venerdì, Settembre 24

Infrazioni Ue, l'Italia che non funziona field_506ffb1d3dbe2

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I ritardi nei pagamenti delle pubbliche amministrazioni, il caso Ilva, le quote latte, la discarica di Malagrotta, l’emergenza rifiuti in Campania; ma anche gli ostacoli alla commercializzazione dei camini o dei condotti in plastica, la protezione delle galline ovaiole e i limiti al numero di giocatori di pallanuoto comunitari. L’elenco degli argomenti è lungo e vario, perché all’11 febbraio il fardello delle procedure d’infrazione aperte dall’Unione europea nei confronti dell’Italia per violazione del diritto Ue è a quota 120. Alla fine dell’anno scorso erano 104; un numero già molto alto che rendeva il nostro Paese lo Stato membro più inadempiente, scrive il Dipartimento per le Politiche europee presso la Presidenza del Consiglio nella relazione programmatica 2014 sulla partecipazione dell’Italia all’Unione, pubblicata a gennaio.

Questo, si osserva nel documento, «indebolisce notevolmente l’affidabilità italiana»: il più delle volte non recepiamo o violiamo normative e precetti che noi stessi abbiamo approvato in sede Ue. Ne deriva «un’oggettiva immagine contraddittoria e/o inefficiente del ‘sistema Paese’, con inevitabili conseguenze molto negative sulla nostra capacità di influire politicamente nei processi decisionali e d’indirizzo dell’Unione». Non a caso il presidente del Consiglio, Enrico Letta, il 29 gennaio ha esortato ad accelerare sulla risoluzione dei casi aperti in vista del semestre di presidenza italiana dell’Ue, che inizierà il primo luglio.

Oltre al prestigio nazionale, però, in ballo c’è anche il rischio di sanzioni pecuniarie da milioni di euro, a carico dell’Erario e dunque dei contribuenti; alla fine dell’anno scorso era concreto per 18 casi su 104, si legge nella relazione, perché in essi il Paese risulta deferito alla Corte di Giustizia europea (è l’ultima fase della procedura, evitabile se si rimedia alla violazione o si prova alla Commissione europea di non averla compiuta). Ogni sanzione, inflitta dalla Corte, per l’Italia è una somma forfetaria di minimo 8.854.000 euro – da pagare anche se si è posto rimedio nel corso del dibattimento in Corte – a cui si aggiunge, se l’infrazione persiste dopo la sentenza di condanna, una penalità di mora da 10.880 a 652.800 euro al giorno.

Per ridurre i procedimenti, si legge nella relazione, quest’anno l’Italia intende sia intensificare l’attività di risoluzione di quelli pendenti sia rafforzare ulteriormente la prevenzione. Per il secondo obiettivo il governo punta a migliorare il coordinamento delle amministrazioni centrali e periferiche responsabili dei reclami e delle procedure, sensibilizzare ancora i responsabili politici (in particolare proseguendo nella discussione mensile sullo stato delle infrazioni in Consiglio dei ministri), accentuare la consapevolezza del Parlamento sulle procedure in corso, aumentare la vigilanza sulle singole amministrazioni (spesso il mancato recepimento di direttive attraverso atti amministrativi si deve a loro ritardi), favorire ove possibile la collaborazione con la Commissione Ue anche nella fase di predisposizione dei progetti normativi di adeguamento e agire nel quadro del sistema pre-contenzioso ‘EU-Pilot’.

Ma quali sono le cause di questo fardello d’infrazioni? Ne abbiamo parlato con Paola Mariani, professore associato di Diritto internazionale presso l’università ‘Bocconi’ di Milano.

Professoressa Mariani, l’Italia è ultima fra gli Stati membri dell’Ue nell’adempimento al diritto comunitario. Che cosa non funziona?

Purtroppo il nostro Paese ha questo triste primato da sempre. È il meno pronto ad adeguarsi al diritto dell’Unione e credo che attraverso questo si manifesti il male storico dell’Italia: l’incapacità strutturale di produrre e applicare le leggi. È proprio un problema organizzativo della macchina statale, che pure non si può dire non sia finanziata. Questo problema è visibile nel caso del diritto comunitario perché c’è una corte che condanna lo Stato quando è inadempiente, ma quante sono le leggi emanate ma non attuate nel nostro Paese?

Una delle soluzioni prospettate dal Dipartimento delle Politiche europee è aumentare il controllo sulle amministrazioni competenti.

Ci sono più livelli di responsabilità. Lo Stato è identificato come responsabile nelle procedure d’infrazione ma le violazioni possono essere commesse da diverse partizioni amministrative. Per portare un esempio recente, qualche anno fa l’Unione aprì una procedura nei confronti dell’Italia perché Milano non aveva un sistema adeguato per depurare le acque, con conseguente inquinamento del mare Adriatico; chiaramente lì fu l’amministrazione locale ad aver violato gli obblighi comunitari, anche se toccò allo Stato risponderne. Un altro esempio è il caso dei rifiuti in Campania. Le violazioni imputabili agli organi amministrativi, siano essi il governo centrale o le autonomie locali, sono un livello della responsabilità. L’altro riguarda il Parlamento ed è il ritardo nel recepimento delle direttive attraverso provvedimenti di legge.

Nella lista ci sono varie procedure aperte per casi locali. Ce n’è anche una per i lavori di disostruzione dell’alveo del fiume Piave.

Quello che a mio avviso è poco percepito è che sono tantissimi i settori in cui a intervenire non è più lo Stato ma l’Unione europea, che non si accontenta di emanare le norme ma si aspetta anche di vederle applicate dai Paesi membri. Il controllo comunitario esiste per questo. Il problema dell’Italia, come dicevo prima, è che la macchina statatale non ha sviluppato la funzione attuativa.

La nostra ‘maglia nera’ di inadempienti quanto influisce sul prestigio dell’Italia nell’Ue e sulla sua capacità d’incidere sulle decisioni comunitarie?

Questa ‘maglia nera’ ce l’abbiamo addosso da sempre, quindi potrei dire che gli effetti sul nostro prestigio si sono ormai ampiamente consumati; comunque questo triste primato incide negativamente sulla nostra forza politica in seno all’Unione. Inoltre una reputazione del genere può scoraggiare gli investimenti dall’estero: se un investitore straniero sa che nel nostro Paese le leggi non sono attuate o rispettate e a ciò si aggiunge la lentezza dei tribunali nel perseguire le violazioni… Oltre al danno d’immagine, però, c’è anche il costo delle sanzioni per le infrazioni commesse, un aspetto non secondario; e a pagarle sono i cittadini attraverso le tasse, una parte delle quali dunque deve essere destinata a questo nonostante i problemi economici del Paese. Accadde nel caso di Milano, ad esempio. Certo, non tutte le procedure d’infrazione finiscono con la sanzione, perché i tempi consentono allo Stato di adeguarsi. L’Ue cerca di ritardare le multe -i cui soldi finiscono nel suo bilancio generale- perché vanno a colpire proprio chi è già svantaggiato dalle conseguenze delle infrazioni, i cittadini.

Quasi un terzo delle 120 procedure aperte, 39, sono per mancato recepimento di direttive. Perché questa lentezza del Parlamento?

Dipende dalle direttive. A volte non necessitano di grandi interventi da parte del Parlamento, sono dettagliate e quindi si devono solo trascrivere. Altre volte, invece, lasciano margine di manovra agli Stati, quindi possono esserci ritardi nel recepimento perché le forze politiche non riescono a trovare un accordo. Non è detto sia sempre colpa delle Camere, però: l’Ue si occupa anche di materie di competenza delle Regioni e in questo caso la mancata attuazione può essere imputabile a loro. Comunque, durante il governo Monti fu varata una nuova legge di delegazione europea proprio per ridurre i ritardi. In teoria il sistema dovrebbe funzionare contro di essi, per ciò che si è fatto negli ultimi anni prima con la legge comunitaria e poi con la legge di delegazione europea; il governo doveva prima operare l’attuazione e poi il Parlamento trasformare in legge il lavoro dell’esecutivo.

La lentezza è anche intenzionale? Ci sono norme Ue di cui si vuole ritardare l’introduzione?

Fino agli anni ’90 molte infrazioni commesse dall’Italia sono state dovute all’ignoranza. Pensiamo agli aiuti di Stato, proibiti dal diritto comunitario: si continuava a darli e quindi a ricevere multe, come se non ci si rendesse conto. C’era un problema d’inadeguatezza del sistema e dei singoli organi. Il caso Sea, ad esempio: com’è possibile che non ci si fosse posto il problema? Oggi ci sono ancora casi del genere, e mi sembra davvero incredibile; forse qualche volta manca la volontà politica di attuare certe normative. La questione degli aiuti è abbastanza emblematica: lo Stato deve farseli resituire dall’impresa perché pongono un problema di concorrenza, quindi magari il fallimento dell’azienda è solo ritardato, ma forse così è possibile darne la colpa all’Ue. Se davvero questi retropensieri esistono, sono a scapito della collettività. E anche i costi del contenzioso, pur piccoli, sono comunque un danno economico che si aggiunge alle multe. Tuttavia, a parte l’antieuropeismo leghista, non ho mai sentito partiti dire ‘no, quella direttiva non la vogliamo’; se lo dicono non lo fanno pubblicamente.

In conclusione, secondo lei come si può intervenire per accelerare il recepimento delle direttive e ridurre le violazioni al diritto Ue?

Innanzitutto è necessaria un’analisi dettagliata delle cause del problema: se non si sa dove e perché si fermano le direttive è difficile prendere provvedimenti. Detto questo, non c’è alternativa al corretto funzionamento degli organi legislativi e della macchina burocratica. Ma forse l’unica soluzione a breve è introdurre responsabilità personali, se si individua chi è la causa del ritardo.

 

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