. Le crisi però sono anche uno stimolo importante per andare avanti. Esistono, in effetti, delle possibilità concrete di sviluppi positivi. Ci sono segnali di cambiamento nella politica europea. Uno tra questi, anche se non è stato percepito a sufficienza dai cittadini, è consistito nell’ultima elezione europea: è vero che sono avanzati i partiti euroscettici, ma è anche vero che, per la prima volta, il presidente della Commissione Europea è stato designato dai partiti europei prima dell’elezione e, dopo l’elezione, i partiti europeisti hanno imposto il candidato del Parlamento al Consiglio. Infatti, nell’accordo fatto prima delle elezioni, si era deciso che sarebbe divenuto presidente il candidato di quel partito che avrebbe ottenuto più voti rispetto agli altri. Junker è stato imposto dal Parlamento Europeo contro la volontà dei governi, perché non solo Cameron, ma perfino la Sig.ra Merkel, che ha giocato su due fronti, all’inizio era contraria alla sua candidatura. Quest’avvenimento ha dato più forza ai partiti europei che ora potrebbero anche compiere qualche ulteriore passo in questa direzione. Infatti, stanno pungolando Juncker affinché il piano d’investimenti di trecento miliardi di euro da lui proposto diventi non solo effettivo, ma venga anche accresciuto. Si tratta di un’iniziativa importante, perché non solo rilancerebbe la ripresa dell’economia europea, ma aiuterebbe i paesi troppo indebitati, come l’Italia, a uscire dalla palude. Gli investimenti europei libererebbero risorse e vincoli dai bilanci nazionali. I cittadini comincerebbero a capire che l’Europa rappresenta una concreta speranza di rinnovamento.

Lo scorso anno anche l’Italia ratificò la modifica all’art. 136 del Tfu, legittimando di fatto il Meccanismo Europeo di Stabilità. Intervistai diversi politici in quei mesi, tra cui lo stesso On. Di Pietro che però mi disse di rivolgermi ad un collega per sapere cosa fosse, evidentemente c’era scarsa conoscenza dell’argomento anche tra le forze politiche italiane. Innanzitutto le chiedo: quanto può essere pericoloso il disinteresse della nostra politica come dei cittadini verso le stesse politiche europee?

In effetti una parte del Pd, guidata da Fassina, vorrebbe opporsi a questo trattato che è ormai entrato nella Costituzione (se facciamo riferimento alle politiche di bilancio e all’art. 81 Cost.). Affronto la questione con un precedente storico per chiarire meglio il contesto in cui collocare questa decisione. Negli Stati Uniti, che sono il primo esempio di federazione nella storia, ci sono ora cinquanta Stati, ognuno con un proprio governo più un governo federale. L’Europa ha 28 Paesi (mentre quelli dell’Eurozona sono 18) e una sorta di governo federale, diciamo così, cioè la Commissione europea, responsabile nei confronti del Parlamento Europeo e del Consiglio. Il governo federale americano è eletto direttamente dai cittadini, ma il sistema legislativo è bicamerale. Il federalismo è tipicamente un sistema bicamerale, una camera rappresenta il popolo e l’altra rappresenta gli stati, così avviene negli USA e così nell’UE. Gli Stati Uniti, nell’ottocento, prima della guerra di secessione, hanno sperimentato una grave crisi del debito pubblico, simile a quella europea attuale, nel corso della quale nove Stati che si erano troppo indebitati avevano chiesto aiuto al governo federale per non fallire. Tuttavia, gli altri stati (a quel tempo erano in tutto 28) si rifiutarono di votare a favore degli aiuti e il governo federale li lasciò fallire. Dopo quella vicenda, in tutti gli Stati della federazione si decise, per essere più credibili nei mercati finanziari internazionali, la regola del bilancio in pareggio, che somiglia molto a quella che è stata attuata in Europa con il Fiscal Compact, di cui lei ha parlato.

Quello che voglio dire è che in una federazione, e l’UE è ormai simile a una federazione, sono necessarie delle regole per organizzare la vita in comune. E’ necessaria una reciproca fiducia, perché se un Paese fallisce, provoca disastri per tutti. Il problema è che oggi, nell’UE, ci sono solo le regole, ma non ancora i vantaggi evidenti di appartenenza alla federazione. Se la gente è costretta a rispettare solo regole severe, senza capire che cosa può ottenere in cambio dall’Europa, è chiaro che si genera euroscetticismo. Si deve fare di più affinché l’Europa possa intervenire attivamente e avere rapporti costruttivi coi cittadini europei. Manca un rapporto di fiducia tra le istituzioni europee e i cittadini europei. Oggi l’Europa realizza le sue politiche solo attraverso gli Stati. Si genera così un opaco diaframma tra l’Unione e i cittadini. Per superare quest’ostacolo, è stato proposto dalla Commissione Europea e dal Parlamento europeo un fondo europeo per la stabilizzazione della disoccupazione. In pratica si creerebbe, possibilmente dentro il bilancio europeo, un fondo per aiutare i paesi che hanno un tasso di disoccupazione troppo elevato. Questo fondo non sostituirebbe i sussidi nazionali, come la Cassa integrazione in Italia, ma verrebbe in aiuto per ridurre la disoccupazione eccessiva di breve periodo. Il sostegno andrebbe direttamente al cittadino disoccupato.

È vero anche che dietro la parola “aiuto” si nascondono spesso processi che i cittadini non conoscono dato che, ad esempio, all’interno del Mes gli Stati membri partecipano ai processi decisionali in proporzione al loro peso finanziario.  C’è chi l’ha definita “finanziarizzazione della democrazia”. In generale, esiste un deficit democratico all’interno delle istituzioni europee?

Sì, sono d’accordo. È necessario, come dicevamo prima, che l’Europa faccia delle politiche per creare solidarietà tra i cittadini e non solo tra gli Stati. Ciò riguarda anche la sicurezza. Nel Trattato di Maastricht era scritto che l’Europa doveva darsi una politica estera e di sicurezza, compresa la creazione di una difesa europea. Cos’è stato fatto finora? Dal 1992 in poi non è stato fatto praticamente niente. Questo vuol dire che quando c’è una crisi internazionale e la diplomazia non funziona (come nei casi dell’Ucraina, Palestina-Israele, della minaccia dell’Isis, la crisi libica, ecc.), paesi come l’Italia restano in silenzio, oppure fanno proposte che poi non si realizzano. La politica estera e di sicurezza dei governi nazionali sono un anacronismo storico. Creano divisioni e non unità. Rendono l’UE debole e inefficace. Occorre avere il coraggio di ammettere che esiste un vuoto europeo di potere che crea irresponsabilità e subordinazione alla politica estera delle grandi potenze mondiali.

Quanto ha potuto incidere nel corso degli anni lo spirito europeista del Presidente dello Stato Napolitano nel rapporto che l’Italia ha con l’Unione Europea?

Penso che i cittadini italiani dovrebbero mostrare riconoscenza al Presidente Napolitano per il suo sincero europeismo. Il primo viaggio che il Presidente fece, appena eletto, fu a Ventotene, dove fu scritto il famoso “Manifesto per un’Europa libera e unita” da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi. Io allora ero segretario del Movimento Federalista Europeo e Direttore dell’Istituto Spinelli di Ventotene. Fui così tra quelli che lo accolsero. In quell’occasione Napolitano fece un discorso impegnativo sulla necessità di proseguire senza indugi verso l’unificazione politica dell’Europa. Nel corso di questi anni di presidenza ha dimostrato con la sua azione di mantenere fede a quell’impegno. Non possiamo che ammirare la sua coerenza.

Recentemente il Presidente della Camera, Laura Boldrini, ha affermato che per frenare questa ondata di antieuropeismo è necessario velocizzare la costruzione degli Stati Uniti d’Europa. Eppure tra la gente si confonde spesso l’Europa con Unione Europea. Esiste uno stretto rapporto con l’euroscetticismo?

In effetti, per Europa si intende anche la civiltà europea; dunque tutto ciò che riguarda la sua letteratura, l’arte, la scienza, la tecnica. L’Europa ha un potenziale culturale enorme da trasmettere al mondo e il mondo lo riconosce. La stessa Cina oggi si presenta come un paese comunista e marxista: non è forse questa un’eredità europea? Un ruolo importante per l’esportazione della cultura europea è poi avvenuto grazie al modello di stato nato con la Rivoluzione francese, lo stato nazionale, oggi alla base dell’ordine internazionale esistente. L’aspetto negativo di questa fase della storia, che riguarda tuttavia un passato ormai lontano, è il colonialismo e le politiche di potenza che hanno provocato le due guerre mondiali. La costruzione di un’Unione federale europea mostrerebbe che gli europei stanno percorrendo fino in fondo la via per il superamento definitivo di quella fase della storia.

Certo, ma attualmente i ricatti delle politiche di bilancio, le dispute e le discussione mediatiche tra Renzi e Draghi (nel caso italiano) di certo non aiutano i cittadini a sperare in una idea di Europa che sia dei popoli, se le politiche economiche prevalgono su quelle politiche..

Proprio per questo dobbiamo distinguere l’Europa come espressione culturale e l’Unione Europea, compresa quella monetaria, che è un’Unione politica fatta a metà. Bisogna ritornare a riflettere sull’errore di Maastricht, quando si creò un’unione monetaria senza un bilancio e senza un governo europeo. Il problema è cruciale il governo democratico europeo che manca. La Commissione, grazie all’ultima elezione europea, si è messa su questa strada ma, con i trattati attuali, è difficile che la Commissione diventi un vero governo democratico. E’ vero che, nel corso della campagna elettorale, i partiti hanno scelto i loro candidati per il posto di Presidente della Commissione mediante un processo d’investitura democratica, tuttavia è anche vero che questo presidente, quando deve nominare i suoi Ministri, deve prendere un italiano, un tedesco, un francese, insomma ventotto persone imposte dai governi nazionali. E’ una procedura confusa, in cui non si capisce chi sia veramente responsabile delle politiche. Abbiamo una legittimità europea debole, che non viene ancora captata dai cittadini. I cittadini hanno l’impressione che siano i governi nazionali a decidere quello che va fatto in Europa, anche se non è così. Non sarà possibile avere gli Stati Uniti d’Europa sino a quando gli stati membri dell’Unione non accetteranno che alcuni poteri – mi riferisco alla fiscalità e alla difesa – devono diventare europei.

Argomento fondamentale è anche la famosa “cessione di sovranità” degli Stati membri dell’Ue che hanno limitato la loro sfera d’azione in molti campi, no?

Certo. La difficoltà deriva dal fatto che quando la cessione di sovranità viene fatta in modo parziale, senza creare un vero potere democratico europeo, si creano dei costi. Le regole di bilancio, che non piacciono a molti euroscettici, sono necessarie. Il costo deriva dal fatto che non si è accettato di andare fino in fondo, assegnando a un governo europeo le risorse finanziarie proprie necessarie per fare le politiche di convergenza, di sviluppo e di politica estera. Se ci sono problemi comuni, bisogna creare gli strumenti sovranazionali per affrontarli. In Europa al contrario si fanno molte conferenze, incontri, discussioni, ma poi non si fa nulla o si fa pochissimo. In un mondo che sta diventando globale con un’enorme potenziale di crescita per molti grandi Paesi, come la Cina, l’India, il Brasile, ecc., i paesi europei cosa vogliono fare? Fra pochi decenni, se resteremo divisi, saremo del tutto emarginati dalle grandi scelte mondiali. Subiremo le scelte fatte al di fuori dell’Europa, com’è avvenuto per le polis della Grecia classica dopo la creazione dell’Impero romano. Bisogna, questa è la mia convinzione, avere un’Unione europea pienamente sovranazionale. L’internazionalismo è il passato.

 

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