lunedì, Agosto 2

Influencer straripanti, educatori in tracce, politica smarrita L’influencer è un rappresentante di commercio plurimandatario, esattamente come il venditore di aspirapolvere, solo che usa mezzi di persuasione assai più sofisticati e suggestivi

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Questo post è uscito poche ore fa, con un titolo diverso e un testo molto più ridotto, sul blog ‘Correrepensando‘, a firma di Domenico e Luciano Barrilà, a quest’ultimo, che è anche curatore del blog, va il nostro ringraziamento per averci concesso la pubblicazione.

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Periodicamente si apre il dibattito, solo per chiudersi immediatamente, sulla figura dell’influencer e dei confini della sua azione. Nei giorni scorsi è accaduto in relazione al ddl Zan, quando due coniugi del mestiere sono entrati nel dibattito prendendo drasticamente posizione a favore del provvedimento ma, soprattutto, esprimendo giudizi trancianti sulla politica, con particolare riferimento al padroncino, ambiguo e inquietante, di un gruppo parlamentare asservito alle mire dello stesso.

Secondo alcuni critici tutto ciò che fanno i due coniugi avrebbe finalità puramente commerciali, veicolate attraverso buone intenzioni. Niente di nuovo, se usciamo dalla mistica di cui si circonda, l’influencer è un rappresentante di commercio, esattamente come il venditore di aspirapolvere, solo che usa mezzi di persuasione assai più sofisticati e suggestivi, non necessariamente leali, malgrado l’approccio ruffiano, affettivo.

Il tempo di Willy Loman, triste e frustrato protagonista de ‘La morte di un commesso viaggiatore‘, è tramontato, anche se non del tutto, il posto adesso è occupato da altri, che non devono nemmeno viaggiare su strade polverose.

Non ci voleva, dunque, lo scontro sul ddl Zan per scoprire che gli influencer sono agenti di commercio plurimandatari. Tuttavia, quando accade che sposino temi pro-sociali, assumendo posizioni sensate a favore di diritti sacrosanti, non bisogna andare tanto per il sottile, ma guardare ai benefici collettivi. Anche chi non vuole dimenticare che essi rimangono agenti di commercio e che l’interesse prioritario rimane il loro, poi quello di chi li paga, deve riconoscere che la forza persuasiva di cui sono portatori talvolta si può tradurre in vantaggi sociali.

Il giudizio, quello sulle loro convenienze economiche, naturalmente non cambia, nemmeno se essi dovessero cominciare a camminare sulle acque, perché la missione che li anima è fare profitto sfruttando territori impresidiati.

Non c’è inganno, insomma, è tutto chiaro, l’influencer apre una bottega nella nostra sensibilità, proprio questo è il suo business, il suo giacimento di diamanti, la nostra sensibilità, e se qualche volta per accedervi serve farsi paladino di un diritto allora si farà paladino anche se, nell’occasione, oltre a loro ci guadagnerà qualcuno o tanti.

È un’illusione, però, pensare che il problema siano loro, possiamo pure aggredirli e arrabbiarci per il niente che veicolano, ma quel problema è da un’altra parte, molto più vicino a noi, nella già detta sensibilità, sempre più desolata e scalabile, nella quale è facile aprire varchi. È qui che crollano i muri, perché attraverso quei varchi la nostra vita e quella dei giovani cadono nella disponibilità di funamboli e mercanti. In altre parole, l’influencer entra perché trova aperto e trova aperto perché siamo stati noi a non chiudere la porta.

Su questa distrazione nascono ruoli e fortune immense. Molti dei politici che oggi tengono in mano il Paese, sono figli della stessa distrazione, ma i danni che essi generano non sono nemmeno lontanamente paragonabili a quelli prodotti dalla fabbrica dei sogni, che pure non è immune da colpe.

Alla radice di tutto ciò c’è il grande bisogno d’affetto, di attenzione, di considerazione presente in tutti noi, la necessità di sognare, che si spinge fino ad ammirare chi ci umilia mostrandoci l’attico da milioni di dollari a New York, inaccessibile ai comuni mortali e comperato giocando sui nostri desideri, vendendo sogni impossibili a chi non potrà realizzarli ma potrà sognare di sognarli.

Questo è il vero pericolo, milioni di cuori assetati perché prosciugati dalla virtualizzazione della realtà e da modelli educativi, familiari e civili, che non rispondono a nessuna domanda esistenziale, nonché da una politica popolata da persone sconfortanti che la scambiano per una comunità terapeutica, inutile però, perché oltre a non guarire se stessi finiscono per ammalare una collettività che già se la passa male.

Se ci sono cattivi è inutile cercarli tra gli influencer, questi fanno solo il loro mestiere, violano portoni spalancati, le cui sentinelle lasciano passare le celebrità e gli chiedono pure l’autografo, solo che dopo ogni incursione manca sempre qualche soprammobile o qualche oggetto prezioso, finito nella cassaforte degli incursori, passando però prima attraverso quella dei loro committenti. Non è, infatti, un passaggio diretto. Sarebbe troppo volgare. Gli influencer si limitano a favorire la lubrificazione del sistema, i politici lo tengono vivo con la loro pochezza.

Non esistono antidoti facili, solo la constatazione che non possiamo appaltarci e appaltare i nostri figli chi trasforma tutto in royalties, vendendoci una visione dell’esistenza priva di orizzonti, sulla quale è impossibile costruire il futuro ma da cui è facile ricevere dolorose smentite.

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