mercoledì, Agosto 4

Ingiuste detenzioni: quasi un segreto di Stato Il magistrato dovrebbe farsi detenuto per capire. La proposta di Nicola Graziano, magistrato del Tribunale di Napoli

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Non si sa bene se ridere o piangere. Forse entrambe le cose. Il fatto è questo: il Ministro dell’Economia Daniele Franco ufficialmente, formalmente, fa sapere che la Commissione Giustizia della Camera dei Deputati se ne deve fare una ragione, non avrà i dati relativi alle ordinanze di ingiusta detenzione degli ultimi anni. Un inviolabile segreto di Stato si oppone alla divulgazione e alla conoscenza di questi dati?

Poter studiare questa documentazione relativa agli errori/orrori giudiziari mette a repentaglio l’incolumità di qualche magistrato, investigatore o che? No, niente di tutto ciò. Se questi dati non sono disponibili è semplicemente per il fatto che pur vivendo nel tempo dei computer, dei “programmi”, della telematica, degli algoritmi, raccogliere tutta questa documentazione (evidentemente copiosa; già questo inquieta), richiederebbe nientemeno che un titanico sforzo che manderebbe in tilt gli uffici preposti del ministero della Giustizia. Ammissione di una disorganizzazione imperante, se si fa sapere che i documenti in questioni sono tanti, solo in parte digitalizzati, e comunque sparsi in mille faldoni, cartellette, fascicoli.

  Comunica il ministro Franco ai parlamentari della Commissione: In tale contesto, pur disponendo delle ordinanze integrali per coloro ai quali gli uffici competenti hanno effettuato i pagamenti, le stesse non sono detenute in una base dati strutturata, bensì classificate all’Interno dei singoli fascicoli di pagamento, solo in parte digitalizzati“. Traduzione del burocratese: ci sono le carte, sono anche custodite; ma metterle in ordine, renderle accessibile, comporta un dispendio di energie e di risorse che non si ritiene di dover fare. Cari parlamentari, fatevene una ragione: “Per poterle trasmettere a codesta Commissione occorre uno sforzo organizzativo e operativo che porterebbe a impegnare l’Ufficio competente per diverse settimane, in considerazione dell’elevato numero di ordinanze (circa 5.900)”.

  Tocca dunque contentarsi di briciole di documentazione; sufficienti, comunque per arrossire di vergogna: quei quasi seimila casi, si riferiscono al quinquennio 2015-2020. Sono oltre mille casi l’anno. Sono più di tre errori/orrori al giorno, comprese le domeniche e le feste comandate. Così i parlamentari si vedono privati di elementi fondamentali per la loro attività di controllo e ispezione: se non ci sono i dati relativi alle ingiuste detenzioni, diventa anche difficile sapere quanti effettivi risarcimenti vengono effettuati, e dove; e in quali distretti… Si potrebbe attingere alle relazioni annuali in occasione delle aperture degli anni giudiziari; ma anche lì sono dati non completi, spesso assemblati in modo disorganico e confuso. Insomma anche qui, la “certezza” si va a far benedire.

Si ha un bel dire che molti casi sono relativi a pochi giorni, qualche settimana, poi tutto si chiarisce; e si ha un bel dire: “Male non fare, paura non avere”. Bisogna provarci, a essere condotti in una cella e restare in attesa che “la posizione si chiarisca”.

E’ quello che lascia intendere Nicola Graziano, magistrato del Tribunale di Napoli. Si chiede: quanto ne sanno di carcere i magistrati? Quanto conoscono a fondo il mondo in cui finiscono i condannati e molto spesso persino gli indagati, i presunti innocenti, i cittadini in attesa di giudizio? Quanti sono andati oltre la saletta dei colloqui per vedere con i propri occhi come si vive dietro le sbarre, nei luoghi della pena che secondo la Costituzione dovrebbero servire soprattutto a responsabilizzare l’autore di un reato e sostenerlo nel percorso di reinserimento sociale? La risposta a queste non banali domande è che “un tirocinio all’interno delle carceri dovrebbe far parte del percorso formativo di ciascun magistrato”.

  Graziano è autore di ‘Matricola zero zero uno, libro dove racconta le esperienze maturate vivendo in prima persona ‘appena’ 72 ore da detenuto nell’ospedale psichiatrico di Aversa. Un “esperimento” di cui è stato volontaria “cavia”. Ne ricava la convinzione che un tirocinio formativo all’interno degli istituti di pena non può chearricchire la formazione di un magistrato: “Credo sia un’esperienza formativa molto utile che può sicuramente dare un valore importante. Soprattutto quando si è all’inizio della carriera, si arriva un po’ troppo giovani a funzioni che sono molto importanti. Il magistrato entra nella vita delle persone. Per questo un tirocinio formativo penitenziario sarebbe da riprendere e incentivare.

Una trentina d’anni fa, Leonardo Sciascia rifletteva sulla vicenda Tortora, sui più generali mali della giustizia, e si concede un paradosso: “Un rimedio…sarebbe quello di far fare ad ogni magistrato, una volta superate le prove d’esame e vinto il concorso, almeno tre giorni di carcere fra i comuni detenuti, e preferibilmente in carceri famigerate come l’Ucciardone o Poggioreale. Sarebbe indelebile esperienza, da suscitare acuta riflessione e doloroso rovello ogni volta che si sta per firmare un mandato di cattura o per stilare una sentenza.

  Paradosso che però gioverebbe prendere alla lettera; come, per esempio, in Francia: l’Ècolenationale de la magistrature prevede stage penitenziari obbligatori per gli aspiranti magistrati: una settimana vissuta all’interno di una prigione assieme agli agenti della penitenziaria, e così osservare con i propri occhi la realtà dietro le sbarre. Vivere il carcere e non limitarsi a sentirne parlare dall’esterno è esperienza che cambia la vita.

   Racconta, Graziano che nella struttura detentiva di Aversa soltanto il direttore del carcere e il comandante della polizia penitenziaria sapevano chi fosse in realtà, per tutti gli altri era uno dei detenuti: “Vivere tre giorni nel carcere psichiatrico è stata un’esperienza che mi ha segnato per la vita. Mi ha consentito di vedere la realtà anche da un’altra prospettiva e ha rafforzato in me la considerazione che un detenuto, e comunque tutte le parti del processo, non devono mai avere un nome, perché bisogna sempre essere imparziali, ma non devono neanche avere un numero. E mai bisogna dimenticare che dietro un processo ci sono anime, sofferenze, percorsi di vita.

  “E’ chiaro”, puntualizza Graziano, “che questo non deve condizionare l’esercizio della funzione, perché un giudice deve applicare la legge e ne è soggetto. Però se si riuscisse a portare avanti un’idea di maggiore consapevolezza e maggiore conoscenza degli effetti e delle conseguenze di certe decisioni, sarebbe davvero molto interessante il percorso della formazione anche varcando la soglia del carcere.

  Decisamente Graziano sembra andare contro-corrente, rispetto a una vulgata giustizialista che sembra fare scuola: il sistema penitenziario presenta una quantità di criticità, la pena ha una funzione più afflittiva che rieducativa; a fronte di ciò, si propone la creazione di altre carceri. Graziano scuote la testa: “Penso, piuttosto, che sia importante capire chi davvero in carcere ci deve stare perché davvero merita di stare in cella e chi invece ha la possibilità di scontare la pena con misure alternative. Qualche anno fa c’è stata una proposta di riforma importante, che poi è stata interrotta, guardava alle misure alternative, la possibilità di risocializzazione e reinserimento sociale del condannato. Sono queste le finalità che lo Stato non dovrebbe mai perdere di vista, perché sono un obiettivo fondamentale per la democrazia del nostro Paese.

  Già trent’anni fa, nella prefazione a un volumetto che raccoglieva storie di sventurati incappati nelle maglie della giustizia (e da qui, il titolo: ‘Storie di ordinaria ingiustizia’), Sciascia osserva: “L’innegabile crisi in cui versa in Italia l’amministrazione della giustizia (e crisi è forse parola troppo leggera) deriva principalmente dal fatto che una parte della magistratura non riesce a introvertire il potere che le è assegnato, ad assumerlo come dramma, a dibatterlo ciascuno nella propria coscienza, ma tende piuttosto ad estrovertirlo, ad esteriorizzarlo, a darne manifestazioni che sfiorano, o addirittura attuano, l’arbitrio.

  Al solito aveva pre/visto con largo anticipo quello che oggi tutti possono vedere (se solo lo vogliono).

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