lunedì, Ottobre 18

‘Integrare’ oltre l’isolamento: l’Italia partner di una nuova cooperazione allo sviluppo Protezione e sviluppo possono essere pensate come parti non contrastanti di una nuova politica migratoria? L’analisi di Giuseppe Morgese, Ricercatore di Diritto dell’Unione Europea dell’Università ‘Aldo Moro’ di Bari

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Ridurre la pressione e aumentare i controlli; prevenire i flussi incontrollati e attivare procedure volontarie per il reinsediamento dei rifugiati che si trovano nella vasta area compresa tra il Corno d’Africa e la cintura saheliana; respingere le imbarcazioni e favorire l’assistenza ai richiedenti in condizioni di vulnerabilità. La cooperazione internazionale, di fronte alle attuali realtà migratorie, assume vari volti, pur risultando maggiormente centrata sulla sicurezza delle frontiere esterne e sul contenimento della mobilità umana. Individuare nel divieto di transito, direttamente gestito dai Paesi implicati, uno strumento per contrastare i trafficanti ha suscitato, tra gli analisti come in parte dell’opinione pubblica, serie critiche sugli intenti dichiarati dalla stessa Unione Europea, rilevando l’opacità delle misure messe in opera dall’ Unione e dai governi della ‘frontiera Sud’, Italia in testa. Peraltro, anche se risente di questo sbilanciamento, la cooperazione non si esaurisce nella politica securitaria.

Lo scorso novembre, l’Alto Rappresentante Federica Mogherini ha dichiarato che, «Negli ultimi due anni (…) Abbiamo sostenuto l’OIM e l’UNHCR nel prestare aiuto alle persone in difficoltà e nel fornire assistenza al rimpatrio volontario, abbiamo istituito il piano per gli investimenti esterni, che permetterà di mobilitare 40 miliardi di euro in investimenti privati, e abbiamo collaborato con i nostri amici africani nell’affrontare le cause profonde della migrazione. Il nostro approccio si è sempre basato, e sempre si baserà, sulla cooperazione e sul partenariato».

Le iniziative ‘esterne’ del sistema europeo comune di asilo, a cui partecipano i governi nazionali, hanno tentato di coniugare, nell’ottica della permanenza su un territorio ‘straniero’ geograficamente più prossimo ai Paesi di origine, la protezione preventiva dei richiedenti asilo con la sostenibilità di uno sviluppo della comunità ospite. Questo secondo elemento, la componente ‘sviluppo’ dei Programmi di Sviluppo e Protezione Regionale (PSPR) dell’UE, è di particolare interesse in quanto adotta un criterio territoriale (il luogo nel quale si trovano tutti i soggetti) in risposta a esigenze personali che hanno diversa natura (i richiedenti asilo di fronte agli abitanti locali), ma si trovano a confronto convivendo nello stesso contesto, a condizione che l’isolamento forzato e degradante degli stranieri sia evitato.

Torniamo sul tema con Giuseppe Morgese, Ricercatore di Diritto dell’Unione Europea dell’Università ‘Aldo Moro’ di Bari, per approfondire la portata di questa politica nello scenario che connette, anche fuori dalle rotte umane, i Paesi di transito a quelli di arrivo.

 

Dottor Morgese, non abbiamo nessun dato in proposito all’andamento di questi programmi?

Purtroppo no. Come dicevo, non c’è monitoraggio.  I dati delle agenzie europee sono sottotracciati e ho faticato non poco a raccoglierli. Al di là della scarsità di documenti disponibili, restano i resoconti dei funzionari di Bruxelles.

Pensando all’Italia capofila del Programma Nordafrica, quali sono gli attori che intervengono sul campo?

Le criticità strutturali della Libia trascendono le questioni dei PSPR. È chiaro che, oggi, l’attività dell’Italia in Libia prevede la relazione con il governo di Tripoli, riconosciuto dalla comunità internazionale – un anno fa, nella capitale libica è stata riaperta l’ambasciata italiana. Il Ministro Minniti si è recato nel Paese continuamente. Ci chiediamo, allora, se questi interventi abbiano prodotto miglioramenti, ma tutto dipende da cosa si intende per ‘miglioramento’ in quel contesto: se intendiamo una deflazione degli arrivi in Europa, il miglioramento c’è: gli sbarchi sono diminuiti; se, invece, pensiamo a un miglioramento delle condizioni di vita dei profughi che passano dalla Libia, sono – per usare un eufemismo – molto scettico. Da qui sappiamo poco, se non ciò che riportano le organizzazioni, governative e non. Lo scorso 22 dicembre, all’Università di Napoli, il Presidente di Amnesty International Antonio Marchesi ha presentato l’ultimo Rapporto sul tema, intitolato ‘Libia: un oscuro intreccio di collusioni’. La situazione, in assenza di un riconoscimento di una forma anche minima di protezione internazionale e di una normativa libica che sanzioni la reclusione arbitraria, in massa e a tempo indeterminato (senza parlare dei trattamenti che ne derivano), è drammatica.

I Paesi dell’UE hanno un obiettivo deflattivo e la necessità di realizzarlo in fretta per esigenze di tenuta sociale che comprimono il sistema della cittadinanza, tra il montante risentimento verso lo straniero e scadenze elettorali frequenti – in Italia, almeno una all’anno. Tenere chi emigra da Paesi terzi il più lontano possibile dalle coste italiane: l’obiettivo può essere o meno condivisibile. Il ‘come’ farà l differenza.

Finora, ci siamo accontentati di dare soldi alle tribù locali perché fisicamente trattengano i richiedenti: l’effetto è da cercare nella disumanità dei ‘campi’ ai margini del deserto o delle fortezze-ghetto come quella di Sabha. Tribù e piccoli gruppi libici lottano per diventare interlocutori, nella singola porzione di territorio, allo scopo di gestire i finanziamenti.

Di «disumanità», a proposito di questa politica devolutiva volta al respingimento, che ha una sua unità a livello europeo, ha parlato anche Zeid Raad Al-Hussein, Alto Commissario ONU per i Diritti Umani: «La comunità internazionale non può continuare a chiudere gli occhi di fronte a questi orrori né pretendere di risolvere la situazione dichiarando di voler migliorare le condizioni detentive dei reclusi (…) Solo misure alternative alla detenzione possono salvare le vite e l’integrità fisica dei migranti, preservando la loro dignità e proteggendoli da ulteriori atrocità».

 In Italia esistono atti ufficiali che facciano riferimento a tale situazione?

C’è una sentenza della Corte d’assise di Milano del 10 ottobre 2017 che, condannando all’ergastolo un cittadino somalo di 22 anni, ha riportato le testimonianze di coloro che egli aveva trasportato dalla Somalia alla Libia e che aveva ripetutamente torturato nel campo di Bani Walid. Nel settembre 2016, l’aguzzino è stato riconosciuto da alcune delle sue vittime nel centro di accoglienza sito nei pressi della Stazione Centrale, a Milano. Si tratta di una pronuncia storica: oggi, segnando una frizione ministeriale tra Giustizia (il Ministro, data la gravità dei fatti – Art. 10 Codice Penale -, ha accordato il nulla osta alla Procura perché il processo si tenesse in Italia)  e Affari interni, esiste una sentenza dello Stato italiano che certifica le condizioni drammatiche di chi è trattenuto in Libia.

Se la situazione politica non si stabilizza, questa realtà non è tale da potersi neppure avviare a un principio di risoluzione. E ciò non avverrà finché non sarà trovato l’accordo con le macro-componenti regionali, senza contare la presenza dell’IS che ancora non è deradicato dal Paese. È una situazione comparabile al caso siriano, per il quale oggi – fermo restando un Paese distrutto – si stanno cercando soluzioni diplomatiche.

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