domenica, Agosto 14

Ingiusta detenzione: nuova condanna CEDU per l’Italia La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha reso definitiva l’ennesima condanna contro lo Stato Italiano, colpevole di aver trattenuto illecitamente in carcere per più di due anni un cittadino italiano con problemi psichici

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Come buona regola giornalistica, cominciamo da quella che dovrebbe essere una “notizia” e che “notizia” evidentemente non è visto che non se ne sono occupati né le televisioni, né i grandi giornali. La “notizia” non notizia è incarnata da un anziano signore, ha settant’anni suonati. Questo signore in passato, quando di anni ne aveva dieci di meno, ha infranto la legge.

  La scena: il popoloso comune di Pozzuoli, nella città metropolitana di Napoli. Agli agenti del commissariato locale arriva un ordine, all’apparenza simile a quelli che arrivano ogni girono: l’ordine della procura della Repubblica del capoluogo campano di rendere esecutiva una condanna: multa di 600 euro; interdizione dai pubblici uffici per cinque anni, conseguenza di un furto aggravato; e poi la pena da scontare il carcere: tre anni.

  Normale amministrazione. Il fatto è che il furto lo si è consumato la notte tra il 31 marzo e il 1 aprile del 2012. Dieci anni fa, come si è detto. Quando l’uomo accusato del furto aveva sessant’anni. Ora che sono settanta, che si fa? Si fa come se il tempo non conti: si notifica al signore la condanna, gli si lascia il tempo di preparare le valigie con qualche effetto personale, lo si porta in carcere. Che senso ha tutto ciò? Un furto è un furto, non si discute; ma punire un ladro dieci anni dopo il fatto, che senso? Quale beneficio ricava la società nel tenere un settantenne chiuso in una cella? E l’interessato a quale processo rieducativo sarà mai sottoposto? E una giustizia che impiega ben dieci anni per proclamare, “in nome del popolo italiano” una sentenza di colpevolezza, non è colpevole quanto o più il condannato? E se si dice – c’è sempre qualcuno pronto a farlo – che simili storie accadono ogni giorno dell’anno, e non solo a Pozzuoli, a Napoli, in Campania, non giustifica e non attenua la colpa; anzi, la aggravano.

   La giustizia italiana continua a essere oppressa da uno spaventoso arretrato, sia penale che civile. Le richieste di risarcimento per lungaggini processuali che mortificano i diritti del cittadino, sia esso imputato o parte lesa del processo al giorno, domeniche e feste comprese. Solo qualche anno fa, la metà: 1.354; cos’è cambiato? Meglio: che cosa è peggiorato, a fronte di una situazione già pessima in partenza?

  La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha reso definitiva l’ennesima condanna contro  lo Stato Italiano: colpevole di aver trattenuto illecitamente in carcere per più di due anni un cittadino italiano con problemi psichici. Aldo Di Giacomo, va al di là della “notizia” specifica: “La condanna della CEDU è per violazione dell’articolo 3 della Convenzione che vieta trattamenti inumani e degradanti. Questo accade mentre sono 750, secondo il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, i detenuti in lista d’attesa per fare ingresso in una della trentina di Rems (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza,) ma molti di più quanti hanno problemi psichici.

  Il tempo medio di attesa è di 304 giorni; ma in alcune regioni (Sicilia, Puglia, Calabria, Campania, Lazio) l’attesa arriva fino a 458 giorni. Le regioni con più detenuti in attesa sono la Sicilia (circa 140 detenuti), la Calabria (circa 120), e la Campania (un centinaio). La percentuale più alta dei detenuti con disturbi psichiatrici soffre di nevrosi; il 30% di malattie psichiatriche collegate all’abuso di droghe e di alcool; il 15% di psicosi.

  La Corte Costituzionale (sentenza 22 del 27 gennaio scorso) dichiara inammissibili le questioni di legittimità sollevate: accoglierle avrebbe creato un intollerabile vuoto di tutela; però esorta il legislatore a intervenire con una riforma organica del sistema. I problemi”, dice ancora Di Giacomo, “si sono dunque aggravati per responsabilità di politica e Parlamento che periodicamente annunciano impegni di riforma per poi disattenderli e rinviarli ad altri. Il risultato è che il personale penitenziario è lasciato solo a fronteggiare questa situazione e troppo spesso diventa oggetto su cui scaricare tensioni e malessere attraverso aggressioni. Inoltre, gli episodi di autolesionismo di detenuti con difficoltà psichiatriche sono circa dieci ogni giorno, quattro sono le aggressioni che quotidianamente i poliziotti penitenziari subiscono da detenuti con problemi psichiatrici e due in media sono i tentativi di suicidio che la polizia penitenziaria riesce ad evitare. È tempo che Ministero Grazia e Giustizia e Ministero alla Salute se ne occupino seriamente non delegando alla CEDU di occuparsene”.

  Questa la situazione, questi i fatti.

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