sabato, Maggio 15

Insieme contro omofobia e transfobia field_506ffb1d3dbe2

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Rachele Baglieri

‘Rete Agatergon’ è nata nel 2008 per rispondere all’ennesimo caso di omofobia. Il gruppo iniziale ha dato vita a tante iniziative, quali ad esempio, la raccolta firma per la ‘decriminalizzazione universale dell’omosessualità’, il dossier sull’omotranslesbofobia, il sito web e, coniando addirittura un nuovo vocabolo, l’osservatorio nazionale sull’omotranslebosfobia in Italia. Anche il nome Agatergon, preso dal greco, è una dichiarazione di intenti: qualcosa di buono.
Per saperne di più e conoscere meglio quanto documentato con il Dossier e l’Osservatorio abbiamo intervistato Rachele Baglieri, una delle fondatrici di ‘Rete Agatergon’.

 

Come è nata e perché ‘Rete Agatergon’?
Rete Agatergon è nata nel 2008, su un forum che frequentavo allora. A seguito dell’ennesimo caso di omofobia si parlò tanto e per la prima volta, dopo parecchio tempo, serpeggiava tra tutte il desiderio di fare qualcosa di concreto, di reale, che non si limitasse alle solite lamentele.
Da lì è nato un vero e proprio gruppo, inizialmente tutto di donne lesbiche: mail, incontri su skype. Ma poi anche incontri dal vivo e ‘seminari’ auto-organizzati come quello sui Femminismi. Era pura energia che circolava: idee e azioni concrete.
Come la raccolta firme per la ‘decriminalizzazione universale dell’omosessualità’, il dossier sull’omotranslesbofobia, il sito web e, infine, l’osservatorio nazionale sull’omotranslebosfobia in Italia.
‘Rete Agatergon’ è un nome forse inizialmente un po’ ostico, ma per me rendeva perfettamente l’idea di ciò che volevamo fare: rete, al di là delle distanze chilometriche tra di noi, attraverso l’utilizzo anche della Rete. E ‘agatérgon’, che proviene dal mio amore smodato per il greco, e che vuole dire ‘qualcosa di buono’, proprio perché volevamo fare qualcosa di buono, reale e concreto.

 

Chi è Rachele e di cosa si occupa all’interno del gruppo?
Io sono semplicemente una di quelle persone che ha sentito questo fuoco dentro e che grazie all’incontro con Sarah, Nerina, Sara, Cristina, Germana, Sabine, Elisabetta, Stefano, Roberta, e tante altre persone, ho potuto dare vita a Rete Agatergon. Attualmente mi occupo dell’osservatorio in particolare, ma anche, insieme a Roberta e Sara, della condivisione delle notizie su Facebook.

 

Uno dei vostri progetti è l’Osservatorio Omo- Lesbo-Transfobia, come raccogliete le informazioni?
Dal 2005 raccogliamo tutti gli atti discriminatori e violenti nei confronti di omosessuali, lesbiche e trans* documentabili attraverso i media o le esperienze dirette comprovabili e il quadro che viene fuori continua ad essere desolante. Secondo l’ILGA-International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association, l’Italia occupa il 32esimo su 49 posti, con un punteggio che è passato dal 19% dell’anno scorso all’attuale 25%, soprattutto grazie all’approvazione della strategia nazionale, approvata dal’Europa e messa a punto dall’Unar, per la prevenzione ed il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere. Considerando che la media Europea è del 46% e quella dell’Europa più allargata del 36%, l’Italia ha ancora molta strada da fare. Le notizie vengono suddivise per orientamento o identità dell’aggredito e inoltre vengono catalogate per tipologia di aggressione o danno. Questo ci serve per poter avere dei dati reali e poter poi effettuare delle statistiche. Questo modo di lavorare è stato molto utile nel 2008/2009 per la redazione del Dossier che abbiamo inviato a Mara Carfagna che in quel momento era ministro per le pari opportunità. Non abbiamo mai avuto riscontro. L’obiettivo della pubblicazione è quello di contribuire a una maggiore e migliore diffusione dei dati relativi atti omofobi e transfobici, fornendo gli strumenti per documentare in modo sistematico le violenze contro le persone Lgbt computabili alla stregua di crimini d’odio. Inoltre si intende documentare come l’Italia non riesca a proteggere i diritti di tali vittime né monitorare il rispetto dei diritti umani, anche attraverso l’utilizzo di standard internazionali relativi a crimini motivati dall’odio o dalla discriminazione.

 

Con chi lavorate per raccogliere ed elaborare i dati?
Con nessuno, ogni giorno raccogliamo dati e pubblichiamo. Il metodo utilizzato nella raccolta dei casi è quello di una classificazione per genere/orientamento sessuale, distinguendo quindi le violenze nei confronti di lesbiche, gay e trans; inoltre mettiamo in evidenza le dichiarazioni omofobe da parte di politici, rappresentanti religiosi o media che avvengono in ‘coincidenza’ con periodi particolarmente importanti per la comunità Lgbt sia dal punto di vista della visibilità, quali ad esempio il Pride o la giornata contro l’omo-transfobia, che dell’approvazione di norme a tutela dei diritti Lgbt e contro la violenza e la discriminazione nei confronti di lesbiche, gay e trans. Vengono inoltre riportati i link ai vari quotidiani che hanno diffuso la notizia, proprio per dare la possibilità di verificare, di volta in volta, la veridicità dei casi, e per permettere una ricognizione dettagliata sul numero di volte e sul modo in cui la notizia è stata ripresa da parte delle varie testate, o dei siti internet, spesso blog personali, ossia “diari” virtuali di persone interessate alle tematiche dei diritti trans/omosessuali e non.

 

Quali sono i dati più rilevanti emersi nel corso degli anni?
Siamo riusciti a realizzare l’identikit dell’aggressore omotransfobico. L’aggressore ‘tipo’ risulta uomo, etero, della regione Lazio, che effettua prevalentemente aggressioni fisiche o verbali.Rispetto agli aggrediti i dati sono poco confortanti. Le aggressioni prevalenti e più violente avvengono nei confronti delle trans, viste alla stregua di ‘oggetti di piacere’ e in quanto tali meritevoli delle peggiori brutalità. I casi di lesbofobia denunciati o documentati sono pochi, e in quei casi si tratta di aggressioni  a lesbiche in quanto ‘donne mancate’ e quindi da deridere per strada o ‘raddrizzare’ con una violenza fisica.
Numerosissime sono poi le violenze nei confronti dei gay, che passano dalla più banale derisione alla violenza fisica vera e propria.

 

Avete riscontrato una crescita di violenza e atti di discriminazione nei confronti delle persone Lgbt?
Ciò che emerge dalla lettura dei casi di violenze e discriminazioni ‘dichiarate’ e ‘documentate’ in Italia per l’anno 2013-2014 è un’esplosione di casi, associata alla negazione delle qualità umane delle vittime. Il discorso omofobico risulta infatti basato su stereotipi più che su dati di fatto, su mosse retoriche più che su argomentazioni valide. I vari casi testimoniano un’intolleranza che un Paese come l’Italia non può ignorare. Si tratta sempre e solo di reati che hanno come motivazione di base l’orientamento sessuale o l’identità di genere. I casi di omicidio o suicidio sono inoltre sempre accompagnati da violenza fisica e verbale. Discriminazioni e aggressioni sono state perpetrate proprio a causa dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere delle vittime, ad esempio giovani lesbiche sono state aggredite al grido di ‘lesbica di merda’, e gay colpiti perché ‘froci di merda’. Per quanto riguarda le persone transessuali, spesso costrette a prostituirsi per l’impossibilità di trovare un lavoro dignitoso, rischiano la vita ogni notte, come dimostrano molti fatti documentati, e la cui condizione può venire solo peggiorata da norme che mettono sullo stesso piano clienti, sfruttatori e persone transessuali, cioè carnefici e vittime.
I dati raccolti quest’anno mettono in evidenza un aumento dei casi di suicidio (4) e tentati suicidi (2), degli atti vandalici (come le recenti scritte omofobe sui muri della Chiesa Valdese a Piazza Cavour a Roma) o i manifesti di gruppi politici (come ad esempio Forza Nuova); oltre alle sempre più crescenti manifestazioni ‘spontanee’ in difesa della ‘famiglia naturale’ che altro non sono che momenti di mistificazione di gruppo del concetto stesso di coppia, famiglia, normalità e diritti con l’intento ben preciso di diffondere informazioni erronee e giudizi tendenziosi.

 

Ritenete che la legge contro omo-transfobia, che il nostro Parlamento non riesce ad approvare, potrebbe aiutare a combattere le discriminazioni e la violenza?Siamo assolutamente convinti che l’’urgenza’ di interventi in merito ad atti di discriminazione trovi nell’entità del fenomeno uno, ma non il solo, ‘indicatore’ di un interesse collettivo da tutelare. A tale proposito è bene specificare che seppur di grande utilità, le statistiche che riguardano i crimini possono solo darci un quadro di massima dell’andamento del fenomeno deviante e delle sue caratterizzazioni, poiché esiste sempre un ‘numero oscuro’ di delitti che per svariate ragioni non vengono denunciati dalle vittime, cosa che ridimensiona l’entità stessa dei comportamenti criminali rilevati. Questo ‘limite’ dei dati a nostra disposizione andrebbe, a maggiore ragione, considerato proprio nel caso delle discriminazioni dovute all’orientamento sessuale. In effetti, proprio le vittime di atti discriminatori di questo tipo difficilmente tendono a denunciare perché temono con questo di rendersi troppo ‘visibili’, soprattutto coloro i quali, e sono molti, vivono la propria identità sessuale in una dimensione ‘privata’. Ma così come avvenuto 20 anni fa con una normativa finalizzata a sanzionare apertamente e direttamente atti di violenza sessuale, che ha ‘consentito’ a molte donne di uscire dall’ombra e di denunciare i propri aguzzini, riconoscendosi come vittime e contribuendo alla lotta contro fenomeni di questo genere di intollerabile inciviltà, vedendo un aumento delle denunce, allo stesso modo riteniamo che l’adeguamento del sistema normativo potrebbe portare ad un aumento delle denunce da parte di gay, lesbiche e trans colpiti da attacchi omotransfobici. C’è qualcosa di innaturale e di ignobile nel negare il riconoscimento dei diritti basilari a gay, lesbiche e trans così come nello strumentalizzare la difesa da attacchi, aggressioni o violenze riducendola a compromissione della libertà di espressione. Ci sono molti pregiudizi e ci si basa su principi di un’etica sessuale cristiana. Il nostro sistema normativo, come qualsiasi sistema di regole dei Paesi civili, per fortuna però, si struttura e si sviluppa a partire dal riconoscimento di alcuni valori fondanti, contenuti nella nostra carta costituzionale, valori e principi che non sono e non ‘possono essere’ oggetto di scambi nel ‘mercato politico’, valori che fondano il nostro patto sociale e la cui violazione costituisce comunque un atto di gravità ‘eccezionale’, anche se riguardasse solo un soggetto! Il lavoro da fare è davvero consistente: oltre alle modifiche/integrazioni legislative è auspicabile, così come già avvenuto in altri Paesi europei, la creazione di organismi indipendenti che veglino sul rispetto dei diritti di omosessuali e transessuali. Ci sembra inoltre necessaria l’educazione alla differenza a partire dagli ambiti scolastici e il riconoscimento dell’esistenza di un’etica non esclusivamente cristiana, scevra dell’accezione religiosa-morale e cionondimeno concedendo a ciascun individuo di gestire adeguatamente la propria libertà nel rispetto degli altri.

 

Quali altri progetti avete in cantiere?
I progetti sono numerosi… In questo mese parteciperemo alla due giorni di ‘educazione alla differenza’ organizzata da tre associazioni – Stonewall, Il Progetto Alice e Scosse – che in primavera hanno proposto un incontro nazionale, da tenersi sabato 20 settembre a Roma tra associazioni, insegnanti, gruppi istituzionali e genitori. Sarà certamente un momento di incontro importante e formativo, un appuntamento per stabilire sinergie e connessioni tra chi realizza progetti dedicati alla valorizzazione delle differenze, alla pluralità dei modelli familiari, al contrasto agli stereotipi di genere, alla prevenzione di bullismo, omofobia, transfobia e violenza maschile contro le donne, e chi intende la scuola come spazio in cui coltivare rispetto e senso critico.

 

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